La Spagna e i suoi casi editoriali…
In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:
Eloy Moreno
autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna
RICOMINCIO DA TE
(Casa Editrice Corbaccio)
Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione
«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer
IL CASO EDITORIALE
Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai
Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.
Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.
Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.
Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.
Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…
Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.
Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?
Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.
Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.
Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.
Vediamo un po’ dove andiamo a finire…
Buoni propositi per l’ultimo anno che ci resta da vivere? Nemmeno per idea: 10 cose che non farò nemmeno morto…
A gennaio è tutto un fuoco d’artificio luminoso, colorato e rumoroso: un sacco di gente ci spiega per benino quello che farà o vorrebbe fare nel nuovo anno, che ci dice per filo e per segno cosa ha in cantiere e cosa spera di mettere in produzione. Io che sono rigorosamente contrario a qualsiasi tipo di pianificazione e programmazione che vada al di là della mezza giornata (e già se mi chiedete “cosa fai nel week end?” mi girano un po’ le balle), vi posso dire cosa sicuramente non farò nel 2012. Perché tanto, a dire quello che vuoi fare, ci smeni sempre. La sfiga è una zozzona inguardabile dall’udito finissimo. E poi se dici che farai qualcosa, ti tocca farla davvero.
Ed è troppa fatica.
10. Non scriverò quello che il mercato editoriale vorrebbe che io scrivessi.
Ci vuole troppo impegno per fare qualcosa che non ti piace solo per seguire quello che la gente si aspetta che “tu” (inteso nell’accezione più generica possibile) faccia. Non giudico quanti sono in grado di scrivere a comando ogni cosa che venga loro richiesta, ma nemmeno mi potete chiedere di apprezzarlo nè di condividerlo. Trovo particolarmente irritanti tutti quegli autori che si nascondono dietro a dichiarazioni di comodo del tipo: “Questo non è un romanzo di genere“, “volevo trascendere il genere“, “la mia intenzione è di smontare e rimontare i meccanismi del bla bla bla…”
Bello mio, se devi stare a spiegare il perché e il percome, significa che non hai la coscienza pulita. Se avessi scritto quello che volevi scrivere, non dovresti difenderlo con frasi del tipo “io non volevo fare, io non volevo dire”, perché il romanzo dovrebbe bastare per dire tutto quello che volevi dire. Cazzo, hai buttato su carta un milione di battute (spazi compresi) e hai ancora bisogno di spiegarci cosa diavolo hai scritto? Se te ne vergogni, significa che non ne eri convinto.
Quindi spiegami chi diavolo te lo ha fatto fare.
9. Non scriverò un romanzo di genere per poi dire che non volevo scrivere un romanzo di genere e il mio prossimo romanzo sicuramente non sarà di genere.
E’ una delle varianti al punto 10, ma è la più pelosa e noisosa quindi merita di stare in questa lista come voce a se stante. Questa serie di inutili giustificazioni che ogni tanto sento pronunciare da certi scrittori e scrittrici (spesso esordienti) tutti compresi nel proprio ruolo di intellettuali a tutto tondo, mi sembrano simili a quello che potrebbe dire un tizio che beccate a letto con vostra moglie (o marito): ancora a chiappe nude, il nostro malcapitato tenta di giustificarsi asserendo che non voleva trombarsi tua moglie, non lo voleva fare, lui era lì per controllare la ricezione della TV, sembra che se la stia trombando, ma in realtà era un modo per testare come si vede a letto la TV in condizioni ottimali…
Mi verrebbe da chiedergli: se non ti stai trombando mia moglie, perché sei lì a chiappe nude nel letto con lei? Ha tutta l’aria che tu volessi provarci, sai? Forse non ci sei riuscito a farlo bene (ansia da prestazione?), forse volevi farlo in un altro modo, ma bello mio credimi se ti dico che questo è quello che sembra. E mi viene spontaneo chiederti, che diavolo ci facevi dentro la mia signora, se la tua intenzione era riparare la TV? Hai lasciato a casa la borsa dei ferri, bello di mamma?
No, vi prego, risparmiateci questa serie di cazzate. Se il genere vi fa tanto schifo, non bazzicatelo. Nemmeno se vi conviene. Nemmeno, signori miei, se in un certo momento è di moda e quindi pensate che farci un salto potrà aiutarvi a vedere meglio il vostro libro, salvo poi dire che non volevate trombarvi nessuno ed eravate lì per altro.
Se volete fare altro, fate altro.
8. Non smetterò di fare quello che mi piace solo perché quello che mi piace fare non mi dà da vivere.
Viviamo in un ambiente schizofrenico che ci infligge una serie di sofferenze inutili che potremmo spazzare via semplicemente prendendo atto di come stanno le cose. Certo, le cose possono sempre cambiare, ma non è che possiamo consumarci il fegato adesso nella speranza che domani le cose cambino. Io il mio fegato voglio preservarlo ora. Il punto è questo: perché se tutti sanno che con certe cose in Italia è impossibile campare, l’unico metro di paragone per capire se quello che facciamo è valido oppure no è la gratificazione economica? C’è chi ironizza sulle soddisfazioni che prescindono da tali soddisfazioni monetarie: ebbene – io dico – cazzate. Il mondo si cambia anche facendo cose inutili. E se il successo economico fosse il solo metro di paragone per individuare uomini e donne degni di rispetto, probabilmente il 90% di quanti stanno leggendo ora rischierebbero di ricevere torte di fango in faccia (autore del blog compreso). Eppure so che tra voi ci sono persone con cui è fighissimo parlare e dalle quali c’è da imparare un sacco di cose. Questo non è un modo per indorare la pillola o per convincermi/vi che vada tutto bene. Col cazzo. Ma per dirla in maniera più Zen, è meglio essere giunchi e piegarsi al vento che pensare di essere querce anche quando siamo betulle (ok l’ho parafrasata un po’…). Le betulle finiscono sradicate dal vento. I giunchi si adattano e sopravvivono. Noi dobbiamo essere giunchi, ogni tanto nella vita. Perché quelli che cercano di essere querce, sono quelli che poi finiscono con entrambi i piedi nel punto 10 e nel punto 9, costretti a fare cose in cui forse nemmeno loro credono perché la pagnotta a casa va portata e quindi fanculo le passioni, fanculo quello in cui credo. Se avete detto “cazzo il colombo quanto ha ragione” quando avete letto i punti 10 e 9, accettate che il Colombo abbia ragione anche nel punto 8, anche se fa male, anche se è dura. Vedrete che nel momento in cui in testa vi scatterà questa cosa, vivrete molto meglio.
Date retta a un cretino.
7. Non combatterò battaglie inutili, perché anche se l’Entropia nell’Universo aumenta, non raggiungerà mai il caos generato dai troppi idioti su questo stupido pianeta.
E’ una delle poche leggi davvero utili della fisica: La Seconda Legge della Termodinamica Cazzona di Colombo. Se ve la spiegassi, andrei in contraddizione con la legge stessa, perché dovrei parlarvi dei troppi idioti che affollano il pianeta e delle cazzate che sparano, quindi la cosa costituirebbe battaglia inutile. E causerei un paradosso distruttivo che rischierebbe di annichilire l’intero Universo.
Quindi fidatevi e passate oltre, è meglio…
6. Non dirò “Io ve lo avevo detto” anche se, cazzo, io ve lo avevo detto!
E non mi metto a spiegarvi nemmeno questa perché altrimenti contraddirrei il punto 7 e La Seconda Legge della Termodinamica Cazzona di Colombo, e causerei un paradosso distruttivo che rischierebbe di bla bla bla bla… Sappiate solo che quando accadrà (e accadrà, non è una questione di SE ma di QUANDO) io farò una faccia come questa:

5. Non comprerò un Kindle.
Primo perché ho un iPad e mi ci trovo bene, mi consente di fare quasi ogni cosa e anche se preferisco leggere libri di carta, i libri sull’iPad li leggo da Dio (ammesso che Dio legga libri, Bibbia a parte). Secondo perché a me piace leggere al buio e l’iPad risolve il seccante problema di doverlo fare con una fonte di luce adeguata. Terzo perché odio comprare le cose solo per il fatto che ti dicono di farlo perché “sono il futuro“. Se lo devo proprio comprare, lo farò quando lo dirò io. Piccole soddisfazioni, ma irrinunciabili. Quarto perché Amazon ficca troppo il naso dentro Kindle e questo non mi va. Sorvolo sulle politiche editoriali di Amazon, perché ne ho già parlato fin troppo e ricadrei nei punti 6 e 7, causando un paradosso distruttivo che rischierebbe di bla bla bla bla…
4. Non darò consigli a chi me li chiede, perché in questo periodo è facilissimo toppare alla grande.
Specie in campo editoriale, le cose stanno andando talmente a catafascio che diffido di chi si presenta dicendo: “Vedrai, andrà sicuramente così“, oppure: “Dammi retta e fai cosà“. Ma tu che ne sai? Già faccio fatica a fidarmi di chi ci lavora da 30 anni, se poi gli indovini sono dei parvenu o dei wannabe (Colombo, ma uno straccio di parola in italiano no?), il mio grado di interesse scivola rapido come un Frecciarossa verso lo zero assoluto. Se poi questi consigli sono elargiti solo dietro adeguato compenso, il vaffanculo è pronto a scattare rapido come una mangusta.
Per quanto mi riguarda, quindi, cercherò di mantenermi fluido e neutrale, perché davvero, dirvi se sia meglio fare questo o quello, darsi all’ippica o no, lo considero un azzardo. E io al gioco sono sfigato da morire. Posso solo dirvi quello che non farò io, ma niente di più di questo.
Ed è già molto, direi.
3. Non aprirò un account personale su Twitter.
Fa cagare. E anche se non fosse, io non sento di avere niente di così interessante e brillante da cinguettare ogni santo giorno. E poi i colombi tubano, non cinguettano.
Al massimo aprirò un account su YouTube… (ok, questa era terribile)
2. Non incrementerò il numero dei post mesili su questo blog.
Non lo renderò più professionale, non lo curerò di più, non vi ammorberò con le mie vicissitudini più di quanto già non faccia ora. Non creerò rubriche interessanti, non vi stimolerò intellettualmente (né sessualmente, pubblicando foto di manzi e manze a profusione). Vi prometto che resterà il solito cialtronissimo e scombinato angolo di web che è sempre stato fino a oggi.
E’ bello avere delle certezze nella vita.
1. Non diventerò famoso.
Perché volevo vincere facile almeno una volta su dieci.
Gli editori americani…
Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.
La sua frase completa è stata:
“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”
Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”
Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.
Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:
“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”.
Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:
“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.
Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.
Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…
Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano…

Spaghetti Western, la crisi, i libri e gli ammerigani
Ultimamente i titoli dei miei post hanno preso una deriva ermetica e caotica, tanto da essere costretto a scusarmi a inizio articolo per la loro apparente assurdità. Oddio… apparente mica tanto. Assurdi lo sono di sicuro, ma mi piace pensare (il che la dice lunga) che abbiano un senso. E come in occasione del precedente Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana, che tanto ha fatto discutere, torno con un post dal titolo polimorfo e sconclusionato per aggiungere puntini a mazzi su altrettanti mazzi di “i”.
Se però adesso vi state chiedendo del perché di questa mia foto introduttiva, vi devo pregare di avere un po’ di pazienza. Ci torneremo su. Abbiate fede e tenetela bene a mente. I più sgamati tra voi, lo capiranno presto. E se c’è qualcuno che lo ha già capito, sappia che ha tutta la mia stima.
Dicevamo, puntini sulle i…
L’articolo che vi ho appena linkato, ha sollevato un discreto vespaio su Facebook (discreto non nel senso che le vespe facevano poco casino per non disturbare, sia chiaro), generando diversi polemici fiumi carsici ciascuno dei quali ha preso direzioni diverse. Ammetto di non aver potuto seguire ogni rigagnolo, abbiate pazienza, ho una vita da vivere. Però mi ha stimolato osservare come gli stessi dati, in mani diverse, possano essere usati a secondo del differente modo di vedere le cose. I numeri non mentono, ma possono essere usati per sostenere tesi anche contrastanti, perché ci sono persone che nei numeri vedono solo quello che vogliono vedere.
Come il proverbiale e gustoso cacio sui maccheroni, tuttavia, qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo, ecco palesarsi in edicola La Repubblica con un gustoso articolo che snocciola diverse considerazioni sulla crisi del libro alla luce dei dati presentati da Nielsen BookScan alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”. Visto che la sempre ottima Lara Manni si è smazzata la trascrizione del pezzo, io copio incollo le parti per me interessanti lasciandovi, se lo desiderate, di leggere tutto l’articolo sul di lei blog.
Primo passaggio. La crisi.
Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan [...] non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).
Capito il quadretto idilliaco? Vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo? Direi che i numeri parlano chiaro. Ora, ricordate cosa scrivevo io nell’articolo precedente, venti giorni prima del pezzo di Repubblica? I libri italiani sono pesantemente penalizzati dall’attuale sistema editoriale, sono promossi poco e male (quando riescono ad arrivare in libreria), perché gli editori riservano tutte le loro attenzioni ai libri stranieri. Avevo anche pubblicato una statistica fatta osservando le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. Il risultato è stato il seguente:
- Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
- Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
- Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
- Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
- Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
- Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue
Ora, leggete cosa viene scritto nell’articolo di Repubblica:
Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. [...] Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti.
Questo passaggio, che non ha sollevato alcuna polemica, da nessuna parte, mi ha fatto venire i brividi. Siamo davvero ormai così assuefatti alla situazione attuale da non capire come il nostro mercato editoriale sia completamente fuori fuoco? Seguite il labiale: il settore fiction è in crisi perché costano troppo i libri stranieri. Se non siete ancora saltati sulla sedia sbavando come scimmie urlatrici della foresta amazzonica, avete più sangue freddo di quanto non ne abbia io, amici miei.
Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.
Ecco che adesso su Repubblica, vi stanno dicendo la stessa cosa, ma colpevolmente, nessuno vi fa notare l’assurdità della situazione. Ed è ovvio che sia così: sono 50 anni che le cose vanno avanti in questo modo, ormai nessuno si ricorda, né può immaginarsi, com’era il mondo prima dell’invasione (quanto sono melodrammatico, benedetto il cielo…). Nessuno è capace, io per primo, perché siamo talmente abituati a vedere le librerie piene zeppe di libri americani (ed europei) che nemmeno ci poniamo il problema, anzi: ci siamo addirittura formati sui libri dei narratori americani! E lo abbiamo fatto perché la nostra generazione, anche volendo leggere libri italiani di genere, non ne trovava! La mia adorazione innegabile verso la narrativa americana, tuttavia, non può rendermi cieco. Non posso fingere di non vedere come la situazione sia talmente scappata di mano che oggi gli editori non potendo né volendo pubblicare autori italiani, sono costretti a diminuire le uscite di costosi testi tradotti, andando a far ovviamente calare i fatturati delle loro stesse aziende!
Insomma, si stanno suicidando da soli…
Qualcosa di simile, anche se con dinamiche differenti, è successo al cinema italiano, e forse farvi qualche esempio vi aiuterà a capire quello che è successo (e potrà ancora succedere) in editoria.
So che i più giovani tra voi, svezzati a botte di cinepanettoni, stenteranno a crederci, ma qualche decennio fa, i film li facevamo anche in Italia. Roba da pazzi, vero? Non facevamo solo storie di trentenni o quarantenni in crisi, no, si parlava di avventura, di fantastico, di fantascienza e orrore. Eravamo talmente bravi da insegnare agli americani come fare film horror e western. Negli anni sessanta e settanta si giravano storie di frontiera in set nostrani, con tale maestria e fingendoci così bene americani, da convincere gli americani stessi. Sergio Leone fece diventare Clint Eastwood una star e il suo modo di fare cinema fece scuola.
Ma non era tutto rose e fiori. Il trucco letale era sotto gli occhi di tutti. E finalmente arriviamo ai due signori nella foto di apertura, un fotogramma del filmone Lo chiamavano Trinità. Sapete chi sono, vero? Ma certo che lo sapete, sono Bud Spencer e Terence Hill. Lo sanno tutti, anche i paguri lo sanno. Io ci sono cresciuto coi loro film e ricordo ancora quando andai al cinema a vedere quel capolavoro assoluto che era Altrimenti ci arrabbiamo (1974), con lo stesso Donald Pleasence che poi fece il Dr. Loomis nell’Halloween di Carpenter (1978), avete presente? Un film con la scena più cult di tutta l’intera storia del cinema per quelli della mia età (e coi miei gusti cialtroni)…
Ora, alzi la mano chi appena ha visto la foto in testa a questo pezzo ha detto: “Toh, guarda Carlo Pedersoli e Mario Girotti.” E non imbrogliate che vi vedo e vi vengo a prendere uno per uno… Diciamolo chiaro e tondo: ma chi diavolo sono Pedersoli e Girotti? Quei due sono e resteranno per sempre Bud Spencer e Terence Hill, non c’è scampo. Lo sono e lo resteranno perché sono decine di anni che in Italia per fare il figo devi per forza avere un nome ammerigano, altrimenti non ti si fila nessuno. Un’intera generazione di attori e registi si è dovuta affidare al rassicurante abbraccio di uno pseudonimo anglofono, alimentando così la falsa illusione che anglofono fosse bello e fosse – soprattutto – l’unica soluzione possibile.
Il paradosso è che tutti sapevano che quell’omone barbuto non era americano: santoddio, Carlo Pedersoli non era un tizio sbucato fuori dal nulla, è entrato nella storia per essere stato il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera del minuto netto nei cento metri stile libero! Era famoso. Eppure non andava bene lo stesso. Non era sufficiente, e la sua fortuna l’ha avuta facendo nascere il suo alter ego Bud Spencer. Ma saremo o no una nazione di pazzi furiosi? E’ la stessa cosa del leggere autori italiani che pubblicano sotto pseudonimo: siamo felici di essere imbrogliati. E lo siamo da talmnte tanto tempo, che non ci rendiamo più conto di esserlo. L’inganno ci sembra l’unica realtà possibile e reagiamo con aggressività quando ci dicono che le cose non dovrebbero andare così.
Ma cosa vuole questa gente? Noi vogliamo fare gli americani! Noi vogliamo essere americani! Noi vogliamo leggere inglese, parlare inglese, vivere la vita di Grissom in CSI (ma guai a farci mangiare qualcosa di diverso dalla pasta Barilla, mondocane…)
Nel mondo del cinema, però, col passare degli anni, “fare” gli americani è diventato sempre più difficile, e il non aver cercato di percorrere una via italiana al cinema di intrattenimento, lasciando il campo all’imbattibile macchina dei sogni americana senza cercare una praticabile via nostrana, ha finito poi per rendere impossibile ogni tentativo. Mentre spagnoli e francesi hanno continuato a farlo (con ottimi risultati) a noi è stato detto che non eravamo più in grado (siamo bravissimi a darci la zappa sui piedi, di questo ce ne sia dato atto), e il risultato è stato quello di fare tabula rasa di un’industria forse povera, ma ricca di idee e inventiva, di professionalità e passione. Oggi non c’è più un ambiente dove far crescere un certo tipo di cinema, dove sperimentare, dove scambiare esperienze, e così facendo, chiunque voglia provare a fare un film (magari un horror) si trova da solo, in mezzo a un deserto immenso.
Se il malcapitato volesse poi sperare di racimolare due lire, dovrà fare un film in inglese. Perché con l’italiano non recupererà mai i suoi soldi. Come mai?, vi starete chiedendo. E’ molto semplice: nel mercato USA, nessuno vuole vedere un film doppiato (segnatevelo perché è importante). Può essere la peggiore porcheria di questo mondo, ma lo dovete girare in presa diretta e in lingua inglese, altrimenti il vostro filmetto ve lo guardate a casa vostra, e tanti saluti. Il cinema americano ha colonizzato il mondo, ma l’america è impermeabile ai film che provengono dall’estero. E la riprova sono la lunga serie di remake di ottimi film europei o giapponesi, rifatti pari pari solo per inserire attori e ambientazioni americane. Avete presente Blood Story, il recentissimo remake di Lasciami entrare tratto dal romanzo dello svedese John Ajvide Lindqvist? Oppure Quarantine, il remake fotocopia di REC di Balaguerò?
Remake fatti per lo stesso motivo: sul mercato americano nessuno è disposto a far fatica coi sottotitoli o ascoltare film doppiati. Per noi questa ritrosia è inconcepibile, ammettetelo. Per noi è normale, assolutamente normale, ed è qui che vi volevo portare. Sono passati talmente tanti anni che non ci poniamo nemmeno più il problema, e così è per la narrativa tradotta. Per noi è prassi: non lo è invece per americani e inglesi, e le classifiche di Amazon stanno a dimostrarlo. Si chiedono: ma perché dovrei leggere la storia di un paese che magari non so nemmeno dove cazzo stia sulla cartina, tradotto da un tizio che si spera possa essere bravo almeno quanto l’autore? Questo è il vero motivo per cui la narrativa italiana (e in genere, europea) non arriva negli USA. Non è un problema di qualità: a nessuno frega nulla di quanto sia bello o brutto un libro italiano, spagnolo o francese. La verità è che o siete un fenomeno da milioni di copie o nessuno negli USA vedrà il motivo di pubblicare un libro straniero avendo così tanti libri nostrani da proporre. Perché un americano si chiede: “Chi accidenti me lo fa fare di leggere un libro tradotto quando posso leggere nella mia lingua?”
Così ci ritroviamo con un’industria del cinema d’intrattentimento distrutta e colonizzata, e una dell’editoria che non è mai davvero nata. La critica paludata (qualcuno per caso ha detto Benedetto Croce?), l’esterofilia, il perbenismo, la spocchia, chissà cos’altro, fecero piazza pulita, nessuno prese sul serio gli autori italiani una cinquantina di anni fa (eccezion fatta per qualche caso rarissimo), e non ci si è più ricordati di loro, creando un vuoto. Vuoto che venne colmato importando tonnellate di narrativa americana (ottima, in molti casi). La richiesta c’è sempre stata, ma è stata soddisfatta solo con prodotti d’importazione.
L’Italia è un paese povero di materie prime.
Fra di queste, rientrano anche film e libri...
Ci scandalizziamo se importiamo le arance dalla Spagna, ma sono decenni che due nostri settori industriali (nemmeno tanto secondari), hanno una bilancia dei pagamenti import/export perennemente (e drammaticamente) in rosso. E questo, che vi scandalizziate o meno, è un problema squisitamente italico. Rambo e Guerre stellari, l’hanno visto in tutto il mondo, ma persino i Coreani fanno più film di noi. Stephen King è un mostro sacro, nessuno lo discute. Io lo adoro senza se e senza ma. Però solo in Italia, leggere King impedisce di pubblicare Giuseppe Brambilla.
Chiunque accidenti sia Giuseppe Brambilla…
E finalmente arriviamo all’ultimo passaggio di questo mio sproloquio. L’ultimo aspetto su cui vorrei rifletteste. Giuseppe Brambilla è un aspirante scrittore, fa concorsi, manda manoscritti, riceve molti rifiuti. E’ frustrato. Sa che è molto difficile pubblicare, ma insiste. Si arrabbia spesso perché vede pubblicati libri di suoi connazionali e si chiede: “Perché loro si e io no?”
Non sappiamo se Giuseppe sia bravo o meno, ma sappiamo che avrà pochissime possibilità di veder pubblicato il proprio libro. E il motivo non è che un suo collega italiano gli abbia fregato il posto… Giuseppe Brambilla non sarà pubblicato perché l’editore a cui ha mandato il libro, ha comprato a caro prezzo il libro di Joseph Jenkins, un suo coetaneo americano che ha scritto un libraccio spacciato come un grande capolavoro dal suo agente. Però Giuseppe non se ne rende conto, non capisce che in un mercato i cui volumi sono costituiti al 70, forse 80% da narrativa anglosassone, i pochi posti rimasti devono bastare per una intera nazione di aspiranti autori.E si incazza con il collega italiano, apre un blog e lo copre di insulti.
Mentre nessuno parla di Joseph Jenkins.
La situazione si incancrenisce e acutizza perché per questi nostri aspiranti autori non c’è il normale, naturale sbocco editoriale che c’è negli altri paesi. Nossignori, qui siamo pieni di Joseph Jenkins che provocano il contingentamento delle uscite in lingua italiana! Alcuni di questi autori stranieri sono una benedizione, è innegabile, ma altri sono ciarpame. Ciarpame pagato a caro prezzo, venduto come merce sopraffina. Ciarpame che magari è pari a quello prodotto da Giuseppe Brambilla… eppure assai più appetibile. Io mi chiedo solo questo: ma se negli USA ci sono mandrie di autori frustrati che si lamentano di non trovare sbocchi in un mercato così vasto (e a loro esclusivamente riservato), cosa dovrebbero dire i nostri Brambilla, in un mercato editoriale dove il passaporto fa la differenza?
Zombie

“Ho sempre pensato che gli zombie rappresentassero la pervasiva xenofobia americana.”
“Davvero? Io ho sempre considerato noi stessi una metafora del consumismo galoppante.”
“Un qualcosa che dà l’idea della tenue linea di separazione tra civiltà e barbarie.”
Adesso mi sento davvero stupido ad aver ordinato cervello…
Galline possedute…
Paranormal… activity.
E’ così che dovrebbe andare…
Io odio Scooby Doo…
… da piccolo detestavo questo cartone che pur parlando di misteri e fantasmi, aveva un tasso di antipatia talmente alto da rendermelo insopportabile. C’erano troppi scemi nel gruppo, e la tipetta coi capelli a scodella e gli occhiali da segretaria finto-sexy era troppo saccente. Ecco perché la vignetta che vi propongo oggi mi ha fatto ridere di gusto.
Sono una brutta persona, lo so.










