Ieri sera, dopo una presentazione in libreria, mi sono messo a cianciare amabilmente con alcuni amici e la conversazione è scivolata presto su un tema sempre caldo: gli ultimi romanzi di Stephen King. Tutte le persone con cui stavo parlando erano lettori di vecchia data del vecchio zio Steve. Tutti, sebbene con diversi punti di vista, concordavano su una cosa: i vecchi romanzi erano di ben altra pasta. Gli ultimi sono sì, piacevoli, ma insomma… è come se alla fine mancasse qualcosa. Niente di drammatico, sia chiaro, ma quando per anni e anni sei abituato all’eccellenza (abituato troppo bene, diciamo pure) diventi esigente. Forse troppo.
A un tratto, la conversazione è scivolata da King alla critica SU King e guarda un po’, chi più, chi meno, ci siam sentiti tutti presi di mira. Spiego in due parole: da qualche tempo, i toni di alcune recensioni pubblicate on line e su testate anche importanti, sono cambiati. Da un misto di sufficienza e derisione, siamo passati – col lento scorrere degli anni – a un’attenzione sempre crescente, sino alla recentissima celebrazione a opera dei critici più giovani e blasonati (penso ai Wu Ming, ad esempio).
Quello che però stona in queste critiche, è il costante ripetersi di una specie di mantra che potrei riassumere in questo modo: questo libro di King è un capolavoro nonostante non faccia impazzire i suoi vecchi fans. Non è mio interesse in questa sede riflettere a proposito del torto o della ragione altrui, né cercare di assodare se King sia migliorato o peggiorato. La cosa che vorrei sottolineare è che – guarda un po’ – noi fans, noi lettori ventennali del Re, siamo ancora e sempre dalla parte sbagliata.
Quando osannavamo King e l’horror, ci prendevano in buona sostanza per pazzi. Quando cercavamo di convincere il nostro prossimo che King non scriveva robaccia, che quei romanzi horror erano cibo per la mente adatto a tutti, lo sguardo che di solito avevamo in cambio era di moderata indifferenza se non di compatimento. Di che accidenti stavamo cianciado? Quei romanzi erano fuffa, ci veniva assicurato.
Oggi, che King è diventato di moda e ne viene riconosciuto il valore letterario, siamo oggetto di biasimo perché ci lamentiamo delle sue ultime creazioni. Peccato non avere avuto delle sponde così importanti tipo un dieci anni fa, quando a parlare di King era come andare contro i mulini a vento. Dire oggi che King è bravo nonostante il genere e i fans, non mi sembra granché come presa di posizione. E’ come scrivere che la Nutella è buona, dopo 40 anni di diffusione di quella droga color cacao.
E’ come se si volessero smarcare dai fans, fare dei distinguo. Prima criticando King, oggi criticando i suoi appassionati.
Non voglio aprire una delle solite polemiche on line (per questo non ho linkato i pezzi incriminati), ma ribadire un concetto molto semplice: se i fan di King avevano ragione su di lui 10 anni prima che la critica ufficiale se ne rendesse conto, forse un motivo ci sarà. E prendere come un piagnisteo fastidioso le considerazioni che oggi, noi orgogliosi Figli del Re portiamo al nostro amato sovrano, è ingeneroso e un po’ miope.
Forse, come anni fa, abbiamo le nostre buone ragioni per pensarla così.