Depeche Mode a Milano: dopo il concerto
Cinque ore in piedi in mezzo alla calca, senza bere né mangiare, per non perdere il posto in terza fila sotto il palco e arrivare integro sino alle 21 e assistere all’inizio delle ostilità. Tre gruppi di supporto micidiali in grado di fiaccare ogni resistenza (a parte la nostra), con la povera DOLCENERA che abbiamo dileggiato a raffica supplicandola di levarsi di mezzo alla svelta, lei e il suo pianoforte a coda nero. Chi diavolo ce l’ha messa lì in mezzo?
Varia umanità, come sempre in un concerto vissuto nel parterre. Un francese educatissimo e silenzioso che alla prima nota della prima canzone, si è trasformato in un hoolygan sudato come un montone pakistano, saltando addosso a tutti e urlando come un ossesso senza un maledetto attimo di sosta. All’ennesima strusciata sudata contro la mia schiena, mi sono girato ringhiando e l’ho ridotto a più miti consigli. Pazzesco. Un ragazzo argentino che dalle 16 alle 23 è rimasto con occhiali da sole e un cappello di paglia bianco. Simpatico pazzoide, seguiva la band per mezza europa ed era in piedi da giorni senza chiudere occhio. Mi chiedo come fosse ancora vivo. Un napoletano vestito come se dovesse andare in ufficio, che dopo aver rotto il ghiaccio, ha iniziato a cantare (male) le canzoni del repertorio dei Depeche, con sommo strazio dei vicini (tra i quali il sottoscritto). Due ragazzine bionde, apparentemente insensibili a caldo e fatica, con una borsa dentro la quale tenevano cibo sufficiente per due pic-nic.
Poi alle 21 sono spariti tutti e ha preso il via la celebrazione…




