Poveri, sciocchi selvaggi…
Ora capisco gli indigeni che si vedono talvolta nei film d’avventura, parlo di quelli che vanno via di testa quando si fa loro una fotografia e che, tendenzialmente, un attimo dopo tirano fuori il machete e cercano di fare la pelle al fotografo di turno. Il terrore che coglieva quei poveri selvaggi, si racconta in queste pellicole, era dovuto al timore che quella macchinetta infernale sottraesse loro l’anima. Poveri, sciocchi selvaggi…
Sì, poveri sciocchi…
Oggi, però, mi sento molto vicino a loro.
Fratelli indigeni, vi stimo.
Per chi come me non è abituato alle fotografie, nemmeno quelle scattate di rigore ai battesimi e ai matrimoni, una fotografia è un furto, è un trauma, è un attimo congelato per sempre, non discutibile e assoluto. Eppure, facendo vedere alle persone a me vicine le fotografie che quell’artista di Fredi Marcarini, mi ha scattato sabato scorso, so di non avere torto a temere questo mezzo potente. Alcune persone, vedendo questi dodici scatti (selezione di una valanga di fotografie che mai in tutta la mia vita), hanno detto: “Qui ti riconosco, questo sei tu. Qui invece no.”
Non ho tutti i torti, allora…

Nel romanzo che potrete leggere il prossimo ottobre, Il Diacono, oltre alle tematiche di cui vi parlerò più in là, uno degli aspetti che mi ha intrigato di più è stata la possibilità di giocare sullo stridere tra requisiti fisici e morali. Azioni che ci sorprendono, solo perché da quel certo soggetto pensiamo di non poterci aspettarci altro, reazioni per noi impensabili o improbabili in taluni contesti, con taluni soggetti… Nessun trattato sociologico, antropologico o psicologico, non spaventatevi, non ho gli strumenti adeguati per tediarvi tanto. Ma qualcosa, pur con i miei mezzi grossolani e inefficaci, credo di coglierlo pure io e sebbene abbia solo sfiorato la superficie del fenomeno, davvero solo sfiorato, mi sono divertito molto a farlo.
In una società come la nostra, dove l’apparire è spesso più importante dell’essere, come ci vedono gli altri rischia di essere determinante. Non fondamentale, forse, ma determinante sì. Fuori da ogni ipocrisia, ci sono persone che hanno la pretesa ci inquadrarci solo perché leggono quello che scriviamo, o addirittura per come siamo loro descritti da terzi. Figuriamoci quello che può fare un’immagine.
Tornando a queste fotografie, la riprova di quanto sopra, è che a seconda della persona a cui le mostro, mi è stato detto quale fosse quella che mi “rispecchiava” di più e addirittura mi è stato detto: “In questa non sei tu, non ti riconosco.”
E’ ovvio che questa cosa, me la può dire solo chi mi conosce e frequenta. Sanno chi sono e non li si può ingannare. Eppure la fotografia è un’immagine di me stesso, non ho maschere o trucchi o costumi di scena. Quello sono “oggettivamente” io?
L’immagine che abbiamo di noi stessi è la stessa che gli altri percepiscono? E se voi che non mi conoscete, vedeste una delle fotografie che – a detta di altri – non mi rispecchiano, quale idea vi fareste di me?
Questo è uno dei motivi per cui, tendenzialmente, dei miei personaggi evito di dare descrizioni fisiche troppo accurate. Ci sono caratteristiche salienti, imprescindibili, ma il resto preferisco sia frutto dell’immaginazione del lettore perché sarebbe come mostrargli fotografie di persone che non si conoscono. Darei un’idea forzata del personaggio, innaturale. E’ meglio che con i pochi tratti che descrivo, l’idea del viso si plasmi in base alle sue azioni e alle sue parole.
E a questo punto vi chiedo di aiutarmi: datemi un viso. In fin dei conti, non sarò altro che uno dei personaggi di quel libro. Qualcuno di voi magari mi conosce, altri un po’ di meno, altri ancora per niente affatto. E qui sta il bello. Devo scegliere quale fotografia mettere sulla copertina del romanzo (nell’aletta interna o in quarta di copertina, ancora non so) e quella immagine sarà la mia faccia anche per chi non mi conosce. Non posso proporvi la mia faccia vera, perché quella – semplicemente – non è fotografabile. E quelle che vedo fotografate le trovo insopportabili. Non posso fare altro che chiedere a voi che leggete, quale di queste fotografie vi potrebbe catturare di più, per chissà quale motivo. Non certo per il soggetto, che è quello che è, abbiate pazienza, ma per quello che evoca. Quale tra esse potrebbe incarnare la vostra idea dell’autore di un romanzo horror dove ci sono monaci esorcisti, un sacco di gente che ci lascia le penne e un mondo che scivola veloce verso il suo capitolo conclusivo?
Fatemelo sapere come volete. Via mail, qui sui commenti, su Facebook. Non importa come, ma fatelo.








febbraio 19th, 2010 at 10:32
Secondo me, se Il Diacono fosse pubblicato in qualche paese anglosassone, sul fondo del volume finirebbe sicuramente la prima fotografia.
Però io preferisco la terza. E’ più riflessiva, misteriosa, e poi un po’ di maschera c’è: quella delle ombre, quella che preferisco.
PS: a proposito, bello il tuo articolo sulle maschere comparso su Dark.
febbraio 19th, 2010 at 10:38
Lycas, hai scelto la mia preferita, in effetti. Mi si vede poco, per questo mi piace.
Sono contento tu abbia gradito l’articolo, e soprattutto che tu abbia trovato la rivista. Io ho dovuto farmela spedire.
febbraio 19th, 2010 at 10:59
La prima, senza alcun dubbio. Sguardo minaccioso e posa da “adesso vi randello tutti quanti”.
Eviterei quelle con espressioni che vanno dal pensieroso allo sguardo perso nel vuoto e, soprattutto, il classico primo piano con pollice sotto il mento e indice lungo la guancia.
febbraio 19th, 2010 at 11:02
ahahahah, quella del pollice/indice la detesto anche io.
A volte i fotografi sanno essere così devastanti…
Non mi spiace quella che mi segnali, in effetti.
Grazie per il prezioso contributo, caro.
febbraio 20th, 2010 at 13:07
mah… effettivamente la prima non è male, perfetta se vuoi fare un poster life size per le tue groupies… XD
anche se, pensando da “lettore da prendere all’amo” forse vedrei meglio (pubblicitariamente, anche se non è niente di nuovo sotto il sole) la quarta, quella “attraverso la porta” (ma dove sei, in un ramo abbandonato della metro? o nelle fogne legnanesi?)
febbraio 20th, 2010 at 13:15
Ero a Milano, nell’ex stabilimento della Richard Ginori.
Quelli che facevano cessi, per intenderci.
Il destino è un sarcastico bastardo…
febbraio 23rd, 2010 at 11:32
Ma quanto sei figo.
Potresti sostituire un attore a caso nella pubblicità del martini. ^___^
febbraio 23rd, 2010 at 11:37
No, scusa, io la scena del maglione davvero non la faccio!
Dovrei fare la ceretta e non mi sembra il caso…
febbraio 24th, 2010 at 13:35
LOL
IO ovviamente mi riferivo a questo
http://www.youtube.com/watch?v=euLRDIVYafw
E non dirmi che non saresti una controfigura perfetta… anzi lui potrebbe farti da controfigura anche se è meno figo. ^___-
febbraio 24th, 2010 at 13:59
Ok, ti serve qualcosa. Avanti sputa il rospo.
Soldi? favori? Occhiali da vista nuovi?
Cmq tanto per ridere, ti racconto a proposito di sosia una cosa divertente. Ma non c’entro io.
Qualche anno fa mio padre era a cena con mia madre e degli amici, in un posto sul lago.
Un paio di signore continuano a guardare dalla sua parte con insistenza, confabulando.
Mia madre le nota e un po’ si secca. A un tratto le due signore si alzano dal loro tavolo, si avvicinano a quello di mio padre e IN ITALIANO le due tardone chiedono: “Ci scusi, ma lei è Harrison Ford?“
febbraio 25th, 2010 at 16:02
Bella però.
Lui ha risposto di sì, vero, dimmi che ha risposto di sì… e in italiano.
^___^
marzo 4th, 2010 at 13:42
Quella che mi piace di più è di gran lunga la terza: meno ‘diretta’.
marzo 21st, 2010 at 19:11
La prima.