Fantasy Horror Award #2: adesso so che conta davvero!
Temo di aver bisogno di una cassaforte, e anche in fretta. Lo giuro, non avevo capito di essere entrato in possesso di un oggetto tanto prezioso e conteso… scemo io ad aver messo questa statuetta di neanche-tanto-puro ottone per-niente-massiccio sulla libreria del mio studio, in mezzo a una pila di volumi horror in attesa di lettura. Adesso però ho capito, occorre una teca di vetro spesso e un sistema d’allarme.
Come minimo.
Sto anche pensando ai cani…
A leggere alcuni (prevedibilissimi) commenti che mi vengono segnalati e che rimandano, di sito in sito, sino ai Soliti Sospetti (seeeempre gli stessi), temo davvero di aver preso un abbaglio. Ma giuro che quando sono uscito dall’autostrada, il cartello diceva davvero ORVIETO e non LOS ANGELES. E il teatro dove si è tenuta la bella serata, giuro che non era il Kodak Theater a Hollywood. Oddio, c’era un po’ di gente che parlava inglese, ma sono certo che quella fosse Orvieto. Umbria. Italia.
O-R-V-I-E-TO con massimo rispetto per la regione Umbria tutta, ma santodio… Orvieto!
Eppure a leggere questa roba, c’è da chiedersi se questa gente, questi indignati per professione, lo sappiano che quelle statuette non sono l’Oscar. Io ne sono conscio. Credo anche tutti quelli che l’hanno ritirata (e l’atmosfera di sana giovialità credo abbia messo tutti d’accordo sul fatto). Tutti a parte quelli che oggi si stanno affannando per gridare forte e con convinzione che quel premio sarebbe dovuto andare a Tizio, che sono pazzi ad aver premiato Caio e che soprattutto Sempronio deve mo-ri-re! E poi vai di considerazioni sui massimi sistemi, che tanto è tutto un magna magna, la vita è uno schifo e a me non mi caga nessuno, ecco…
Sì, ma – benedetti figliuoli – eravamo a Orvieto!
Che fosse una cosa tanto importante, mica l’avevo capito fino a oggi. Adesso però mi sto rendendo conto di avere in casa un autentico cimelio. Forse è il caso che inizi pure a tirarmela un po’, tutto sommato. E non sto facendo battute, perché, vi garantisco, che nessuna delle persone presenti (tranne una, ma non vi dico chi è nemmeno sotto tortura) ha vissuto questa occasione come un momento di Sacra Celebrazione. E’ stata una festa. Una bella festa. Leggere i commenti di gente (che tra l’altro non era presente, peccato, a uno avrei volentieri detto quattro parole di persona… Ringhio la prossima volta non mancare dai!) coi soliti toni assolutamente deliranti, manco stessero parlando di un premio che possa decretare successo imperituro o grande infamia per gli sconfitti, è davvero ridicolo.
Rendetevene conto è ri-di-co-lo.
Come per i cani di Pavlov, basta un input – anche minuscolo – e scatta la bagarre! Solo che scatta fermandosi a quella che è la pelle, la superficie del fenomeno, nella totale incomprensione di quello che si pretende di commentare, usando il solito fraseggio e termini di paragone sinceramente imbarazzanti.
Ma anche addentrandosi, come poter pretendere dare un giudizio universale? Io posso parlare di quello che ho visto e vissuto in questi due giorni, non altro. Mi sono incazzato anche io perché le interviste erano sballate come orario, altre sono saltate, perché ho dovuto correre per due giorni da una parte all’altra della città… però vediamo di essere chiari e adulti: se non vi sta bene, la prossima volta statevene a casa.
Io di solito faccio così.
E vivo alla grande.
Provateci…
Non partecipo a tutto, vado solo ad alcune manifestazioni e se mi trovo bene ci torno, se no, smetto. Se ho qualcosa da ridire sull’organizzazione, non mi faccio problemi: io piglio il capo e glielo dico. In faccia. Non mi cago sotto per poi tornare a casa e scrivere sul blogghettino con piglio rancoroso e vendicativo. Io piglio il tizio in disparte, a quattrocchi, e glielo dico.
Assolutamente liberatorio, credetemi.
Se non vuole ascoltare, semplicemente, l’anno dopo declino l’invito. E non venitemela a menare sulla responsabilità che avrei di denunciare questa o quest’altra cosa… Sono cazzate.
Cazzate che possono permettersi di sparare i parvenue, quelli della pappa pronta. Quelli che sono arrivati trovando già le cose messe in piedi, che non hanno nemmeno idea di come si organizza un evento, un sito, una rivista, un’impresa editoriale o una produzione cinematografica in un paese storicamente avverso all’horror come il nostro. Arrivano e sputano sentenze.
Non lo sanno, quindi fanno i capricci.
Ma chi come me (lo so che ai capricciosi, quando dico così, la bile sale, ma la loro bile in aumento mi fa talmente godere che reitero ad libitum) c’era quando qui “era tutta campagna” e non c’era niente di quello che oggi ci si permette di distruggere per partito preso, sa quanto sia maledettamente difficile. Quanto tutto questo giocattolo sia ancora fragile. Meglio fare, sbagliando, che stare chiusi a ringhiare addosso a tutto quello che fanno gli altri.
Vanno bene i festival scricchiolanti, le premiazioni un po’ sopra le righe, i premi un tanto al chilo… Sempre meglio del deserto che c’era prima, del deserto che alcuni talebani – con poco sale in zucca, ma tanto fegato da mangiarsi – vorrebbero vedere attorno a sé, così da poter finalmente brillare in prima persona in mezzo a tanta desolazione. E non menatemela sul fatto di essere duri e puri, che c’è gente che nemmeno sa dove stia di casa sta definizione. E’ solo opportunismo mascherato da sacro furore. Criticano perché non hanno la minima idea di dove andare a sbattere la testa.
Ma sarebbe ora che alzassero il culo invece di criticare chi già c’è per le “posizioni” che occupa, manco stessimo parlando del Soglio Pontificio. Non è mica un club esclusivo e a nessuno è dovuto niente. Sporcatevi le mani, signori.
Alla fine è questo che rode e che si continui a dire “critico non perché sono invidioso ma per sacrosanti motivi” è una coperta corta e logora. Tra l’altro, nel caso specifico, mi levo pure un sassolino dalla scarpa. A questa manifestazione, sono stato invitato con estremo tatto, visto che l’organizzazione era figlia di un ambiente a me ostile. Ma sì, parlo di quella rivista il cui editore ha fatto il ganassa salvo poi pigliare i ceffoni editoriali da me predetti e puntualmente avveratisi, come a dire che a parole son bravi tutti ma i fatti… Ah, i fatti…
Ci siamo parlati, spiegati.
E io che sono un buono – diomio quanto sono buono – sono andato a Orvieto. Ho organizzato una tavola rotonda e c’è andata un sacco di gente. Ospiti contenti, atmosfera frizzante. Ho stretto la mano a Gulli, pur facendo presente che i problemi c’erano e che l’anno prossimo avrebbero dovuto lavorare tanto per sistemarli. Qualsiasi professionista sa che in ogni lavoro il problema in agguato c’è e ci sarà sempre, e più è grosso il lavoro in ballo, e più casini ci sono. Se il FHA migliorerà o no, sono fatti di Gulli. Chi premierà e chi no, sono fatti suoi, perché io non misuro la qualità del mio lavoro in base ai premi.
La cosa davvero divertente è che alcuni di quelli che oggi vorrebbero sfasciare la testa a Gulli, ieri gli leccavano le terga pur di avere uno spazietto sulla rivista che curava per quell’editore che nemmeno nomino e col quale ho avuto alterchi non secondi alla battaglia delle Termopili. Ma com’è sto fatto? Sta gente mi fa impazzire… ti chiedono l’amicizia su Facebook ma poi son lì a parlarti alle spalle. Vengono a presentarsi e a stringerti la mano, e ti sorridono, ma girato l’angolo confabulano con fare vittimistico. Contenti voi…
Credo che sia più onesto e corretto dirsi in faccia le cose. Secondo me, pur con tutti gli errori evidenti, questa credo sia una manifestazione che potrebbe diventare un appuntamento piacevole. E se così non fosse… ma dove sta il problema? Le manifestazioni e i festival, in Italia, hanno tutte una data di scadenza: nascono e muoiono dopo qualche annetto. Come è possibile veder spuntare il solito coro livoroso per una manifestazione chiaramente ludica come questa? Quello che dobbiamo chiederci è: a chi davvero interessa se a Orvieto vince Balaguerò invece di Pincopallo? Questo “premio” cambia qualcosa nella vita di chi se l’è portato a casa?
Vi svelo un segreto: no.
Rendetevene conto tutti e fatevene una ragione. Noi che c’eravamo, ce la siamo fatta.




