Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana
Lo so, il titolo grida vendetta, ma leggete fino in fondo e capirete. In realtà questo post avrei dovuto pubblicarlo circa 10 giorni fa, poi sono successe cose e l’ho messo in stand-by. Adesso che ne sono successe altre (continuano a succedere cose, dannazione), l’ho scongelato. E riscritto alla luce di quanto è accaduto.
Come forse saprete – e se non lo sapete, ve lo sto per dire – qualche giorno fa, è stato annunciato che il mio “vecchio” editore avrebbe cambiato la propria linea editoriale. A quanto pare non c’è più posto per l’horror come lo intendiamo e soprattutto, gli autori italiani non riceveranno più le attenzioni che meritano (a essi sarebbe riservata solo la pubblicazione in eBook). Sapete quanto poco io gradisca l’eBook, non tanto come mezzo in sé, quanto come “sistema”. Gli strumenti non hanno colpe: chi li usa in maniera sbagliata invece sì. Questo porta a distorsioni poco simpatiche nel sistema editoriale e anche per questo, avevo inizialmente deciso di rinunciare a proseguire su una certa rotta, interrompendo lo sviluppo del Diacono 2, un romanzo al quale tengo molto e che scriverò solo se potrò pubblicarlo in maniera adeguata all’affetto che provo per il progetto.
In seguito al mio comunicato scarno e cialtrone (come mio solito), sono stato contattato da un altro editore che già conoscevo per la cura con cui gli avevo visto confezionare e promuovere alcuni libri. Si sono detti interessati a discutere del progetto e nelle prossime settimane proporrò loro una struttura così da illustrare cosa voglio fare. Visto che la trattativa è ancora in corso e ci vorrà tempo, mi scuserete se non vi anticipo nulla, ma non mi parrebbe corretto nei confronti di questo editore.
Comunque vada, mi fa piacere che si siano interessati a me e ancora di più, mi fa piacere aver ricevuto in queste ore il sostegno e il supporto di tantissimi tra voi. I messaggi che mi arrivano sulla bacheca di Facebook e in privato sono pieni di affetto, entusiasmo e impazienza per il Diacono 2, e voglio pubblicamente ringraziarvi, non tanto per il calore che riuscite a trasmettermi, quando per l’indispensabile energia che mi infondete, senza la quale, lo ammetto, sarebbe davvero dura continuare a scrivere in un mercato editoriale come il nostro.
Come scrive il mio amico Giovanni Arduino in coppia con Lara Manni:
Sarà (è, in effetti) il momento duro/durissimo di cui sopra, ma qualche circuito sembra essere saltato, qualche ingranaggio andato fuori asse . Non adesso, non oggi, per carità, solo che adesso, oggi, le conseguenze e gli effetti sono più evidenti e probabilmente più gravi. E dunque: ognuno fa quel che vuole. E spesso non è il che cosa ma il come (in parte si ritorna alle “curiose interpretazioni” di cui abbiamo parlato prima). E nessuna regola, nessun patto vale più. E allora si spreme lo spremibile, si commissiona il commissionabile, si ordina in automatico quello che va ordinato ai “fornitori di contenuti ad hoc” (gli scrittori, ovvero coloro che scrivono, tanto per ricordarlo, anche se il vecchio “content is king”, il contenuto è re, viene già sostituito dall’ “experience is king”, ovvero non importa che cosa si ha davvero in mano ma quello che ci si costruisce attorno…
Il momento è durissimo (lo è per tutti, in qualunque settore, non solo quello editoriale), e proprio perché è dura, per un autore che non fa il comico di professione, che non è un politico, un presentatore TV, una pornostar, un calciatore, un ex-terrorista, un qualsiasi maledetto freak pescato nella società civile, insomma, per un povero cristo che come unica colpa ha quella di scrivere-e-basta, è dura davvero perché senza avere alle spalle un editore che creda in te e voglia promuoverti, non vai troppo lontano.
L’ho già detto in una intervista in occasione del Diacono: troppo spesso chi scrive di genere e ha un passaporto italiano, non può combattere ad armi pari. Ha una mano legata dietro la schiena e nonostante questo handycap, gli si rimprovera di prendere troppi ceffoni dai colleghi stranieri. Colleghi stranieri che arrivano in Italia pompati a mille e con promozioni di tutto rispetto. Del resto bisogna rientrare dei cospicui anticipi versati loro, quindi bisogna che vendano! E allora vai di promozioni, fascette, iniziative editoriali. Se penso che il mio Diacono praticamente me lo sono promosso e lanciato quasi da solo (il periodo non era dei migliori a causa di problemi di varia natura che non sto a elencarvi), un po’ mi sento figlio della schifosa, ma in Italia è così che funziona e lo facciamo con gioia perché in fondo ci piace quello che facciamo, quindi chi se ne frega. Va anche bene così.
Basta che non si facciano paragoni, altrimenti ci viene da chiedere: ma su questi nostri libri, quanto avete investito? E quanto avete investito sui tanto amati best sellers americani, libri che arrivano in Italia con un battage pubblicitario già costruito e funzionante e per questo straordinariamente avvantaggiati?
Già, forse il problema è proprio questo. Altrove (Stati uniti, Francia, Germania, Nord Europa, Spagna…), gli editori stranieri scoprono talenti o presunti tali, li coccolano e fanno montare il caso. Fanno in modo di vendere sfracelli in patria e poi li propongono all’estero (spesso a caro prezzo) sia che in mano abbiano un poker o una scala mancata. Il bluff in editoria funziona come nel poker. Forse meglio. In Italia, invece, ci comportiamo tale e quale alle nostrane squadre di calcio: si importano giocatori stranieri già collaudati, strapagandoli, si fanno squadre senza giocatori italiani, nessuno più investe sui vivai e poi quando gioca la Nazionale prendiamo calci nel culo anche dal Bangladesh.
Semplice e pulito.
Il pubblico, la domenica si diverte lo stesso, ciascuno ha il suo idolo, i giornali vendono e le trasmissioni TV si riempiono di contenuti. Ma quando si arriva agli Europei o ai Mondiali, ci ricordiamo quale enorme cazzata abbiamo fatto e gridiamo allo scandalo. Dura poco però, perché poi la Serie A ricomincia e tutto passa…
Se pensate che io stia esagerando, date una occhiata a questa piccola ricerca che ho condotto nelle passate settimane. Ho monitorato le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. L’ho fatto monitorando i maggiori siti nazionali che ha aperto Amazon: USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Italia. I valori cambiano di poco, di giorno in giorno, quelle che vi propongo sono delle medie, delle tendenze che grossomodo danno l’idea dello stato in cui versano i mercati editoriali negli stati presi in esame.
Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue
I numeri possono cambiare di qualche unità, ma le tendenze sono quelle che vi ho riportato sopra. Se andassimo ad analizzare le classifiche per genere, il dato italiano diventerebbe drammatico (quando Il Diacono era andato al numero 1 dei più libri horror più venduti su Amazon, solo il 5% dei libri in classifica era italiano…). Questo significa che può essere che negli USA o Inghilterra ci sia nella lista dei bestsellers un libro di un autore tradotto, ma è un evento raro. Non è la regola, come avviene nel nostro Paese. La tendenza è quella che vedete: gli americani vogliono leggere libri americani. E se non ci credete, vi racconterò un giorno di cosa voglia dire proporre un romanzo italiano negli USA. Ne so qualcosa e le risposte sono state illuminanti, credetemi.
Qualcuno più scettico potrebbe anche dirmi che questo succede solo per i best sellers, che magari ci sono migliaia di libri tradotti negli USA. Vero. Ma è interessante notare comunque come all’estero (vale anche in Francia e Germania) fra i best sellers, la percentuale di libri prodotti nella propria nazione sia maggioritaria rispetto a quelli tradotti. In Italia questo non accade e basta dare un’occhiata agli scaffali di una qualsiasi libreria per rendersi conto di come stiano davvero le cose. Tutto ciò ha origini lontane, lo potremmo far risalire alla reazione per il ventennio fascista e la chiusura a tutto quello che veniva dall’estero? All’entusiasmo per la liberazione a opera degli Stati Uniti? Alla voglia di sentirci anche noi americani che ci colse negli anni del dopoguerra e del boom economico?
Qualunque sia la ragione, è innegabile che tutti noi siamo a tal punto condizionati da trovare “provinciali” le storie ambientate in Italia e se i protagonisti non si chiamano John o Frank ci suona male. Siamo tutti figli di Salgari, forse? Preferiamo ambientare storie in paesi che nemmeno conosciamo piuttosto che fare come Stephen King che scrive quello che avviene nel cortile di casa sua? Se vi stupite di questa mia affermazione, significa che ho ragione. Siamo così condizionati che ci pare normale conoscere meglio Castle Rock di Milano.
In tutto questo discorso, badate bene, non ho mai parlato di qualità dell’oggetto libro. Non mi interessa. E non influisce minimamente su quanto vi sto dicendo. Ricevo costantemente libri di ogni tipo e genere e trovo talmente tanto ciarpame tradotto da avere la nausea per i prossimi 300 anni. Il fatto è che quando esce un libro italiano, questo viene vivisezionato e se non risulta meno che perfetto, spesso viene massacrato. La cosa potrebbe anche andarmi bene, se fosse una pratica estesa a tutto il mercato, ma così non è perché – vi garantisco – in commercio ci sono di quelle porcherie che gridano vendetta, in hard cover, con fascette eccezionali, reperibili ovunque, dagli autogrill ai supermercati e di questi volumi non troverete una sola riga di critica. Nè positiva né negativa. Silenzio. Questi libri hanno il loro mercato, vendono e gli editori sono convinti che vada tutto bene, quindi continuano a farli. Questo non significa che non bisogna recensire i libri o non dire che fanno schifo se fanno schifo: questo significa che ciò accade sempre per i libri italiani (numericamente limitati e quindi perfettamente monitorabili nel loro insieme), mentre è impossibile che avvenga per ogni libro made in USA che esce nel nostro paese.
Per ogni brutto libro italiano vivisezionato e massacrato, un migliaio di brutti volumi americani passano senza colpo ferire, vendendo senza che nessuno se ne accorga nemmeno.
E’ come se il mercato editoriale fosse un enorme Iceberg. C’è una piccolissima quantità di libri esposti alle intemperie, al sole che li scioglie, al vento che li consuma rendendoli poco appetibili, ma sotto il pelo dell’acqua, silenziosa e immane, c’è la massa di libri davvero importante e pericolosa, quella che schianta la fiancata del Titanic e lo affonda. Quella massa di libri che costituisce la spina dorsale e – drammaticamente – il vero problema dell’editoria italiana. Inarrestabile e per questo indispensabile, sommerso tanto che si stenta a percepirne le reali dimensioni, e per questo defilato. Sappiamo che c’è, la sotto, ma non ce ne curiamo. Preferiamo dare la colpa di ogni male a quei pochi libri esposti al sole e al vento lassù in cima.

La massa di libri tradotti è una zavorra incredibile. E’ vero, è comodo proporre libri già collaudati all’estero che arrivano da noi ammantati di un irresistibile fascino esotico, ma se da un lato questo può apparire come un risparmio e un vantaggio, dall’altro, alla lunga, si dimostrerà un costo letale. Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.
Ricordatevi: in editoria conta più la promozione che il contenuto. Purtroppo, direte voi. Se non sai che esiste quel bel romanzo in libreria, non lo puoi comprare. Ma se ovunque ti volti, vedi iniziative promozionali, allora alla fine cedi e corri a comprarlo. E questo accade indipendentemente dal passaporto dell’autore. Dire che gli italiani abbiano meno appeal, è falso. E lo dimostrano in maniera inoppugnabile due editori che in questi ultimi mesi stanno dimostrando come il marketing editoriale possa promuovere anche un autore italiano dando ottimi risultati in libreria. Pensate a Marsilio col romanzo di Roberto Costantini oppure alla Newton col romanzo di Marcello Simoni (ma anche con quelli della Ghinelli e di altri perfetti sconosciuti italiani che sono stati lanciati alla grande da un sapiente lavoro editoriale). Non è questione se il libro sia bello o brutto, ma se lo vuoi promuovere o no!
Ci sono autori stranieri che vengono pagati profumatamnte solo per poterseli tenere in catalogo, soldi che non saranno recuperati dalle vendite in libreria, ma che sono ripagati in prestigio. Autori americani pagati a peso d’oro perché del loro (brutto?) libro viene fatto un film e quindi garantirà visibilità. Che siano belli o brutti i loro libri, non importa quasi nulla: conta cosa riescono a garantire in termini di resa commerciale. Ora immaginate l’esordiente italiano, sconosciuto, magari di talento. Paragonatelo a uno dei due modelli di autore di cui sopra e chiedetevi: è una lotta ad armi pari?








