La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano

Spaghetti Western, la crisi, i libri e gli ammerigani

Date: 22 dicembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 3

Ultimamente i titoli dei miei post hanno preso una deriva ermetica e caotica, tanto da essere costretto a scusarmi a inizio articolo per la loro apparente assurdità.  Oddio… apparente mica tanto. Assurdi lo sono di sicuro, ma mi piace pensare (il che la dice lunga) che abbiano un senso. E come in occasione del precedente Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana, che tanto ha fatto discutere, torno con un post dal titolo polimorfo e sconclusionato per aggiungere puntini a mazzi su altrettanti mazzi di “i”.

Se però adesso vi state chiedendo del perché di questa mia foto introduttiva, vi devo pregare di avere un po’ di pazienza. Ci torneremo su. Abbiate fede e tenetela bene a mente. I più sgamati tra voi, lo capiranno presto. E se c’è qualcuno che lo ha già capito, sappia che ha tutta la mia stima.

Dicevamo, puntini sulle i

L’articolo che vi ho appena linkato, ha sollevato un discreto vespaio su Facebook (discreto non nel senso che le vespe facevano poco casino per non disturbare, sia chiaro), generando diversi polemici fiumi carsici ciascuno dei quali ha preso direzioni diverse. Ammetto di non aver potuto seguire ogni rigagnolo, abbiate pazienza, ho una vita da vivere. Però mi ha stimolato osservare come gli stessi dati, in mani diverse, possano essere usati a secondo del differente modo di vedere le cose. I numeri non mentono, ma possono essere usati per sostenere tesi anche contrastanti, perché ci sono persone che nei numeri vedono solo quello che vogliono vedere.

Come il proverbiale e gustoso cacio sui maccheroni, tuttavia, qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo, ecco palesarsi in edicola La Repubblica con un gustoso articolo che snocciola diverse considerazioni sulla crisi del libro alla luce dei dati presentati da Nielsen BookScan alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”. Visto che la sempre ottima Lara Manni si è smazzata la trascrizione del pezzo, io copio incollo le parti per me interessanti lasciandovi, se lo desiderate, di leggere tutto l’articolo sul di lei blog.

Primo passaggio. La crisi.

Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan [...] non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).

Capito il quadretto idilliaco? Vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo? Direi che i numeri parlano chiaro. Ora, ricordate cosa scrivevo io nell’articolo precedente, venti giorni prima del pezzo di Repubblica? I libri italiani sono pesantemente penalizzati dall’attuale sistema editoriale, sono promossi poco e male (quando riescono ad arrivare in libreria), perché gli editori riservano tutte le loro attenzioni ai libri stranieri. Avevo anche pubblicato una statistica fatta osservando le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. Il risultato è stato il seguente:

 

  • Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue

 

Ora, leggete cosa viene scritto nell’articolo di Repubblica:

Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. [...] Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti.  

Questo passaggio, che non ha sollevato alcuna polemica, da nessuna parte, mi ha fatto venire i brividi. Siamo davvero ormai così assuefatti alla situazione attuale da non capire come il nostro mercato editoriale sia completamente fuori fuoco? Seguite il labiale: il settore fiction è in crisi perché costano troppo i libri stranieri. Se non siete ancora saltati sulla sedia sbavando come scimmie urlatrici della foresta amazzonica, avete più sangue freddo di quanto non ne abbia io, amici miei.

Nel mio articolo scrivevo:

Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.

Ecco che adesso su Repubblica, vi stanno dicendo la stessa cosa, ma colpevolmente, nessuno vi fa notare l’assurdità della situazione. Ed è ovvio che sia così: sono 50 anni che le cose vanno avanti in questo modo, ormai nessuno si ricorda, né può immaginarsi, com’era il mondo prima dell’invasione (quanto sono melodrammatico, benedetto il cielo…). Nessuno è capace, io per primo, perché siamo talmente abituati a vedere le librerie piene zeppe di libri americani (ed europei) che nemmeno ci poniamo il problema, anzi: ci siamo addirittura formati sui libri dei narratori americani! E lo abbiamo fatto perché la nostra generazione, anche volendo leggere libri italiani di genere, non ne trovava! La mia adorazione innegabile verso la narrativa americana, tuttavia, non può rendermi cieco. Non posso fingere di non vedere come la situazione sia talmente scappata di mano che oggi gli editori non potendo né volendo pubblicare autori italiani, sono costretti a diminuire le uscite di costosi testi tradotti, andando a far ovviamente calare i fatturati delle loro stesse aziende!

Insomma, si stanno suicidando da soli…

Qualcosa di simile, anche se con dinamiche differenti, è successo al cinema italiano, e forse farvi qualche esempio vi aiuterà a capire quello che è successo (e potrà ancora succedere) in editoria.

So che i più giovani tra voi, svezzati a botte di cinepanettoni, stenteranno a crederci, ma qualche decennio fa, i film li facevamo anche in Italia. Roba da pazzi, vero? Non facevamo solo storie di trentenni o quarantenni in crisi, no, si parlava di avventura, di fantastico, di fantascienza e orrore. Eravamo talmente bravi da insegnare agli americani come fare film horror e western. Negli anni sessanta e settanta si giravano storie di frontiera in set nostrani, con tale maestria e fingendoci così bene americani, da convincere gli americani stessi. Sergio Leone fece diventare Clint Eastwood una star e il suo modo di fare cinema fece scuola.

Ma non era tutto rose e fiori. Il trucco letale era sotto gli occhi di tutti. E finalmente arriviamo ai due signori nella foto di apertura, un fotogramma del filmone Lo chiamavano Trinità. Sapete chi sono, vero? Ma certo che lo sapete, sono Bud Spencer e Terence Hill. Lo sanno tutti, anche i paguri lo sanno. Io ci sono cresciuto coi loro film e ricordo ancora quando andai al cinema a vedere quel capolavoro assoluto che era Altrimenti ci arrabbiamo (1974), con lo stesso Donald Pleasence che poi fece il Dr. Loomis nell’Halloween di Carpenter (1978), avete presente? Un film con la scena più cult di tutta l’intera storia del cinema per quelli della mia età (e coi miei gusti cialtroni)…

Ora, alzi la mano chi appena ha visto la foto in testa a questo pezzo ha detto: “Toh, guarda Carlo Pedersoli e Mario Girotti.” E non imbrogliate che vi vedo e vi vengo a prendere uno per uno… Diciamolo chiaro e tondo: ma chi diavolo sono Pedersoli e Girotti? Quei due sono e resteranno per sempre Bud Spencer e Terence Hill, non c’è scampo. Lo sono e lo resteranno perché sono decine di anni che in Italia per fare il figo devi per forza avere un nome ammerigano, altrimenti non ti si fila nessuno. Un’intera generazione di attori e registi si è dovuta affidare al rassicurante abbraccio di uno pseudonimo anglofono, alimentando così la falsa illusione che anglofono fosse bello e fosse – soprattutto – l’unica soluzione possibile.

Il paradosso è che tutti sapevano che quell’omone barbuto non era americano:  santoddio, Carlo Pedersoli non era un tizio sbucato fuori dal nulla, è entrato nella storia per essere stato il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera del minuto netto nei cento metri stile libero! Era famoso. Eppure non andava bene lo stesso. Non era sufficiente, e la sua fortuna l’ha avuta facendo nascere il suo alter ego Bud Spencer. Ma saremo o no una nazione di pazzi furiosi? E’ la stessa cosa del leggere autori italiani che pubblicano sotto pseudonimo: siamo felici di essere imbrogliati. E lo siamo da talmnte tanto tempo, che non ci rendiamo più conto di esserlo. L’inganno ci sembra l’unica realtà possibile e reagiamo con aggressività quando ci dicono che le cose non dovrebbero andare così.

Ma cosa vuole questa gente? Noi vogliamo fare gli americani! Noi vogliamo essere americani! Noi vogliamo leggere inglese, parlare inglese, vivere la vita di Grissom in CSI (ma guai a farci mangiare qualcosa di diverso dalla pasta Barilla, mondocane…)

Nel mondo del cinema, però, col passare degli anni, “fare” gli americani è diventato sempre più difficile, e il non aver cercato di percorrere una via italiana al cinema di intrattenimento, lasciando il campo all’imbattibile macchina dei sogni americana senza cercare una praticabile via nostrana, ha finito poi per rendere impossibile ogni tentativo. Mentre spagnoli e francesi hanno continuato a farlo (con ottimi risultati) a noi è stato detto che non eravamo più in grado (siamo bravissimi a darci la zappa sui piedi, di questo ce ne sia dato atto), e il risultato è stato quello di fare tabula rasa di un’industria forse povera, ma ricca di idee e inventiva, di professionalità e passione. Oggi non c’è più un ambiente dove far crescere un certo tipo di cinema, dove sperimentare, dove scambiare esperienze, e così facendo, chiunque voglia provare a fare un film (magari un horror) si trova da solo, in mezzo a un deserto immenso.

Se il malcapitato volesse poi sperare di racimolare due lire, dovrà fare un film in inglese. Perché con l’italiano non recupererà mai i suoi soldi. Come mai?, vi starete chiedendo. E’ molto semplice: nel mercato USA, nessuno vuole vedere un film doppiato (segnatevelo perché è importante). Può essere la peggiore porcheria di questo mondo, ma lo dovete girare in presa diretta e in lingua inglese, altrimenti il vostro filmetto ve lo guardate a casa vostra, e tanti saluti. Il cinema americano ha colonizzato il mondo, ma l’america è impermeabile ai film che provengono dall’estero. E la riprova sono la lunga serie di remake di ottimi film europei o giapponesi, rifatti pari pari solo per inserire attori e ambientazioni americane. Avete presente Blood Story, il recentissimo remake di Lasciami entrare tratto dal romanzo dello svedese John Ajvide Lindqvist? Oppure Quarantine, il remake fotocopia di REC di Balaguerò?

Remake fatti per lo stesso motivo: sul mercato americano nessuno è disposto a far fatica coi sottotitoli o ascoltare film doppiati. Per noi questa ritrosia è inconcepibile, ammettetelo. Per noi è normale, assolutamente normale, ed è qui che vi volevo portare. Sono passati talmente tanti anni che non ci poniamo nemmeno più il problema, e così è per la narrativa tradotta. Per noi è prassi: non lo è invece per americani e inglesi, e le classifiche di Amazon stanno a dimostrarlo. Si chiedono: ma perché dovrei leggere la storia di un paese che magari non so nemmeno dove cazzo stia sulla cartina, tradotto da un tizio che si spera possa essere bravo almeno quanto l’autore? Questo è il vero motivo per cui la narrativa italiana (e in genere, europea) non arriva negli USA. Non è un problema di qualità: a nessuno frega nulla di quanto sia bello o brutto un libro italiano, spagnolo o francese. La verità è che o siete un fenomeno da milioni di copie o nessuno negli USA vedrà il motivo di pubblicare un libro straniero avendo così tanti libri nostrani da proporre. Perché un americano si chiede: “Chi accidenti me lo fa fare di leggere un libro tradotto quando posso leggere nella mia lingua?”

Così ci ritroviamo con un’industria del cinema d’intrattentimento distrutta e colonizzata, e una dell’editoria che non è mai davvero nata. La critica paludata (qualcuno per caso ha detto Benedetto Croce?), l’esterofilia, il perbenismo, la spocchia, chissà cos’altro, fecero piazza pulita, nessuno prese sul serio gli autori italiani una cinquantina di anni fa (eccezion fatta per qualche caso rarissimo), e non ci si è più ricordati di loro, creando un vuoto. Vuoto che venne colmato importando tonnellate di narrativa americana (ottima, in molti casi). La richiesta c’è sempre stata, ma è stata soddisfatta solo con prodotti d’importazione.

L’Italia è un paese povero di materie prime.
Fra di queste, rientrano anche film e libri.
..

Ci scandalizziamo se importiamo le arance dalla Spagna, ma sono decenni che due nostri settori industriali (nemmeno tanto secondari), hanno una bilancia dei pagamenti import/export perennemente (e drammaticamente) in rosso. E questo, che vi scandalizziate o meno, è un problema squisitamente italico. Rambo e Guerre stellari, l’hanno visto in tutto il mondo, ma persino i Coreani fanno più film di noi. Stephen King è un mostro sacro, nessuno lo discute. Io lo adoro senza se e senza ma. Però solo in Italia, leggere King impedisce di pubblicare Giuseppe Brambilla.
Chiunque accidenti sia Giuseppe Brambilla…

E finalmente arriviamo all’ultimo passaggio di questo mio sproloquio. L’ultimo aspetto su cui vorrei rifletteste. Giuseppe Brambilla è un aspirante scrittore, fa concorsi, manda manoscritti, riceve molti rifiuti. E’ frustrato. Sa che è molto difficile pubblicare, ma insiste. Si arrabbia spesso perché vede pubblicati libri di suoi connazionali e si chiede: “Perché loro si e io no?”
Non sappiamo se Giuseppe sia bravo o meno, ma sappiamo che avrà pochissime possibilità di veder pubblicato il proprio libro. E il motivo non è che un suo collega italiano gli abbia fregato il posto… Giuseppe Brambilla non sarà pubblicato perché l’editore a cui ha mandato il libro, ha comprato a caro prezzo il libro di Joseph Jenkins, un suo coetaneo americano che ha scritto un libraccio spacciato come un grande capolavoro dal suo agente. Però Giuseppe non se ne rende conto, non capisce che in un mercato i cui volumi sono costituiti al 70, forse 80% da narrativa anglosassone, i pochi posti rimasti devono bastare per una intera nazione di aspiranti autori.E si incazza con il collega italiano, apre un blog e lo copre di insulti.

Mentre nessuno parla di Joseph Jenkins.

La situazione si incancrenisce e acutizza perché per questi nostri aspiranti autori non c’è il normale, naturale sbocco editoriale che c’è negli altri paesi. Nossignori, qui siamo pieni di Joseph Jenkins che provocano il contingentamento delle uscite in lingua italiana! Alcuni di questi autori stranieri sono una benedizione, è innegabile, ma altri sono ciarpame. Ciarpame pagato a caro prezzo, venduto come merce sopraffina. Ciarpame che magari è pari a quello prodotto da Giuseppe Brambilla… eppure assai più appetibile. Io mi chiedo solo questo: ma se negli USA ci sono mandrie di autori frustrati che si lamentano di non trovare sbocchi in un mercato così vasto (e a loro esclusivamente riservato), cosa dovrebbero dire i nostri Brambilla, in un mercato editoriale dove il passaporto fa la differenza?

 

 

 

 

 

Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana

Date: 16 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Libri  |  Comments: 2

Lo so, il titolo grida vendetta, ma leggete fino in fondo e capirete. In realtà questo post avrei dovuto pubblicarlo circa 10 giorni fa, poi sono successe cose e l’ho messo in stand-by. Adesso che ne sono successe altre (continuano a succedere cose, dannazione), l’ho scongelato. E riscritto alla luce di quanto è accaduto.

Come forse saprete – e se non lo sapete, ve lo sto per dire – qualche giorno fa, è stato annunciato che il mio “vecchio” editore avrebbe cambiato la propria linea editoriale. A quanto pare non c’è più posto per l’horror come lo intendiamo e soprattutto, gli autori italiani non riceveranno più le attenzioni che meritano (a essi sarebbe riservata solo la pubblicazione in eBook). Sapete quanto poco io gradisca l’eBook, non tanto come mezzo in sé, quanto come “sistema”. Gli strumenti non hanno colpe: chi li usa in maniera sbagliata invece sì. Questo porta a distorsioni poco simpatiche nel sistema editoriale e anche per questo, avevo inizialmente deciso di rinunciare a proseguire su una certa rotta, interrompendo lo sviluppo del Diacono 2, un romanzo al quale tengo molto e che scriverò solo se potrò pubblicarlo in maniera adeguata all’affetto che provo per il progetto.

In seguito al mio comunicato scarno e cialtrone (come mio solito), sono stato contattato da un altro editore che già conoscevo per la cura con cui gli avevo visto confezionare e promuovere alcuni libri. Si sono detti interessati a discutere del progetto e nelle prossime settimane proporrò loro una struttura così da illustrare cosa voglio fare. Visto che la trattativa è ancora in corso e ci vorrà tempo, mi scuserete se non vi anticipo nulla, ma non mi parrebbe corretto nei confronti di questo editore.

Comunque vada, mi fa piacere che si siano interessati a me e ancora di più, mi fa piacere aver ricevuto in queste ore il sostegno e il supporto di tantissimi tra voi. I messaggi che mi arrivano sulla bacheca di Facebook e in privato sono pieni di affetto, entusiasmo e impazienza per il Diacono 2, e voglio pubblicamente ringraziarvi, non tanto per il calore che riuscite a trasmettermi, quando per l’indispensabile energia che mi infondete, senza la quale, lo ammetto, sarebbe davvero dura continuare a scrivere in un mercato editoriale come il nostro.

Come scrive il mio amico Giovanni Arduino in coppia con Lara Manni:

Sarà (è, in effetti) il momento duro/durissimo di cui sopra, ma qualche circuito sembra essere saltato, qualche ingranaggio andato fuori asse . Non adesso, non oggi, per carità, solo che adesso, oggi, le conseguenze e gli effetti sono più evidenti e probabilmente più gravi. E dunque: ognuno fa quel che vuole. E spesso non è il che cosa ma il come (in parte si ritorna alle “curiose interpretazioni” di cui abbiamo parlato prima).  E nessuna regola, nessun patto vale più. E allora si spreme lo spremibile, si commissiona il commissionabile, si ordina in automatico quello che va ordinato ai “fornitori di contenuti ad hoc”  (gli scrittori, ovvero coloro che scrivono, tanto per ricordarlo,  anche se il vecchio “content is king”, il contenuto è re, viene già sostituito dall’ “experience is king”, ovvero non importa che cosa si ha davvero in mano ma quello che ci si costruisce attorno

Il momento è durissimo (lo è per tutti, in qualunque settore, non solo quello editoriale), e proprio perché è dura, per un autore che non fa il comico di professione, che non è un politico, un presentatore TV, una pornostar, un calciatore, un ex-terrorista, un qualsiasi maledetto freak pescato nella società civile, insomma, per un povero cristo che come unica colpa ha quella di scrivere-e-basta, è dura davvero perché senza avere alle spalle un editore che creda in te e voglia promuoverti, non vai troppo lontano.

L’ho già detto in una intervista in occasione del Diacono: troppo spesso chi scrive di genere e ha un passaporto italiano, non può combattere ad armi pari. Ha una mano legata dietro la schiena e nonostante questo handycap, gli si rimprovera di prendere troppi ceffoni dai colleghi stranieri. Colleghi stranieri che arrivano in Italia pompati a mille e con promozioni di tutto rispetto. Del resto bisogna rientrare dei cospicui anticipi versati loro, quindi bisogna che vendano! E allora vai di promozioni, fascette, iniziative editoriali. Se penso che il mio Diacono praticamente me lo sono promosso e lanciato quasi da solo (il periodo non era dei migliori a causa di problemi di varia natura che non sto a elencarvi), un po’ mi sento figlio della schifosa, ma in Italia è così che funziona e lo facciamo con gioia perché in fondo ci piace quello che facciamo, quindi chi se ne frega. Va anche bene così.

Basta che non si facciano paragoni, altrimenti ci viene da chiedere: ma su questi nostri libri, quanto avete investito? E quanto avete investito sui tanto amati best sellers americani, libri che arrivano in Italia con un battage pubblicitario già costruito e funzionante e per questo straordinariamente avvantaggiati?

Già, forse il problema è proprio questo. Altrove (Stati uniti, Francia, Germania, Nord Europa, Spagna…), gli editori stranieri scoprono talenti o presunti tali, li coccolano e fanno montare il caso. Fanno in modo di vendere sfracelli in patria e poi li propongono all’estero (spesso a caro prezzo) sia che in mano abbiano un poker o una scala mancata. Il bluff in editoria funziona come nel poker. Forse meglio. In Italia, invece, ci comportiamo tale e quale alle nostrane squadre di calcio: si importano giocatori stranieri già collaudati, strapagandoli, si fanno squadre senza giocatori italiani, nessuno più investe sui vivai e poi quando gioca la Nazionale prendiamo calci nel culo anche dal Bangladesh.

Semplice e pulito.

Il pubblico, la domenica si diverte lo stesso, ciascuno ha il suo idolo, i giornali vendono e le trasmissioni TV si riempiono di contenuti. Ma quando si arriva agli Europei o ai Mondiali, ci ricordiamo quale enorme cazzata abbiamo fatto e gridiamo allo scandalo. Dura poco però, perché poi la Serie A ricomincia e tutto passa…

Se pensate che io stia esagerando, date una occhiata a questa piccola ricerca che ho condotto nelle passate settimane. Ho monitorato le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. L’ho fatto monitorando i maggiori siti nazionali che ha aperto Amazon: USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Italia. I valori cambiano di poco, di giorno in giorno, quelle che vi propongo sono delle medie, delle tendenze che grossomodo danno l’idea dello stato in cui versano i mercati editoriali negli stati presi in esame.

Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)

Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)

Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue

Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue

Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue

Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue

 

I numeri possono cambiare di qualche unità, ma le tendenze sono quelle che vi ho riportato sopra. Se andassimo ad analizzare le classifiche per genere, il dato italiano diventerebbe drammatico (quando Il Diacono era andato al numero 1 dei più libri horror più venduti su Amazon, solo il 5% dei libri in classifica era italiano…). Questo significa che può essere che negli USA o Inghilterra ci sia nella lista dei bestsellers un libro di un autore tradotto, ma è un evento raro. Non è la regola, come avviene nel nostro Paese. La tendenza è quella che vedete: gli americani vogliono leggere libri americani. E se non ci credete, vi racconterò un giorno di cosa voglia dire proporre un romanzo italiano negli USA. Ne so qualcosa e le risposte sono state illuminanti, credetemi.

Qualcuno più scettico potrebbe anche dirmi che questo succede solo per i best sellers, che magari ci sono migliaia di libri tradotti negli USA. Vero. Ma è interessante notare comunque come all’estero (vale anche in Francia e Germania) fra i best sellers, la percentuale di libri prodotti nella propria nazione sia maggioritaria rispetto a quelli tradotti. In Italia questo non accade e basta dare un’occhiata agli scaffali di una qualsiasi libreria per rendersi conto di come stiano davvero le cose. Tutto ciò ha origini lontane, lo potremmo far risalire alla reazione per il ventennio fascista e la chiusura a tutto quello che veniva dall’estero? All’entusiasmo per la liberazione a opera degli Stati Uniti? Alla voglia di sentirci anche noi americani che ci colse negli anni del dopoguerra e del boom economico?

Qualunque sia la ragione, è innegabile che tutti noi siamo a tal punto condizionati da trovare “provinciali” le storie ambientate in Italia e se i protagonisti non si chiamano John o Frank ci suona male. Siamo tutti figli di Salgari, forse? Preferiamo ambientare storie in paesi che nemmeno conosciamo piuttosto che fare come Stephen King che scrive quello che avviene nel cortile di casa sua? Se vi stupite di questa mia affermazione, significa che ho ragione. Siamo così condizionati che ci pare normale conoscere meglio Castle Rock di Milano.

In tutto questo discorso, badate bene, non ho mai parlato di qualità dell’oggetto libro. Non mi interessa. E non influisce minimamente su quanto vi sto dicendo. Ricevo costantemente libri di ogni tipo e genere e trovo talmente tanto ciarpame tradotto da avere la nausea per i prossimi 300 anni. Il fatto è che quando esce un libro italiano, questo viene vivisezionato e se non risulta meno che perfetto, spesso viene massacrato. La cosa potrebbe anche andarmi bene, se fosse una pratica estesa a tutto il mercato, ma così non è perché – vi garantisco – in commercio ci sono di quelle porcherie che gridano vendetta, in hard cover, con fascette eccezionali, reperibili ovunque, dagli autogrill ai supermercati e di questi volumi non troverete una sola riga di critica. Nè positiva né negativa. Silenzio. Questi libri hanno il loro mercato, vendono e gli editori sono convinti che vada tutto bene, quindi continuano a farli. Questo non significa che non bisogna recensire i libri o non dire che fanno schifo se fanno schifo: questo significa che ciò accade sempre per i libri italiani (numericamente limitati e quindi perfettamente monitorabili nel loro insieme), mentre è impossibile che avvenga per ogni libro made in USA che esce nel nostro paese.

Per ogni brutto libro italiano vivisezionato e massacrato, un migliaio di brutti volumi americani passano senza colpo ferire, vendendo senza che nessuno se ne accorga nemmeno.

E’ come se il mercato editoriale fosse un enorme Iceberg. C’è una piccolissima quantità di libri esposti alle intemperie, al sole che li scioglie, al vento che li consuma rendendoli poco appetibili, ma sotto il pelo dell’acqua, silenziosa e immane, c’è la massa di libri davvero importante e pericolosa, quella che schianta la fiancata del Titanic e lo affonda. Quella massa di libri che costituisce la spina dorsale e – drammaticamente – il vero problema dell’editoria italiana. Inarrestabile e per questo indispensabile, sommerso tanto che si stenta a percepirne le reali dimensioni, e per questo defilato. Sappiamo che c’è, la sotto, ma non ce ne curiamo. Preferiamo dare la colpa di ogni male a quei pochi libri esposti al sole e al vento lassù in cima.

La massa di libri tradotti è una zavorra incredibile. E’ vero, è comodo proporre libri già collaudati all’estero che arrivano da noi ammantati di un irresistibile fascino esotico, ma se da un lato questo può apparire come un risparmio e un vantaggio, dall’altro, alla lunga, si dimostrerà un costo letale. Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.

Ricordatevi: in editoria conta più la promozione che il contenuto. Purtroppo, direte voi. Se non sai che esiste quel bel romanzo in libreria, non lo puoi comprare. Ma se ovunque ti volti, vedi iniziative promozionali, allora alla fine cedi e corri a comprarlo. E questo accade indipendentemente dal passaporto dell’autore. Dire che gli italiani abbiano meno appeal, è falso. E lo dimostrano in maniera inoppugnabile due editori che in questi ultimi mesi stanno dimostrando come il marketing editoriale possa promuovere anche un autore italiano dando ottimi risultati in libreria. Pensate a Marsilio col romanzo di Roberto Costantini oppure alla Newton col romanzo di Marcello Simoni (ma anche con quelli della Ghinelli e di altri perfetti sconosciuti italiani che sono stati lanciati alla grande da un sapiente lavoro editoriale). Non è questione se il libro sia bello o brutto, ma se lo vuoi promuovere o no!

Ci sono autori stranieri che vengono pagati profumatamnte solo per poterseli tenere in catalogo, soldi che non saranno recuperati dalle vendite in libreria, ma che sono ripagati in prestigio. Autori americani pagati a peso d’oro perché del loro (brutto?) libro viene fatto un film e quindi garantirà visibilità. Che siano belli o brutti i loro libri, non importa quasi nulla: conta cosa riescono a garantire in termini di resa commerciale. Ora immaginate l’esordiente italiano, sconosciuto, magari di talento. Paragonatelo a uno dei due modelli di autore di cui sopra e chiedetevi: è una lotta ad armi pari?

Uscire con una pornostar

Date: 09 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 0

Vi ripropongo integralmente l’articolo che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza incazzarmi, quindi lascio lo spazio ai miei due amici-molto-zen (che spero non me ne vorranno per questo mio accodarmi all’iniziativa) e taccio. Son cose che fanno alzare la pressione, queste.

Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”.  Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times  del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi  secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).

Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.

Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni,  la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate.  E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.

Carofiglio, i librai sardi e gli editori…

Date: 21 ottobre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 0

Questa è una delle storie surreali che accadono nel nostro paese, dove tutto si incasina a tal punto che nessuno pare avere torto o ragione, e chi sta a guardare non può fare altro che sospirare esasperato. La storia (che sta montando di ora in ora) è riassumibile in poche righe:

Il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, sarà in vendita da mercoledì 19 ottobre, ma i librai sardi indipendenti hanno deciso di rinunciare allo sconto imposto del 25% dall’editore Rizzoli.

Fatta la legge trovato l’inganno, verrebbe da dire. E’ appena stata applicata la nuova legge sul libro, e già siamo agli sconti selvaggi e alle proteste. La storia è iniziata male e finirà peggio. Gli organi di stampa stanno ribattendo la lettera dell’associazione dei librai indipendenti. Ve la ripropongo e occhio ai grassetti…

«Caro Gianrico, i librai indipendenti della Sardegna hanno deciso di non vendere il tuo libro con lo sconto del 25%. Niente di personale, resta immutata la nostra stima nei tuoi confronti, così come non cambierà il grande affetto dei lettori sardi verso di te e del tuo nuovo libro. Ma siamo stati messi di fronte a un vero e proprio ricatto da parte del tuo editore, che non ci ha avvisato dell’intenzione di “svendere” il tuo nuovo libro applicando uno sconto che normalmente si riserva alle collane di libri già in catalogo, e soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”. Siamo di fronte al classico inganno che il tuo editore ha pensato di trovare subito dopo l’applicazione della legge sul libro, legge per l’approvazione della quale tu ti sei speso tanto, a difesa di editori e librai non omologati, e più in generale per garantire la massima diffusione di tutti i libri, di tutti gli scrttori, non solo quelli di proprietà dei cinque grandi gruppi editoriali italiani. Noi non possiamo applicare quello sconto, che invece la grande distribuzione può tranquillamente sopportare grazie alle percentuali quasi doppie rispetto alle nostre con cui acquista i libri dai grandi editori»

Letto? Bene.

In giro per la rete, già si leggono commenti di questo tono: “I librai piccoli devono sparire, sono anacronistici, stanno danneggiando i lettori e li obbligano a spendere di più!“.
Questo è il ritornello più diffuso. Ma hanno davvero torto marcio i librai sardi? Va da sè che con questa mossa rischiano l’autogol d’immagine, ma quello che mi interessa di più è capire come questi fatti ci siano dati in pasto. Mi chiedo come mai nessuna delle testate giornalistiche impegnate nella querelle provi ad analizzare un po’ i fatti.

Io qualche domanda me la sono posta. Per esempio, mi chiedo come mai siano i librai indipendenti Sardi a fare partire questa rivolta. Forse la loro associazione è più coesa delle altre? Forse la loro situazione economica è peggiore delle altre? Perché nessun giornalista di nessuna testata ci ha tenuto a spiegare questa singolarità? Che diavolo succede proprio in Sardegna?

Chissenefrega, direte voi, ma è la prima volta che succede una cosa simile. Voi non siete curiosi di sapere perchè? Io sì… E già che ci siamo: c’è qualcuno che voglia indagare come questo sconto sia “digerito” altrove in Italia? Va bene a tutti? Sono tutti sulla stessa barca?

Nonostante siano domande interessanti, sono questioni di poco conto se paragonate alla totale assenza di commenti critici su questo comunicato. E’ ovvio che messo così, sia parecchio irritante per i lettori che vedono sfumare la possibilità di risparmiare 4,75 euro sul prezzo di copertina. Non hanno tutti i torti, ma vi invito a pensare a questa situazione:

Sotto Natale, la libreria Pincipallo decide di scontare tutti i libri in vendita del 25%. Il titolare della libreria si augura di vedere un fiume di gente comprare quei libri scontati. Però, dopo aver pubblicizzato la campagna sconti, riunisce i suoi commessi e annuncia che data la promozione, i loro stipendi per quel mese saranno decurtati del 25%. Un quarto del totale.

E’ ingiusto, dite? E perché mai? Il libraio, scontando i suoi libri del 25%, incasserà meno e quindi è giusto risparmiare qualcosa, no?

No. E’ ovvio che non è giusto.

Perché se fai una promozione per vendere il tuo prodotto, sei tu a doverti fare carico degli oneri. Funziona così. Eppure alle librerie indipendenti è stato imposto di guadagnare meno. O di non vendere quel libro se non possono sopportare questo sconto..

soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”.

Lasciate perdere che si parli di libri, ma da che mondo è mondo, in ogni comparto merceologico, se un produttore del bene X attiva una campagna promozionale sul bene X, di solito pratica ai rivenditori uno sconto extra sul normale prezzo di acquisto in modo da rifonderli di questa promozione. Se si pubblica un libro che costa 19 euro, alle librerie si pratica il consueto sconto su questo prezzo di copertina, e appena arriva sugli scaffali, l’editore annuncia che quel libro si deve vendere col 25% di sconto, i librai hanno ragione a incazzarsi, perché la cosa più elementare sarebbe quella di dire: caro editore, perché lo sconto che mi pratichi è sui 19 euro di copertina e non sui 14,25 a cui il libro sarà effettivamente venduto?

Lo so, magari siete ancora fissi sul chissenefrega, ma credo che questo modo di fare sia piuttosto incomprensibile. E’ un po’ come annunciare ai quattro venti che si vuole diventare donatori AVIS, ma poi mandare un amico a fare il prelievo. Una specie di armiamoci e partite, insomma…

Forse questa è una manovra per levarsi di torno le piccole librerie, le librerie indipendenti. Non lo so. La protesta delle librerie sarde, per di più, suona ridicola, perché potranno anche vendere a prezo pieno i loro libri, ma Amazon – se non sbaglio – appare anche sui server dell’isola, quindi state tranquilli che i lettori più sgamati non metteranno nemmeno piede in libreria. L’unica cosa certa è che in questa faccenda nessuno ci fa una grande figura.

Come troppo spesso accade in Italia negli ultimi tempi…

Warm Bodies: come ti rovino gli zombie

Date: 15 ottobre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame, Libri  |  Comments: 17

Non gli bastavano i vampiri…

Adesso vogliono pure devastare gli zombie. Il romanticume dilagante e farlocco, si sta inesplicabilmente cibando di tutto l’immaginario orrorifico che fino a qualche anno fa era di nostra esclusiva (e amorevole) competenza. Dopo aver pasteggiato coi vampiri, rendendoli talmente indigesti da risultare insopportabili, aver piluccato con Angeli, Demoni, Streghe e Licantropi, pare che raschiando il fondo del barile si sia avventato sugli zombie. Lo so, la mente vacilla dinnanzi a una simile eventualità, ma se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, capirete che è peggio di quanto sembri.

Il romanzo che il 28 ottobre sarà edito anche in Italia (sì, anche qui, non c’è scampo) si intitola WARM BODIES. Corpi caldi. E parla di zombie. Morti viventi. Già dal titolo, si subodora il sentore di sonora cazzata. Ma è un bene che sia così, in questo modo da subito capiamo con cosa abbiamo a che fare. Il libro ha già fatto sfracelli negli USA, tanto che ne stanno ricavando un film. Com’è ovvio aspettarsi, sarà un successo anche da noi, perché si sa, abbiamo un coefficiente di resistenza alla penetrazione dei fenomeni mediatici d’oltre oceano pari alla temperatura dell’inverno siberiano.

Ma leggiamo qualcosa a proposito di questo volume (copiando e incollando dal sito dell’editore, lo stesso di Twilight…):

Il primo romanzo che vi farà innamorare di uno zombie. R è un ragazzo in piena crisi esistenziale: è uno zombie. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, ma nutre molti sogni. La sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, ma dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di stupore, di nostalgia. Un giorno, mentre ne divora il cervello, R assaggia i ricordi di un ragazzo. Di lì a poco, per lui cambierà ogni cosa; intreccia una relazione con la ragazza della sua vittima, Julie, e sarà per lui un’esplosione di colori nel paesaggio grigio e monotono che lo circonda. Perché l’amore per lei lo trasformerà in un uomo (e in un morto) diverso, più combattivo e consapevole.
Di qui avrà inizio una guerra feroce contro i suoi compagni d’un tempo, e una rinascita, le cui conseguenze saranno del tutto inimmaginabili… Divertente, dark, forte di una scrittura acuminata e intelligente, Warm Bodies esplora cosa accade quando il freddo cuore di uno zombie viene tentato dal calore dell’amore umano. 

I grassetti sono miei. Le “perle” narrative, invece, dell’autore del romanzo. Dichiaro qui, subito, che – contrariamente a quanto sostengo da una vita – non c’è bisogno di leggere il libro per capire che trattasi di boiata furibonda. Il mio sesto senso e mezzo di ragno schiacciato, al solo leggere di un ragazzo in piena crisi esistenziale perché è uno zombie, mi urla di emigrare in un paese dove questa roba non possa raggiungermi. Mai. Vi prego: posso arrivare a digerire che un vampiro sbrilluccichi e si innamori del suo pasto, ma che uno zombie, un cadavere che cammina, abbia crisi esistenziali, davvero, mi fa male al cuore.
E io, al contrario del suddetto morto, un cuore che batte ce l’ho ancora.

«Mai avrei pensato di potermi innamorare così tanto di uno zombie». Stephenie Meyer

Signora Meyer, taccia, la prego. Abbia pietà, di casini ne ha già combinati abbastanza, si accontenti e lasci fare.

Dicevamo, il cuore. Il cuore che non batte nel petto dello zombie dovrebbe fare il paio con un cervello andato in pappa, in grado al massimo di far deambulare il morto in cerca di umani da straziare e farlo ruggire sgraziato e rumoroso. Puro istinto, insomma. E istinto malefico, se capite quello che voglio dire. Già questa è una cosa che prendiamo per buona, inverosimile ma accettabile. Ora, se mi parlate di un ragazzino zombie che avrebbe bisogno dei consigli della rubrica della posta di Cioè perché in piena crisi esistenziale post-mortem, come diceva Flaubert: io mi incazzo. Se mi dite che nutre molti sogni a me viene la bava alla bocca. Se insistete dicendo che dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni mi viene voglia di prendervi la testa tra le mani e tenervela stretta mentre vi urlo in faccia: “Mi spieghi di cosa cazzo stai parlando?!?”

«Warm Bodies è una lettura grandiosa». Josh Bazell, autore del bestseller Vedi di non morire

Vedi di non rompere, Josh.

La cosa che più mi terrorizza di questo libro, è la spaventosa somiglianza con Twilight. Ecco perché Stephenie Meyer è la più grande supporter di questo romanzo, tanto da averne fatto acquisire i diritti alla stessa casa di produzione cinematografica della saga di Twilight. La signora lo ha letto, poi ha esclamato: “Oh Jesus! E’ meraviglioso! E’ uguale al mio romanzo!
In effetti c’è un morto che cammina (qui lo zombie, là un vampiro) che invece di divorarsi la disadattata di turno, se ne innamora, senza se e senza ma. La sua vita cambia e decide di rinnegare la sua natura combattendo contro i suoi simili pur di fare trionfare l’ammmore. Paro paro Twilight.

Se questo fragile canovaccio poteva reggere coi vampiri della Meyer grazie alla fama di seduttori di cui da sempre godono i succhiasangue, con gli zombie di Marion il tutto diventa così assurdo da essere doloroso. No, dico, immaginate la scena… Lui (in rapida e nauseante decomposizione) va al cinema con la sua lei. Emozionati, contano di darsi il primo bacio e sul più bello, due file più indietro…

Hey, chi cazzo ha fatto entrare nel cinema un muflone bagnato? Santoddio aprite le finestre che si muore dalla puzza!

E’ così che deve andare, lo sapete anche voi. Ogni altra invenzione è una sciocchezza. E poi, lasciatemi dire che appena ho letto della storia d’amore tra lo zombie e la ragazza, la prima cosa che mi è venuta in mente è un siparietto triviale ma illuminante…

- Amore sono eccitatissimo, dai facciamolo!
- Sei sicuro? Sicuro sicuro?
- Sì, sì, dai… infila la mano nei boxer e delicatamente…
- OPS!
- E che cazzo! Ti avevo detto di farlo delicatamente!
- Ma io sono stata delicata, solo che… m’è rimasto in mano! E Adesso?
- Aspetta che ho il nastro isolante in tasca…

Vedete, se c’è una cosa su cui possiamo contare è che gli zombie sono schifosi. Sono lividi, smunti, dementi, puzzano di carogna perché sono carogne. Gli zombie si decompongono e perdono pezzi. Sì, anche quei pezzi! E se già ci siamo dovuti sorbire vampiri-non-trombanti, l’idea di un manuale di sesso per non morti non ci entusiasma. Siamo all’apoteosi della sublimazione dell’astinenza come rappresentazione dei timori adolescenziali nei confronti del sesso. Qui non lo puoi fare se no il partner si smonta.

E non parlo di calo del desiderio.
Perde proprio i pezzi.

Ma alla macchina dell’intrattenimento cazzaro made in USA questo non importa. Ci diranno che è una commedia romantica che indaga sui timori e le ansie comuni alla popolazione giovanile. Sì, certo, e io sono Pamela Anderson. La metafora, per quanto facile, necessita di un supporto degno. Un cadavere putrefatto non è degno per niente. Lo zombie è un tragico simbolo della spersonalizzazione delle masse, è il simbolo della morte che prevale sulla vita, è l’ossessione del diverso che invade le nostre città e le consuma. Questa trovata dello zombie illanguidito che vede la sua vita riempirsi di colori, davvero, non ce la meritavamo.

Ricordatevelo quando andrete in libreria. Ogni copia di Warm Bodies venduta fa piangere un povero zombie…

Il Diacono finalista al premio Massarosa

Date: 27 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Libri, Roba mia  |  Comments: 0

Stamattina ho ricevuto una notizia inaspettata. Il mio romanzo è entrato a far parte della cinquina finalista dell’edizione 2011 del PLM Premio Letterario Massarosa, il premio letterario più antico d’Italia, dedicato alle opere prime. Ammetto che per un autore di horror questa è un’autentica sorpresa. L’anno scorso, questo premio se lo aggiudicò Donato Carrisi con “Il suggeritore“. Diciamo quindi che non ambisco certo alla vittoria, ma sarà bello esserci.

I cinque finalisti di questa edizione, dopo una selezione tra 52 case editrici, sono:

  1. Insolita storia di una vita normale” di Carlo Repetti, Einaudi
  2. La libraia di Orvieto” di Valentina Pattavina, Fanucci Editore
  3. Troppo umana speranza” di Alessandro Mari, Feltrinelli
  4. Elisabeth”, di Paolo Sortino, Einaudi
  5. Il Diacono”, di Andrea G. Colombo, Gargoyle Books

Fa un po’ effetto l’idea di trovarsi lì tra due Einaudi, un Feltrinelli e un Fanucci. Inutile girarci attorno, ragazzi, spicco come una mosca sopra la neve immacolata…

La serata finale si prospetta divertente. Mi è stato chiesto un estratto dal romanzo da far recitare a una compagnia teatrale e una brano musicale. Ora, vista la situazione, mi sono posto il dubbio se fosse il caso di non farmi “riconoscere” e andarci piano, magari con un elegante brano di musica classica e un estratto dal libro colto e raffinato (sì, vabbè, e dove lo trovo?). Alla fine non ho resistito e ho deciso che tanto vale presentarsi per quello che si è. Dritti e impavidi verso la catastrofe. Così, amici cari, questi saranno il brano musicale (che mi ha tenuto compagnia durante molte sessioni di scrittura del romanzo) e l’estratto che sarà messo in scena (ho fornito anche una seconda scelta riguardo all’estratto, di più facile realizzazione).

Buon divertimento.

 

IL DIACONO – ESTRATTO

<Aiutaci a trovarli>, gli stava chiedendo il vecchio monaco dal viso stanco, <racconta loro quale pericolo stanno correndo ed evita che vengano massacrati uno dopo l’altro>.

Un attimo di silenzio.

Si sentì ticchettare la pendola dimenticata nell’angolo, accanto alla finestra.

Cinque tic e altrettanti tac.

Il vescovo Xavier si alzò dalla poltrona, non riusciva più a rimanere seduto, anzi, non ne poteva più di stare in quell’edificio. <Padre, mi ha appena detto che non ha alcuna intenzione di arrendersi. A nessun costo, è esatto?>

Il monaco rispose con un cenno affermativo del capo.

A nessun costo.

<Ora però mi sta chiedendo di convincere tutti gli altri a gettare la spugna…> Il Vescovo, si avvicinò al davanzale. Sentiva addosso lo sguardo dei cinque monaci. Gli scavavano dentro, occhi come cucchiai dai bordi affilati. Cercò sollievo osservando il panorama, ma non gli fu di alcun aiuto, con quel cielo nero e la pioggia battente.

Non aveva scampo.

Un brivido lo percorse da capo a piedi, e in quel momento seppe con assoluta certezza che nulla sarebbe mai più stato come prima. Finiva tutto lì, in quel momento preciso, un istante di lucidità e consapevolezza tali da mozzargli il fiato in gola. Dovette appoggiarsi alla finestra per combattere un capogiro.

<Hai sentito quello che ha urlato il tuo esorcista mentre era steso sul pavimento?>, lo incalzò padre Valdés.

<Ne avrei volentieri fatto a meno>.

<Il messaggio era chiaro>, Valdés ignorò il suo commento, <sono tutti in pericolo e lo sono da ormai mesi>.

<Voi per primi…>

<Noi sappiamo a cosa andiamo incontro. È il nostro compito e lo è da sempre. Voi non siete preparati, vi massacreranno…>

Il viso di Valdés era una maschera di pietra. Dura e fredda, senza emozioni, nessuna esitazione. Xavier ne fu quasi intimorito. Cosa spingeva quel vecchio? Una vita di trame oscure e terrificanti, dolori e malvagità da combattere giorno dopo giorno, anno dopo anno… Che effetto poteva avere tutto quell’orrore sulla mente e sul cuore di un uomo?

Quello che hai sotto gli occhi, si disse.

Fissò il monaco e capì che non si sarebbe arreso.

Di nuovo, gli tornò in mente quell’aggettivo.

Inamovibile.

<Come posso trovarli tutti?>, cercò di protestare fra un respiro profondo e un altro, <è una impresa titanica. È vero, per gli esorcisti che controllo direttamente e gli ex allievi della scuola, non ci sono grossi problemi. Ma gli altri? Padre, mi ascolti: ci sono vecchi sacerdoti nominati esorcisti che non hanno mai nemmeno praticato, diocesi sparse ovunque, spesso minuscole e tagliate fuori dal mondo… È al di sopra delle mie possibilità. E potrebbe essere fatica sprecata, perché tutto quello che ha a che fare con il sacramentale dell’esorcismo, da domani alle 15.00 sarà solo storia>, concluse Xavier sfregandosi le dita sulla fronte, come se cercasse di alleviare un forte mal di testa.

<L’annuncio di Deveraux fermerà solo gli esorcisti, non chi dà loro la caccia>. La voce di padre Valdés era il rintocco a morto di una campana. <Se questo è il suo disegno, non si fermerà finché non l’avrà compiuto.>

<Crede davvero che sia in atto una simile caccia all’uomo?>

<Cos’altro ti serve ancora per credere?>, replicò Valdés.

Io-non-voglio-credere! stava per sbottare, ma riuscì a tenere per sé quel commento. Il monaco non sapeva quello che lui aveva scoperto. Se lo avesse saputo, forse, nemmeno lui avrebbe avuto il coraggio di credere.

Sospirò appoggiando la fronte al vetro freddo.

Si sentiva come se avesse la febbre, era stanco e gli facevano male le ossa. Aveva dato la sua massima disponibilità a Valdés, ma era terrorizzato all’idea di sconvolgere la propria vita. Sino ad allora la sua missione era stata tutto sommato semplice: educare i sacerdoti a riconoscere il male e a combatterlo con la preghiera e la forza della fede. Ma mai, in tanti anni, aveva pensato che questo facesse di lui e dei suoi allievi delle vittime potenziali. Non si combatteva più per la salvezza dell’anima immortale, ma per la mera sopravvivenza del corpo.

Questo faceva la differenza.

Altroché se la faceva.

Sospirò e si allontanò dal vetro lasciando una piccola nube di condensa lì dove si era appoggiato. Intravide appena la colonna di fumo sopra la chiesa, ma non ci fece troppo caso. Aveva altro a cui pensare. Valdés lo aspettava al varco. Però quando scorse il riflesso arancione dietro a una delle vetrate, una decina di metri più in basso, si soffermò a osservare meglio. Quello era davvero strano. Non poté fare a meno di chiedersi quale fosse la fonte del bagliore.

Fu allora che padre Valdés cominciò a tossire.

Xavier si voltò.

Il volto del monaco era rosso per lo sforzo, gli occhi pieni di lacrime.

<State bene padre?>, domandò.

<F-fumo…>, riuscì a pronunciare il vecchio monaco.

<Fumo? Io non sento…> Si interruppe, sgranò gli occhi e tornò a guardare al di là del vetro.

Fumo.

Dalla chiesa.

La porta si spalancò. Nello studio fece irruzione Guillermo, scarmigliato e sconvolto. Aveva la tonaca fradicia, i capelli appiccicati alla fronte. Doveva essere andato là fuori, sotto al diluvio. Aveva gli occhi rossi di pianto.

<Eccellenza>, urlò ansimando, <bruciano!>

<Bruciano? Di chi stai parlando?> Il Vescovo gli andò incontro aggirando la scrivania. Padre Valdés continuava a tossire, sorretto da fratello Simone.

<Un incendio, in chiesa!> Guillermo lo afferrò per un braccio e iniziò a tirarlo via con sé, fuori dallo studio.

Carlos Xavier iniziò a sentire un fischio acuto.

<Gli allievi… sono chiusi là dentro!>, ansimò Guillermo. <Tutti quanti!>

Il fischio si fece assordante. Xavier si ritrovò a scendere le scale correndo, senza sapere di preciso dove stesse andando né perché.

Il fischio si tramutò in un grido.


L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

De Crescenzo lascia Gargoyle Books

Date: 29 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Roba mia  |  Comments: 0

Come probabilmente già saprete, Paolo De Crescenzo ha lasciato la direzione editoriale di Gargoyle Books. Trovate il comunicato a questo indirizzo.
Ho lasciato passare qualche giorno, pensando e rimuginando su cosa dire di adeguato al riguardo, ma alla fine mi tocca costatare che non è affatto facile, specie cercando di restare entro i confini tracciati da Paolo nel suo breve messaggio. So che Paolo storcerà il naso e tirerà fuori una delle sue battute al vetriolo, leggendo questo pezzo, ma la cosa s’ha da fare, non solo perché Paolo è una persona che stimo e per la quale nutro sincera amicizia, ma perché – senza girarci attorno – con la sua creatura, De Crescenzo ha cambiato (spero per sempre) il volto smunto dell’editoria horror in Italia.

Si possono fare tutti i distinguo che vogliamo, mettere tutti i paletti, sollevare obiezioni, ma signori miei: la verità è che in una nazione come la Nostra, dove l’horror è sempre stato il figlio di un Dio minore, De Crescenzo ha avuto la folle idea di creare una etichetta editoriale che ha avuto come unica missione pubblicare horror, senza alcuna “mimesi editoriale” (come invece praticano molti altri suoi colleghi), e senza badare a spese (no dico, ma avete visto che razza di carta usa per i suoi libri?), con l’obiettivo di tenere sempre alta l’asticella della qualità. Insomma, ha dato all’horror quello che in Italia l’horror non aveva mai avuto prima. Possiamo non essergliene grati?

Sotto la sua guida, Gargoyle ha rapidamente conquistato l’affetto dei lettori e degli appassionati, ha iniziato un serio lavoro di recupero dei classici della narrativa anglosassone proponendo classici mai editi nel nostro paese (vedi l’opera monumentale di Varney il Vampiro o Vendetta! di Marie Corelli), ri-pubblicato romanzi già editi in Italia in nuove edizioni spesso più rispettose del testo originale, dato spazio ad autori culto dell’horror americano (Robert McCammon, Richard Laymon, Dan Simmons, Graham Masterton). E non pago, ha infine dato una casa anche agli autori italiani, garantendo loro un trattamento raramente riscontrabile altrove: Gianfranco Manfredi, Danilo Arona, Claudio Vergnani, Francesco Dimitri… Insomma, a parte un tragico passo falso che difficilmente i lettori gli perdoneranno, Paolo De Crescenzo ha operato per il meglio dimostrando di essere un grande conoscitore della materia e un editore col massimo rispetto per i propri autori.

E’ per tutte queste cose che il suo abbandono è stato per me un colpo difficile da metabolizzare. Capisco – e apprezzo – la decisione di voler garantire alla sua creatura un futuro sicuro e non discuto sul fatto che essa rifletta perfettamente l’uomo che è Paolo. Tuttavia mentirei se vi dicessi che la cosa non mi abbia lasciato un po’ scombussolato. Resta la certezza che grazie al suo gesto, Gargoyle Books si sia assicurata un futuro certo e sicuro. E resta il fatto che sarò sempre grato a Paolo per tutto quello che ha fatto per l’horror italiano.