C’erano una volta gli adolescenti che di nascosto si compravano giornaletti come SKORPIO dove c’erano donne mezze nude e fumetti piccanti. Carnazza e primi bollori, un mix esplosivo. Guai a farsi beccare dai genitori con quella porcheria stampata in mano, guai a farsi vedere da qualche signora perbene in edicola mentre arraffavi il giornalazzo. C’erano ragazzi diventati eroi della scuola solo perché portavano in classe un paio di quei giornalini. E se fossero stati beccati dai prof, la sospensione sarebbe stata certa!
Oggi, invece? Gli adolescenti probabilmente frugano nelle borse delle madri ogni volta che queste vanno in libreria, così da beccarle con le mani nel sacco e far loro una raffica di menate raccontando come, a fare certe cose, si diventi cechi. O per lo meno calino le diottrie.
Di quale sacco sto parlando? Questo sacco! Trilogia erotica: Cinquanta sfumature. Nata da una fanfiction di Twililight. Come a dire, non ci bastava la zozzeria della Meyer, ci vogliono pure le fanfiction a renderci la vita difficile…
Successo travolgente grazie al passaparola delle donne che ne hanno fatto nel mondo un vero e proprio cult. Come un ciclone inarrestabile, la passione proibita di Anastasia e Christian ha conquistato le lettrici prima attraverso la diffusione in e-book, poi in edizione tascabile, ponendosi al primo posto in tutte le classifiche del mondo.
Se vi state chiedendo come mai da tempo io non scriva più qui sul blog è presto detto: questo ciarpame pruriginoso ormai ha vinto e io mi sono dichiarato sconfitto. Per anni mi hanno raccontato che l’horror non era presentabile perché gli editori se ne vergognavano, i librai se ne vergognavano, i giornalisti se ne vergognavano… Poi sono arrivati i romance, zeppi di scene di sesso con uomini, alieni, vampiri, licantropi, unicorni, mummie, mufloni, panetti di burro, lampioni… e gli editori hanno scoperto che la vergogna, se redditizia, è più sopportabile.
Romantica, erotica, appassionante questa storia ti ossessionerà e ti travolgerà come i suoi due protagonisti. Cinquanta sfumature è il romanzo erotico che ha elettrizzato tutte le donne d’America: hanno diffuso il verbo su Facebook, in palestra, a casa, con le amiche, con i mariti!
L’horror resta sempre un reietto, sia chiaro. Ormai non lo pubblica più nessuno e se devo essere onesto, pure io ci ho rinunciato. Perché in fondo hanno ragione loro, la gente non vuole avere paura, preferisce leggere di gente che scopa da mattina a sera senza un motivo preciso. Questo è il genere che sta salvando l’editoria mondiale. Fatevene una ragione.
Scandaloso, bollente, il bestseller di cui non si può smettere di parlare.
[The New York Times ]
E allora non si può smettere di parlarne, mentre di altri libri non se ne può proprio parlare. Difficile capire come mai sia impresentabile un libro di Barker (faccio un nome a caso) mentre un erotico dove scopano come ricci attaccati ai lampadari diventa radical chic e presentabilissimo. Hanno sicuramente vinto loro. Evviva il sesso, evviva le casalinghe in calore, evviva le zozzerie che diventano accettabili perché fanno vendere milioni di copie. Ah già, scusate, queste non sono zozzerie. Questa è “letteratura erotica” e io sono un becero bacchettone. Già…
Quando Anastasia Steele, graziosa e ingenua studentessa americana di 21 anni incontra Christian Grey, giovane imprenditore miliardario, si accorge di essere attratta irresistibilmente da quest’uomo bellissimo e misterioso. Convinta però che il loro incontro non avrà mai un futuro, prova in tutti i modi a smettere di pensarci, fino al giorno in cui Grey non compare improvvisamente nel negozio dove lei lavora e la invita ad uscire con lui. Anastasia capisce di volere quest’uomo a tutti i costi. Anche lui è incapace di resisterle e deve ammettere con se stesso di desiderarla, ma alle sue condizioni. Travolta dalla passione, presto Anastasia scoprirà che Grey è un uomo tormentato dai suoi demoni e consumato dall’ossessivo bisogno di controllo, ma soprattutto ha gusti erotici decisamente singolari e predilige pratiche sessuali insospettabili. Nello scoprire l’animo enigmatico di Grey, Ana conoscerà per la prima volta i suoi più segreti desideri. Tensione erotica travolgente, sensazioni forti, ma anche amore romantico, sono gli ingredienti che E.L. James ha saputo amalgamare osando scoprire il lato oscuro della passione, senza porsi alcun tabù.
Classe, amore romantico, passione travolgente, vero? Certo. E tanto per essere chiari, beccatevi lo spot (parodia?) trasmesso negli USA che parla proprio di questo ebook… Credo che valga più di mille mie inutili parole. Questo vuole la gente. Non fatevi raccontare storie: vogliono quello che vedete qui sotto.
Lo ripeto, hanno vinto loro. Non c’è gara, non c’è mai stata. E se vi illudete che ci sia, vi state solo facendo del male. Lasciate perdere la ricerca dello stile perfetto, dell’intreccio, del profilo psicologico dei personaggi, della verosimiglianza, dell’originalità, del background: bastano due tizi che scopano come mandrilli in calore nella savana africana e a nessuno fregherà più un cazzo di tutto il resto.
Nella fotografia qui sopra, scattata nel 1982, potete vedere un giovane Stephen King accogliere il visitatore nella sua tenuta in autentico stile Famiglia Addams, aprendo l’ormai celebre cancello gotico con tanto di ragnatele e pipistrelli. Un’immagine che avrete sicuramente già visto chissà quante volte, che celebrava quello che tutti conoscono come il Re dell’horror. Tanto per darvi qualche coordinata, King nell’82 ha già fatto qualche soldino e ci tiene a calarsi nella parte del più letto e noto autore di horror del momento. Ha già pubblicato abbastanza romanzi da riempire la carriera di qualunque altro autore, eppure è praticamente solo agli inizi: Carrie (1974), Le notti di Salem (1975), Shining (1977), L’ombra dello scorpione (1978), l’antologia di racconti A volte ritornano (1978), La zona morta (1979), L’incendiaria (1980), Cujo (1981). E questo solo col suo nome, perché già nel 77, inizia a pubblicare romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman: Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981).
All’epoca in cui fu scattata quella foto, quindi, King aveva già scritto e pubblicato sette romanzi e un’antologia ascrivibili all’horror e altri tre libri che vanno dal dramma, al thriller, passando per il distopico. Fu Carrie a rendere famoso King, non Ossessione, il primo romanzo che scrisse e che peraltro arrivò quasi a rinnegare affermando (nella prefazione di Blaze) che era contento di saperlo fuori catalogo. Carrie vendette un sontuoso numero di copie, tanto che Brian De Palma nel 76 decise di farne un adattamento per il cinema. Carrie salvò King dalla miseria e lo proiettò in una dimensione di successi a ripetizione. E di dipendenza da alcool e droghe.
Vi ho inquadrato per bene la situazione? King ha successo come autore di romanzi horror e fa abbastanza soldi da gigioneggiare comprando una villa in stile vittoriano e facendo istallare un cancello che nemmeno in una puntata di Zio Tibia. Non c’è nulla di male, è entrato nella parte e la sta facendo bene. E’ già diventato un mito per tutti gli appassionati e da qui a 10 anni diventerà talmente popolare e amato che si inizierà a dire che potrebbe pubblicare la sua lista della spesa, tanto i lettori gliela comprerebbero lo stesso. Ed è la pura verità. Intanto però la critica storce il naso. Time Magazine lo definì: “maestro della prosa post-alfabetizzata“. Un atteggiamento ostile che continuò a lungo, almeno fino agli anni ’90.
Fast forward
Adesso facciamo un bel balzo in avanti nel tempo. Un “avanti veloce” che ci proietti fino ai giorni nostri, passando per altri 36 romanzi firmati King, 4 firmati Bachman, 11 raccolte di racconti, due fondamentali saggi sull’horror e sulla scrittura, 58 film ispirati direttamente o indirettamente ai suoi scritti, più film per la TV, miniserie, apparizioni come attore, sceneggiature, articoli per giornali e quotidiani, interviste ecc ecc… King è diventato l’indiscusso Re dell’horror, un autentico gigante, una personalità già messa accanto ai grandi del genere. In questa cavalcata verso l’immortalità c’è una sola sosta, nel 1999, quando King fu investito e quasi ucciso da un disgraziato alla guida di un Dodge. Immortale lo scrittore, mortale l’uomo. Fu un periodo molto difficile, segnato da operazioni, molto dolore, molti medicinali. King era prostrato, stanco. Arrivò ad annunciare di voler smettere di pubblicare.
Qualcuno credette al suo annuncio. Tragedia. Io all’epoca scrissi che non ci credevo e non fui smentito, perché la “macchina” ricominciò a produrre, anche se qualcosa era cambiato. Forse vedere in faccia la morte di cui tante volte aveva scritto, fu un’esperienza che lasciò il segno perché dopo l’incidente, l’unico vero romanzo horror scritto da King fu Cell. E fra gli altri romanzi ci furono libri atipici come Colorado Kid, quasi sperimentali come Duma Key, distopici come 11/22/63. La critica intanto inizia a corteggiarlo. Più si discosta dall’horror, più diventa appetibile. Inizia a “meritarsi” un rispetto che prima non aveva. Anche in Italia succede la stessa cosa. Si inizia a parlare di King in ambienti dove fino a qualche anno prima lo si snobbava alla grande e questo lentamente fa sì che si arrivi a rinnegare l’appartenenza di King al genere horror. Critici e autori nostrani e americani iniziano a fare distinguo.
Non mi sono mai considerato uno scrittore horror. E’ piuttosto quello che la gente pensa di me, e non ho mai avuto niente in contrario.
Se vi siete letti diligentemente tutto quanto ho scritto prima di questa frase, la citazione dovrebbe farvi sollevare almeno un sopracciglio. Stiamo parlando dell’autore simbolo dell’horror contemporaneo, giusto? Lo stesso che si è fatto ritrarre davanti alla sua villa vittoriana mentre apre un cancello in ferro battuto con ragnatele e pipistrelli? Lo stesso che viene preso a modello da generazioni di aspiranti scrittori?
Sì stiamo parlando di lui.
Lo so, qualcuno tra voi adesso starà pensando che in fondo King ha ragione, uno scrittore non si definisce, sono gli altri a definirlo.
Io sono tendenzialmente d’accordo con voi, ma nel caso di King, dovete ammetterlo, si parla di qualcosa di più di un semplice scrittore: King “è l’horror“, e lo è da almeno 30 anni a questa parte. Libri, saggi, articoli, film, telefilm… Pervasivo, invasivo, totalizzante nel suo andare dai fumetti alla musica, dai romanzi alle sceneggiature, dai film ai telefilm. No ragazzi, non è uno scrittoruccolo qualunque: parliamo di un uomo che è ormai un termine di paragone. Per chi, come il sottoscritto, non l’ha preso a calci nel culo negli anni ’80 e ’90, tutto sommato è difficile vederlo sotto questa luce anche se immagino che ci sarà chi gongolerà leggendo queste parole. Figuriamoci, ci sarà la gara a chi per primo dirà che lui lo sapeva, che era chiaro che King non fosse uno scrittore horror… Figurarsi era troppo bravo, no?
Già, e infatti Pet Sematary è un fantasy per ragazzine...
Il paradosso di King
Se devo essere sincero, quello che mi ha davvero disturbato (parola forte, lo so, ma sto ancora elaborando e magari tra un paio di giorni la cosa mi lascerà del tutto indifferente) è la frase che segue quella dichiarazione:
Arrivavo dal nulla, ed ero semplicemente terrorizzato dall’idea di deludere o contraddire in un qualche modo il mio pubblico: se loro avessero detto “Tu sei quello“, beh, sarei stato d’accordo, finché mi avesse aiutato a vendere i miei libri.Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo. Le cose sono parzialmente cambiate nel momento in cui l’antologia Stagioni Diverse ebbe alcune recensioni positive e il pubblico iniziò a dire “Wow, ma questa roba non è poi così horror“. Ovviamente non tutti se ne sono convinti.
King scrive dei libri. Per lui non sono libri horror, ma i lettori li definiscono così e lui non se ne preoccupa perché questi libri vendono un mucchio. E per non perdere soldi, cosa avrebbe fatto? E’ stato zitto. Zitto?
Forse non ci siamo capiti allora… King si è fatto fare una cancellata con pipistrelli e ragnatele. Uso questa foto come esempio anche se potrei farne mille altri, perché chiunque conosca anche solo superficialmente Mr. King (e non parlo solo delle letture, ma anche dei suoi scritti critici, delle sue dichiarazioni, del suo ruolo attivo sulla scena letteraria degli ultimi anni) sa bene che Stephen non è semplicemente stato zitto. Stiamo scherzando?
Io potrei stare zitto. Domani scrivo il libro storico che ho in mente da anni (giuro, è così) e quando mi definiranno autore di romanzi storici, terrò il becco chiuso. Ma io posso permettermi di farlo, sono un anonimo operatore culturale che vive in una nazione all’estrema periferia dell’occidente (non parlo in termini solamente geografici). Non ho in tutto il mondo schiere di aspiranti autori che pendono dalle mie labbra né editori pronti a scannarsi per i miei romanzi.
Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo.
Una frase simile, tenendo presente la carriera di King, non si spiega a meno che non si ipotizzi l’intenzione (o la necessità?) del Nostro di compiacere certi ambienti. King infatti conosce troppo bene la materia per non sapere cosa siano romanzi come It, L’ombra dello scorpione, Pet Sematary, La metà oscura, Shining, Le notti di Salem, Christine…
Da un saggista ed esperto come lui ci aspettiamo che conosca la materia che tratta, quindi o finge di non sapere, per i motivi sopra enunciati, oppure davvero non lo sa. E non è possibile per un fine conoscitore della materia com’é King.
E’ un bel paradosso, non credete?
Sentire dalla bocca di King una sorta di giustificazione degna di Jessica Rabbit (Io non sono cattiva: è che mi disegnano così) fa un po’ specie. E’ stato King a insegnarci come l’horror non sia solo morti ammazzati e porte che sbattono, ci ha insegnato che c’è molto altro, un universo di emozioni e personaggi e sentimenti. Dirci così, adesso, equivarrebbe ad ammettere: “Ok ragazzi, abbiamo scherzato, io in realtà stavo parlando di altro.”
Se mi fermassi a questa frase, potrei (tutti noi potremmo) ricavarne una lezione di vita: scrivi solo quello che si vende. Qualsiasi cosa sia. E se ti dicono che quello che scrivi è giallo, tu annuisci anche se vedi che è verde, perché non sia mai che i lettori si accorgano del trucco e scappino a gambe levate. Personalmente ho capito che in Italia mi conviene stare zitto riguardo all’horror, allora. Scemo io a essere così diretto ed esplicito: se lo ha fatto King, posso farlo anche io e da oggi in poi quando mi chiederanno cosa scrivo, risponderò in maniera creativa.
Ma stanno davvero così le cose?
Se avete resistito fino a questo punto, suppongo che siate lettori e appassionati di narrativa horror. Se così non fosse, sarà difficile che possiate comprendere la mia posizione e quello che sto per dirvi. Se non amate il genere, è probabile che alla “rivelazione” di King qualche riga più sopra, abbiate fatto spallucce. Buon per voi. Ma adesso, cortesemente, lasciatemi lavorare.
Allora, riflettiamo: cosa potrebbe desiderare un autore noto, ricco e famoso come King? Non i lettori, che ormai può condurre più o meno dove preferisce, dall’horror alla lista per la spesa. Non i soldi, dato che ne possiede più di quanti potrebbe spenderne negli anni che gli restano da campare. No amici, più ci penso e ripercorro le tappe della sua carriera, metto insieme i tasselli, e più mi convinco che King sia prigioniero di un desiderio covato per decenni: ficcare in gola a Time Magazine quella odiosa definizione. Al Time e a tutti quelli che per anni lo hanno sottovalutato, sminuito, deriso. Uno stillicidio che goccia dopo goccia ha eroso la rocciosa voglia di divertirsi scrivendo.
La vita è breve, avrà pensato dopo l’incidente del ’99…
Così oggi, confessando di averlo fatto solo per soldi, di aver scritto romanzi che sarebbero stati “fraintesi” o comunque erroneamente “etichettati”, è come se cercasse di rifarsi una verginità. Una specie di “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio“.
Ed è probabile che lo stia facendo perché alla fine abbia voglia di essere ricordato come uno dei “grandi scrittori” del nostro tempo. Nonostante abbia passato anni a dire che la distinzione tra letteratura alta e bassa era sostanzialmente una stronzata, alla fine deve aver ceduto.
Ma se le cose stanno davvero così, lasciatemi dire allora che la colpa è stata di quanti ammorbano (e hanno ammorbato) l’ambiente letterario con la loro presunzione e la loro supponenza. Se vuoi essere dei nostri, amico, devi omologarti. Devi pensarla come noi. Quindi caro Stephen levati di torno quella fama pittoresca che ti porti appresso e scendi a più miti consigli. Rinnega le tue origini, e ne riparliamo. E intanto che ci sei, facci il favore: cambia il cancello di casa con qualcosa che possa essere a noi gradito. Qualcosa di noioso, senza pipistrelli. Altrimenti, ti garantiamo, nel nostro esclusivissimo club non ci entri nemmeno dalla porta di servizio…
Dimenticavo: se pensate che il titolo che ho usato per questo articolo sia un mio giudizio etico su King, vi sbagliate. Non è altro che una citazione. Ovviamente tratta da un libro di Stephen King. Forse era un indizio, una specie di confessione… chissà.
“Certe volte la gente mente soltanto tacendo.” (La metà oscura)
Ogni anno, in Italia, vengono realizzati, con passione, più di 100.000 nuovi manoscritti, sceneggiature, format, da persone spesso alla prima esperienza. Un vero e proprio patrimonio di cultura letteraria italiana. Solo una minima parte di questa enorme ricchezza ha accesso al mercato editoriale.
Perché lasciare quella ricchezza solo agli altri, si saranno detti gli organizzatori? Portiamone a casa un po’ anche noi! Così hanno messo insieme editori, autori, esperti, e hanno organizzato questo mega-festival. Che sarebbe anche un’eccezionale occasione di confronto tra autori e operatori, se non costasse un mucchio di euro.
E non lo dico io. Lo scrivono sul sito del festiva!:
QUOTA di PREISCRIZIONE 130 € : Per essere letti e ricevere una scheda di valutazione della tua opera.
Se sarai selezionato dal Comitato Lettori potrai iscriverti al Festival.
QUOTA di ISCRIZIONE 400 € per:
Avere un proprio SPAZIO ESPOSITIVO alla Stazione Leopolda per i tre giorni dell’evento
Avere la PREVIEW della propria opera sul sito di excalibooks
Essere PUBBLICATO, ed eventualmente VENDUTO, online per un anno intero sul sito di excalibooks
Partecipare al contest per avere un CONTRATTO DI PUBBLICAZIONE con una IMPORTANTE CASA EDITRICE ITALIANA
Capito? Chiedono 130 euro(+ IVA) solo per essere esaminati e se sarete ritenuti idonei, allora avrete la gioia di poter versare altri 400 euro (+ IVA). Il valore di quello che viene messo a disposizione dietro pagamento di tale quota è al momento piuttosto opinabile. Tuttavia i partner coinvolti in questa operazione sono di tutto rispetto. Tipo la SIAE, ad esempio…
Ma andiamo avanti. Facciamo il punto: sino ad ora, mio caro autore esordiente, hai sborsato 530 euro (+ IVA) e ti è stata data in cambio una certa visibilità (la cui effettiva efficacia è da dimostrare) e se sei fortunato, anche la possibilità di essere venduto su un sito di eCommerce (non proprio conosciutissimo… io non lo avevo mai sentito ad esempio). Se ti dovesse andare ancora più di culo, forse, un importante editore ti farà un contratto. Tutto questo mi fa venire il mente un mio articolo di qualche tempo fa: La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri, dove scrivevo:
chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo.
Qui siamo all’evoluzione di quel sistema. Non solo non vieni pagato per scrivere, non solo ti chiedono di pagare per pubblicare, ma paghi anche solo per essere preso in considerazione. Pensate che sul sito di questo Festival dell’inedito, si offrono anche altre meravigliose opportunità!
Spazio espositivo personale durante i tre giorni dell’evento comprensivo di:
Poltroncine e postazione
Tablet personale contenente l’opera
Supporto espositivo con sinossi e biografia dell’autore
Supporto identificativo (nome dell’autore e titolo del manoscritto) con la citazione della frase più intrigante dell’opera scelta dal Comitato Lettori al fine di attirare l’attenzione del pubblico
Preview dell’opera sul sito www.excalibooks.com nella sezione dedicata ai nuovi talenti
Presenza dell’opera presso i reading point consultabili dal pubblico durante la manifestazione
Può darsi che io mi sbagli, e sarà sicuramente così. Ma se bazzicate l’ambiente saprete che si fa una fatica d’inferno a portare le persone alle presentazioni dei libri. Qui mi vengono a dire che la gente dovrebbe scannarsi per andare a informarsi addirittura di qualche inedito nemmeno pubblicato? Ah, beh… ma c’è il supporto espositivo con sinossi e biografia dell’autore. Ci sarà la coda davanti ai pannelli per leggere a che scuola siete andati, no?
Per fortuna, l’organizzazione del Festival viene in vostro soccorso anche in questo caso. Offre cioè la possibilità di presentare il vostro inedito e di farne un reading. Ovviamente (manco a dirlo) pagando!
Presentazione critica a cura dell’autore in una delle salette dedicate della durata di mezz’ora. Il costo del servizio è di € 100 (+ IVA)
Possibilità di declamazione di brani scelti dell’opera da parte di attori professionisti. Il costo del servizio è di € 150 (+ IVA)
In definitiva, con soli 780 euro(+ IVA) voi potete presentare il vostro inedito. E specifico INEDITO, perché a questo punto, il vostro lavoro è ancora, assolutamente inedito. Avete pagato solo per parlare a un po’ di gente (si spera) di quanto sia fico il libro che sperate di riuscire a pubblicare. E visto che è inedito, perché rischiare che qualcuno vi rubi l’idea preziosa (con quello che vi è costata presentarla, in effetti…)? L’organizzazione viene di nuovo in vostro soccorso, fornendovi una linea diretta con SIAE che vi spillerà un altra bella cifretta per mettere al sicuro il vostro inedito dalle grinfie di gente senza scrupoli…
Ai fini della protezione dei diritti di proprietà intellettuale l’Organizzazione del Festival consiglia la registrazione delle opere presso enti o associazioni di tutela. La scelta è lasciata all’iniziativa del partecipante. L’Organizzazione, nel caso non si fosse già provveduto, raccomanda il deposito presso la SIAE che mette a disposizione una linea telefonica dedicata agli inediti del Festival presso la quale i partecipanti potranno riferirsi per chiedere informazioni e assistenza solo ed esclusivamente per quanto riguarda il deposito dell’opera.
Ricapitolando. Questi signori vi chiedono di pagare per cose che potete ottenere anche gratis. Se proprio ci tenete, potete pubblicare il vostro romanzo o racconto su Amazon, a costo zero. E sarete certi che sarà infinitamente più visibile che inserendolo in un qualsiasi altro sito di eCommerce. Per parlare del vostro libro, organizzate una presentazione nella libreria della vostra città. Non ho mai sentito di librerie che chiedono soldi per organizzarne una né di gente che presenti i libri dietro compenso. Sulla possibilità poi di strappare un contratto editoriale, avrete le stesse possibilità inviando il vostro libro agli editori. Se lo farete via mail, non vi costerà praticamente nulla.
Se invece ci tenete a sentirvi fichissimi e a partecipare a questo falò della vanità, mettete mano al portafoglio. Però poi non venite a lamentarvi con me se non diventate ricchi e famosi. In bocca al lupo.
Appena ho visto questo libro, ho capito che non ce l’avrei fatta a trattenermi. I polpastrelli prudevano, scalpitavano in preda a un’urgenza che stentavo a contenere. Sarà stata la copertina, col maschione sadomaso probabilmente legato a qualche trave mentre, in basso, al riparo da sguardi indiscreti, qualche giovine e sinuosa felina si trastulla coi di lui gioielli. Sarà stato il titolo, così diretto, sfacciato, aggressivo (prendimi, sono tuo, fai di me ciò che vuoi). Sarà il nome dell’autrice, così maledettamente simile a un’eroina dei fumetti anni ’50 (o a quello di una pornostar anni ’90). Sarà quel che sarà, ma qualcosa mi ha spinto a cercare informazioni sul romanzo.
E mi si è aperto… un mondo.
Un mondo diverso, ma fatto di sesso (come cantava Rino Gaetano in Gianna)
Più che narrativa romantica si tratta davvero di romanzi erotici, perché le scene di sesso hanno un ruolo predominante. Le ho trovate anch’esse ripetitive e non tutte…come dire…di mio gusto. Certi elementi sono eccessivamente forti e non ne vedo l’utilità ai fini della narrazione. [tratto da un commento trovato in rete a proposito dei libri della Lora]
La storia è stuzzicante, fragrante, seducente:
Nelle loro vene scorre sangue animale, hanno i riflessi, la forza e la ferocia dei felini. Uomini e donne in balia delle menti perverse di chi ha deciso di sperimentare sulla loro pelle. Esseri feriti e indomabili alla ricerca di un posto nel mondo, e di un’anima gemella che restituisca loro una ragione di esistere. Entità perfette, dagli sguardi penetranti e infuocati, missioni delicate da portare a termine, e poi la sensualità che irrompe implacabile. Tutto questo e molto altro ancora per una serie che colpirà nel segno.
I grassetti sono miei. C’è questa razza di umani felini, strafichissimi, con grandi poteri e uno smisurato appetito sessuale, la cui sensualità irrompe implacabile. Hanno missioni da compiere e trombate da consumare ogni 10 pagine.
Niente potrà distoglierli dal loro compito: copulare.
Ma felinamente.
Arrampicati sulle tende di casa, avvinghiati sui tetti, nuvole di pelo che volano quando grossi maschi azzannano il collo di compiacenti e fertili femmine mentre le possiedono in preda alla sensualità (che irrompe implacabile).
Anche il titolo del romanzo è un chiaro invito a diffondere l’amore ovunque nel mondo. Immaginate la scena: la dolce signora che va in libreria e rivolgendosi al sordido libraio vagamente erotomane, gli sussurra: “Mi scusi, ma lei ce l’ha Istinto animale?”
“Certo che ce l’ho, bella smandrappona! Vieni qui dalla tua bestia mai sazia!”
Imbarazzante. Ma sexy.
Letto questo primo libro per curiosità sulla Leigh, è un erotico, la storia di contorno è inesistente. [tratto da un commento trovato in rete a proposito dei libri della Lora]
Lo so, anche voi starete morendo dalla curiosità, il fuoco della passione brucia nelle vostre vene, le sento pulsare al ritmo indiavolato dei vostri cuori e so che andranno avanti a pulsare ancora per molto dato che questo romanzo – tenetevi forte – fa parte di una serie sterminata di ben VENTISETTE romanzi, conosciuta come The Breeds series.
Ventisette romanzi.
Zeppi di scene di sesso.
Il Kamasutra, al confronto, è uno scialbo volantino di pubblicità del supermercato.
Il mio cuore ha un palpito se penso a tutto il sudore versato in questi ventisette romanzi: escogitare centinaia di situazioni ad alto voltaggio, sguardi ammiccanti, corpi levigati, muscoli che guizzano, lingue che cercano avide, labbra umide appena spalancate in un’orgia di sapori e gusti. E poi membri smisurati, seni turgidi, vogliosi, bramosi, setosi…
Tuttavia, trattandosi di felini, ci sarà anche qualche variazione sul tema che verrà in aiuto dell’autrice: pisciatine odorose in ogni angolo, risse tra maschi in calore, fastidiosi miagolii notturni, secchiate d’acqua gettate dai vicini che cercano disperatamente di dormire che domani bisogna alzarsi alle sei, cazzo, e questi gatti di merda che rompono le palle tutta la notte!
E’ un romanzo erotico e avendo già letto qualcosa della Leigh non mi sono meravigliata delle numerose e dettagliate scene di sesso ma in questo caso per i miei gusti, sono decisamente troppe e tolgono spazio alla trama orizzontale che, invece, mi aveva intrigato. [tratto da un commento trovato in rete a proposito dei libri della Lora]
Io so che molte lettrici saranno in trepidante attesa (e pure molti veterinari) e mi scuso se non sono riuscito a cogliere appieno i significati profondi di cui la saga sicuramente sarà pregna. Riguardo ai lettori, se vedrete qualche ragazza, sul treno o in metropolitana, con in mano il libro la di cui copertina è in testa a questo articolo, sorridetele. Poi alzatevi dal vostro posto, chinatevi appena e con voce calda e suadente, sussurratele all’orecchio: “Miao.”
I vaffanculo che vi bersaglieranno le spalle mentre vi allontanate solitari e fieri verso il tramonto, saranno un segno di stima e complicità nei vostri confronti. Perché voi sapete. Voi, adesso, capite. Voi.
In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:
Eloy Moreno
autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna
RICOMINCIO DA TE
(Casa Editrice Corbaccio)
Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione
«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer
IL CASO EDITORIALE
Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai
Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.
Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.
Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.
Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.
Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.
Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…
Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.
Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?
Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Comeabbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.
Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.
Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.
Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.
Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.
“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”
Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”
Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.
Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:
“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”.
Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:
“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.
Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.
Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…
Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano…
Ultimamente i titoli dei miei post hanno preso una deriva ermetica e caotica, tanto da essere costretto a scusarmi a inizio articolo per la loro apparente assurdità. Oddio… apparente mica tanto. Assurdi lo sono di sicuro, ma mi piace pensare (il che la dice lunga) che abbiano un senso. E come in occasione del precedente Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana, che tanto ha fatto discutere, torno con un post dal titolo polimorfo e sconclusionato per aggiungere puntini a mazzi su altrettanti mazzi di “i”.
Se però adesso vi state chiedendo del perché di questa mia foto introduttiva, vi devo pregare di avere un po’ di pazienza. Ci torneremo su. Abbiate fede e tenetela bene a mente. I più sgamati tra voi, lo capiranno presto. E se c’è qualcuno che lo ha già capito, sappia che ha tutta la mia stima.
Dicevamo, puntini sulle i…
L’articolo che vi ho appena linkato, ha sollevato un discreto vespaio su Facebook (discreto non nel senso che le vespe facevano poco casino per non disturbare, sia chiaro), generando diversi polemici fiumi carsici ciascuno dei quali ha preso direzioni diverse. Ammetto di non aver potuto seguire ogni rigagnolo, abbiate pazienza, ho una vita da vivere. Però mi ha stimolato osservare come gli stessi dati, in mani diverse, possano essere usati a secondo del differente modo di vedere le cose. I numeri non mentono, ma possono essere usati per sostenere tesi anche contrastanti, perché ci sono persone che nei numeri vedono solo quello che vogliono vedere.
Come il proverbiale e gustoso cacio sui maccheroni, tuttavia, qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo, ecco palesarsi in edicola La Repubblica con un gustoso articolo che snocciola diverse considerazioni sulla crisi del libro alla luce dei dati presentati da Nielsen BookScan alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”. Visto che la sempre ottima Lara Manni si è smazzata la trascrizione del pezzo, io copio incollo le parti per me interessanti lasciandovi, se lo desiderate, di leggere tutto l’articolo sul di lei blog.
Primo passaggio. La crisi.
Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan [...] non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).
Capito il quadretto idilliaco? Vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo? Direi che i numeri parlano chiaro. Ora, ricordate cosa scrivevo io nell’articolo precedente, venti giorni prima del pezzo di Repubblica? I libri italiani sono pesantemente penalizzati dall’attuale sistema editoriale, sono promossi poco e male (quando riescono ad arrivare in libreria), perché gli editori riservano tutte le loro attenzioni ai libri stranieri. Avevo anche pubblicato una statistica fatta osservando le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. Il risultato è stato il seguente:
Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue
Ora, leggete cosa viene scritto nell’articolo di Repubblica:
Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. [...] Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti.
Questo passaggio, che non ha sollevato alcuna polemica, da nessuna parte, mi ha fatto venire i brividi. Siamo davvero ormai così assuefatti alla situazione attuale da non capire come il nostro mercato editoriale sia completamente fuori fuoco? Seguite il labiale: il settore fiction è in crisi perché costano troppo i libri stranieri. Se non siete ancora saltati sulla sedia sbavando come scimmie urlatrici della foresta amazzonica, avete più sangue freddo di quanto non ne abbia io, amici miei.
Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.
Ecco che adesso su Repubblica, vi stanno dicendo la stessa cosa, ma colpevolmente, nessuno vi fa notare l’assurdità della situazione. Ed è ovvio che sia così: sono 50 anni che le cose vanno avanti in questo modo, ormai nessuno si ricorda, né può immaginarsi, com’era il mondo prima dell’invasione (quanto sono melodrammatico, benedetto il cielo…). Nessuno è capace, io per primo, perché siamo talmente abituati a vedere le librerie piene zeppe di libri americani (ed europei) che nemmeno ci poniamo il problema, anzi: ci siamo addirittura formati sui libri dei narratori americani! E lo abbiamo fatto perché la nostra generazione, anche volendo leggere libri italiani di genere, non ne trovava! La mia adorazione innegabile verso la narrativa americana, tuttavia, non può rendermi cieco. Non posso fingere di non vedere come la situazione sia talmente scappata di mano che oggi gli editori non potendo né volendo pubblicare autori italiani, sono costretti a diminuire le uscite di costosi testi tradotti, andando a far ovviamente calare i fatturati delle loro stesse aziende!
Insomma, si stanno suicidando da soli…
Qualcosa di simile, anche se con dinamiche differenti, è successo al cinema italiano, e forse farvi qualche esempio vi aiuterà a capire quello che è successo (e potrà ancora succedere) in editoria.
So che i più giovani tra voi, svezzati a botte di cinepanettoni, stenteranno a crederci, ma qualche decennio fa, i film li facevamo anche in Italia. Roba da pazzi, vero? Non facevamo solo storie di trentenni o quarantenni in crisi, no, si parlava di avventura, di fantastico, di fantascienza e orrore. Eravamo talmente bravi da insegnare agli americani come fare film horror e western. Negli anni sessanta e settanta si giravano storie di frontiera in set nostrani, con tale maestria e fingendoci così bene americani, da convincere gli americani stessi. Sergio Leone fece diventare Clint Eastwood una star e il suo modo di fare cinema fece scuola.
Ma non era tutto rose e fiori. Il trucco letale era sotto gli occhi di tutti. E finalmente arriviamo ai due signori nella foto di apertura, un fotogramma del filmone Lo chiamavano Trinità. Sapete chi sono, vero? Ma certo che lo sapete, sono Bud Spencer e Terence Hill. Lo sanno tutti, anche i paguri lo sanno. Io ci sono cresciuto coi loro film e ricordo ancora quando andai al cinema a vedere quel capolavoro assoluto che era Altrimenti ci arrabbiamo (1974), con lo stesso Donald Pleasence che poi fece il Dr. Loomis nell’Halloween di Carpenter (1978), avete presente? Un film con la scena più cult di tutta l’intera storia del cinema per quelli della mia età (e coi miei gusti cialtroni)…
Ora, alzi la mano chi appena ha visto la foto in testa a questo pezzo ha detto: “Toh, guardaCarlo Pedersoli e Mario Girotti.” E non imbrogliate che vi vedo e vi vengo a prendere uno per uno… Diciamolo chiaro e tondo: ma chi diavolo sono Pedersoli e Girotti? Quei due sono e resteranno per sempre Bud Spencer e Terence Hill, non c’è scampo. Lo sono e lo resteranno perché sono decine di anni che in Italia per fare il figo devi per forza avere un nome ammerigano, altrimenti non ti si fila nessuno. Un’intera generazione di attori e registi si è dovuta affidare al rassicurante abbraccio di uno pseudonimo anglofono, alimentando così la falsa illusione che anglofono fosse bello e fosse – soprattutto – l’unica soluzione possibile.
Il paradosso è che tutti sapevano che quell’omone barbuto non era americano: santoddio, Carlo Pedersoli non era un tizio sbucato fuori dal nulla, è entrato nella storia per essere stato il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera del minuto netto nei cento metri stile libero! Era famoso. Eppure non andava bene lo stesso. Non era sufficiente, e la sua fortuna l’ha avuta facendo nascere il suo alter ego BudSpencer. Ma saremo o no una nazione di pazzi furiosi? E’ la stessa cosa del leggere autori italiani che pubblicano sotto pseudonimo: siamo felici di essere imbrogliati. E lo siamo da talmnte tanto tempo, che non ci rendiamo più conto di esserlo. L’inganno ci sembra l’unica realtà possibile e reagiamo con aggressività quando ci dicono che le cose non dovrebbero andare così.
Ma cosa vuole questa gente? Noi vogliamo fare gli americani! Noi vogliamo essere americani! Noi vogliamo leggere inglese, parlare inglese, vivere la vita di Grissom in CSI (ma guai a farci mangiare qualcosa di diverso dalla pasta Barilla, mondocane…)
Nel mondo del cinema, però, col passare degli anni, “fare” gli americani è diventato sempre più difficile, e il non aver cercato di percorrere una via italiana al cinema di intrattenimento, lasciando il campo all’imbattibile macchina dei sogni americana senza cercare una praticabile via nostrana, ha finito poi per rendere impossibile ogni tentativo. Mentre spagnoli e francesi hanno continuato a farlo (con ottimi risultati) a noi è stato detto che non eravamo più in grado (siamo bravissimi a darci la zappa sui piedi, di questo ce ne sia dato atto), e il risultato è stato quello di fare tabula rasa di un’industria forse povera, ma ricca di idee e inventiva, di professionalità e passione. Oggi non c’è più un ambiente dove far crescere un certo tipo di cinema, dove sperimentare, dove scambiare esperienze, e così facendo, chiunque voglia provare a fare un film (magari un horror) si trova da solo, in mezzo a un deserto immenso.
Se il malcapitato volesse poi sperare di racimolare due lire, dovrà fare un film in inglese. Perché con l’italiano non recupererà mai i suoi soldi. Come mai?, vi starete chiedendo. E’ molto semplice: nel mercato USA, nessuno vuole vedere un film doppiato (segnatevelo perché è importante). Può essere la peggiore porcheria di questo mondo, ma lo dovete girare in presa diretta e in lingua inglese, altrimenti il vostro filmetto ve lo guardate a casa vostra, e tanti saluti. Il cinema americano ha colonizzato il mondo, ma l’america è impermeabile ai film che provengono dall’estero. E la riprova sono la lunga serie di remake di ottimi film europei o giapponesi, rifatti pari pari solo per inserire attori e ambientazioni americane. Avete presente Blood Story, il recentissimo remake di Lasciami entrare tratto dal romanzo dello svedese John Ajvide Lindqvist? Oppure Quarantine, il remake fotocopia di REC di Balaguerò?
Remake fatti per lo stesso motivo: sul mercato americano nessuno è disposto a far fatica coi sottotitoli o ascoltare film doppiati. Per noi questa ritrosia è inconcepibile, ammettetelo. Per noi è normale, assolutamente normale, ed è qui che vi volevo portare. Sono passati talmente tanti anni che non ci poniamo nemmeno più il problema, e così è per la narrativa tradotta. Per noi è prassi: non lo è invece per americani e inglesi, e le classifiche di Amazon stanno a dimostrarlo. Si chiedono: ma perché dovrei leggere la storia di un paese che magari non so nemmeno dove cazzo stia sulla cartina, tradotto da un tizio che si spera possa essere bravo almeno quanto l’autore? Questo è il vero motivo per cui la narrativa italiana (e in genere, europea) non arriva negli USA. Non è un problema di qualità: a nessuno frega nulla di quanto sia bello o brutto un libro italiano, spagnolo o francese. La verità è che o siete un fenomeno da milioni di copie o nessuno negli USA vedrà il motivo di pubblicare un libro straniero avendo così tanti libri nostrani da proporre. Perché un americano si chiede: “Chi accidenti me lo fa fare di leggere un libro tradotto quando posso leggere nella mia lingua?”
Così ci ritroviamo con un’industria del cinema d’intrattentimento distrutta e colonizzata, e una dell’editoria che non è mai davvero nata. La critica paludata (qualcuno per caso ha dettoBenedetto Croce?), l’esterofilia, il perbenismo, la spocchia, chissà cos’altro, fecero piazza pulita, nessuno prese sul serio gli autori italiani una cinquantina di anni fa (eccezion fatta per qualche caso rarissimo), e non ci si è più ricordati di loro, creando un vuoto. Vuoto che venne colmato importando tonnellate di narrativa americana (ottima, in molti casi). La richiesta c’è sempre stata, ma è stata soddisfatta solo con prodotti d’importazione.
L’Italia è un paese povero di materie prime.
Fra di queste, rientrano anche film e libri...
Ci scandalizziamo se importiamo le arance dalla Spagna, ma sono decenni che due nostri settori industriali (nemmeno tanto secondari), hanno una bilancia dei pagamenti import/export perennemente (e drammaticamente) in rosso. E questo, che vi scandalizziate o meno, è un problema squisitamente italico. Rambo e Guerre stellari, l’hanno visto in tutto il mondo, ma persino i Coreani fanno più film di noi. Stephen King è un mostro sacro, nessuno lo discute. Io lo adoro senza se e senza ma. Però solo in Italia, leggere King impedisce di pubblicare Giuseppe Brambilla.
Chiunque accidenti sia Giuseppe Brambilla…
E finalmente arriviamo all’ultimo passaggio di questo mio sproloquio. L’ultimo aspetto su cui vorrei rifletteste. Giuseppe Brambilla è un aspirante scrittore, fa concorsi, manda manoscritti, riceve molti rifiuti. E’ frustrato. Sa che è molto difficile pubblicare, ma insiste. Si arrabbia spesso perché vede pubblicati libri di suoi connazionali e si chiede: “Perché loro si e io no?”
Non sappiamo se Giuseppe sia bravo o meno, ma sappiamo che avrà pochissime possibilità di veder pubblicato il proprio libro. E il motivo non è che un suo collega italiano gli abbia fregato il posto… Giuseppe Brambilla non sarà pubblicato perché l’editore a cui ha mandato il libro, ha comprato a caro prezzo il libro di Joseph Jenkins, un suo coetaneo americano che ha scritto un libraccio spacciato come un grande capolavoro dal suo agente. Però Giuseppe non se ne rende conto, non capisce che in un mercato i cui volumi sono costituiti al 70, forse 80% da narrativa anglosassone, i pochi posti rimasti devono bastare per una intera nazione di aspiranti autori.E si incazza con il collega italiano, apre un blog e lo copre di insulti.
Mentre nessuno parla di Joseph Jenkins.
La situazione si incancrenisce e acutizza perché per questi nostri aspiranti autori non c’è il normale, naturale sbocco editoriale che c’è negli altri paesi. Nossignori, qui siamo pieni di Joseph Jenkins che provocano il contingentamento delle uscite in lingua italiana! Alcuni di questi autori stranieri sono una benedizione, è innegabile, ma altri sono ciarpame. Ciarpame pagato a caro prezzo, venduto come merce sopraffina. Ciarpame che magari è pari a quello prodotto da Giuseppe Brambilla… eppure assai più appetibile. Io mi chiedo solo questo: ma se negli USA ci sono mandrie di autori frustrati che si lamentano di non trovare sbocchi in un mercato così vasto (e a loro esclusivamente riservato), cosa dovrebbero dire i nostri Brambilla, in un mercato editoriale dove il passaporto fa la differenza?
Lo so, il titolo grida vendetta, ma leggete fino in fondo e capirete. In realtà questo post avrei dovuto pubblicarlo circa 10 giorni fa, poi sono successe cose e l’ho messo in stand-by. Adesso che ne sono successe altre (continuano a succedere cose, dannazione), l’ho scongelato. E riscritto alla luce di quanto è accaduto.
Come forse saprete – e se non lo sapete, ve lo sto per dire – qualche giorno fa, è stato annunciato che il mio “vecchio” editore avrebbe cambiato la propria linea editoriale. A quanto pare non c’è più posto per l’horror come lo intendiamo e soprattutto, gli autori italiani non riceveranno più le attenzioni che meritano (a essi sarebbe riservata solo la pubblicazione in eBook). Sapete quanto poco io gradisca l’eBook, non tanto come mezzo in sé, quanto come “sistema”. Gli strumenti non hanno colpe: chi li usa in maniera sbagliata invece sì. Questo porta a distorsioni poco simpatiche nel sistema editoriale e anche per questo, avevo inizialmente deciso di rinunciare a proseguire su una certa rotta, interrompendo lo sviluppo del Diacono 2, un romanzo al quale tengo molto e che scriverò solo se potrò pubblicarlo in maniera adeguata all’affetto che provo per il progetto.
In seguito al mio comunicato scarno e cialtrone (come mio solito), sono stato contattato da un altro editore che già conoscevo per la cura con cui gli avevo visto confezionare e promuovere alcuni libri. Si sono detti interessati a discutere del progetto e nelle prossime settimane proporrò loro una struttura così da illustrare cosa voglio fare. Visto che la trattativa è ancora in corso e ci vorrà tempo, mi scuserete se non vi anticipo nulla, ma non mi parrebbe corretto nei confronti di questo editore.
Comunque vada, mi fa piacere che si siano interessati a me e ancora di più, mi fa piacere aver ricevuto in queste ore il sostegno e il supporto di tantissimi tra voi. I messaggi che mi arrivano sulla bacheca di Facebook e in privato sono pieni di affetto, entusiasmo e impazienza per il Diacono 2, e voglio pubblicamente ringraziarvi, non tanto per il calore che riuscite a trasmettermi, quando per l’indispensabile energia che mi infondete, senza la quale, lo ammetto, sarebbe davvero dura continuare a scrivere in un mercato editoriale come il nostro.
Sarà (è, in effetti) il momento duro/durissimo di cui sopra, ma qualche circuito sembra essere saltato, qualche ingranaggio andato fuori asse . Non adesso, non oggi, per carità, solo che adesso, oggi, le conseguenze e gli effetti sono più evidenti e probabilmente più gravi. E dunque: ognuno fa quel che vuole. E spesso non è il che cosa ma il come (in parte si ritorna alle “curiose interpretazioni” di cui abbiamo parlato prima). E nessuna regola, nessun patto vale più. E allora si spreme lo spremibile, si commissiona il commissionabile, si ordina in automatico quello che va ordinato ai “fornitori di contenuti ad hoc” (gli scrittori, ovvero coloro che scrivono, tanto per ricordarlo, anche se il vecchio “content is king”, il contenuto è re, viene già sostituito dall’ “experience is king”, ovvero non importa che cosa si ha davvero in mano ma quello che ci si costruisce attorno…
Il momento è durissimo (lo è per tutti, in qualunque settore, non solo quello editoriale), e proprio perché è dura, per un autore che non fa il comico di professione, che non è un politico, un presentatore TV, una pornostar, un calciatore, un ex-terrorista, un qualsiasi maledetto freak pescato nella società civile, insomma, per un povero cristo che come unica colpa ha quella di scrivere-e-basta, è dura davvero perché senza avere alle spalle un editore che creda in te e voglia promuoverti, non vai troppo lontano.
L’ho già detto in una intervista in occasione del Diacono: troppo spesso chi scrive di genere e ha un passaporto italiano, non può combattere ad armi pari. Ha una mano legata dietro la schiena e nonostante questo handycap, gli si rimprovera di prendere troppi ceffoni dai colleghi stranieri. Colleghi stranieri che arrivano in Italia pompati a mille e con promozioni di tutto rispetto. Del resto bisogna rientrare dei cospicui anticipi versati loro, quindi bisogna che vendano! E allora vai di promozioni, fascette, iniziative editoriali. Se penso che il mio Diacono praticamente me lo sono promosso e lanciato quasi da solo (il periodo non era dei migliori a causa di problemi di varia natura che non sto a elencarvi), un po’ mi sento figlio della schifosa, ma in Italia è così che funziona e lo facciamo con gioia perché in fondo ci piace quello che facciamo, quindi chi se ne frega. Va anche bene così.
Basta che non si facciano paragoni, altrimenti ci viene da chiedere: ma su questi nostri libri, quanto avete investito? E quanto avete investito sui tanto amati best sellers americani, libri che arrivano in Italia con un battage pubblicitario già costruito e funzionante e per questo straordinariamente avvantaggiati?
Già, forse il problema è proprio questo. Altrove (Stati uniti, Francia, Germania, Nord Europa, Spagna…), gli editori stranieri scoprono talenti o presunti tali, li coccolano e fanno montare il caso. Fanno in modo di vendere sfracelli in patria e poi li propongono all’estero (spesso a caro prezzo) sia che in mano abbiano un poker o una scala mancata. Il bluff in editoria funziona come nel poker. Forse meglio. In Italia, invece, ci comportiamo tale e quale alle nostrane squadre di calcio: si importano giocatori stranieri già collaudati, strapagandoli, si fanno squadre senza giocatori italiani, nessuno più investe sui vivai e poi quando gioca la Nazionale prendiamo calci nel culo anche dal Bangladesh.
Semplice e pulito.
Il pubblico, la domenica si diverte lo stesso, ciascuno ha il suo idolo, i giornali vendono e le trasmissioni TV si riempiono di contenuti. Ma quando si arriva agli Europei o ai Mondiali, ci ricordiamo quale enorme cazzata abbiamo fatto e gridiamo allo scandalo. Dura poco però, perché poi la Serie A ricomincia e tutto passa…
Se pensate che io stia esagerando, date una occhiata a questa piccola ricerca che ho condotto nelle passate settimane. Ho monitorato le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. L’ho fatto monitorando i maggiori siti nazionali che ha aperto Amazon: USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Italia. I valori cambiano di poco, di giorno in giorno, quelle che vi propongo sono delle medie, delle tendenze che grossomodo danno l’idea dello stato in cui versano i mercati editoriali negli stati presi in esame.
Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue
I numeri possono cambiare di qualche unità, ma le tendenze sono quelle che vi ho riportato sopra. Se andassimo ad analizzare le classifiche per genere, il dato italiano diventerebbe drammatico (quando Il Diacono era andato al numero 1 dei più libri horror più venduti su Amazon, solo il 5% dei libri in classifica era italiano…). Questo significa che può essere che negli USA o Inghilterra ci sia nella lista dei bestsellers un libro di un autore tradotto, ma è un evento raro. Non è la regola, come avviene nel nostro Paese. La tendenza è quella che vedete: gli americani vogliono leggere libri americani. E se non ci credete, vi racconterò un giorno di cosa voglia dire proporre un romanzo italiano negli USA. Ne so qualcosa e le risposte sono state illuminanti, credetemi.
Qualcuno più scettico potrebbe anche dirmi che questo succede solo per i best sellers, che magari ci sono migliaia di libri tradotti negli USA. Vero. Ma è interessante notare comunque come all’estero (vale anche in Francia e Germania) fra i best sellers, la percentuale di libri prodotti nella propria nazione sia maggioritaria rispetto a quelli tradotti. In Italia questo non accade e basta dare un’occhiata agli scaffali di una qualsiasi libreria per rendersi conto di come stiano davvero le cose. Tutto ciò ha origini lontane, lo potremmo far risalire alla reazione per il ventennio fascista e la chiusura a tutto quello che veniva dall’estero? All’entusiasmo per la liberazione a opera degli Stati Uniti? Alla voglia di sentirci anche noi americani che ci colse negli anni del dopoguerra e del boom economico?
Qualunque sia la ragione, è innegabile che tutti noi siamo a tal punto condizionati da trovare “provinciali” le storie ambientate in Italia e se i protagonisti non si chiamano John o Frank ci suona male. Siamo tutti figli di Salgari, forse? Preferiamo ambientare storie in paesi che nemmeno conosciamo piuttosto che fare come Stephen King che scrive quello che avviene nel cortile di casa sua? Se vi stupite di questa mia affermazione, significa che ho ragione. Siamo così condizionati che ci pare normale conoscere meglio Castle Rock di Milano.
In tutto questo discorso, badate bene, non ho mai parlato di qualità dell’oggetto libro. Non mi interessa. E non influisce minimamente su quanto vi sto dicendo. Ricevo costantemente libri di ogni tipo e genere e trovo talmente tanto ciarpame tradotto da avere la nausea per i prossimi 300 anni. Il fatto è che quando esce un libro italiano, questo viene vivisezionato e se non risulta meno che perfetto, spesso viene massacrato. La cosa potrebbe anche andarmi bene, se fosse una pratica estesa a tutto il mercato, ma così non è perché – vi garantisco – in commercio ci sono di quelle porcherie che gridano vendetta, in hard cover, con fascette eccezionali, reperibili ovunque, dagli autogrill ai supermercati e di questi volumi non troverete una sola riga di critica. Nè positiva né negativa. Silenzio. Questi libri hanno il loro mercato, vendono e gli editori sono convinti che vada tutto bene, quindi continuano a farli. Questo non significa che non bisogna recensire i libri o non dire che fanno schifo se fanno schifo: questo significa che ciò accade sempre per i libri italiani (numericamente limitati e quindi perfettamente monitorabili nel loro insieme), mentre è impossibile che avvenga per ogni libro made in USA che esce nel nostro paese.
Per ogni brutto libro italiano vivisezionato e massacrato, un migliaio di brutti volumi americani passano senza colpo ferire, vendendo senza che nessuno se ne accorga nemmeno.
E’ come se il mercato editoriale fosse un enorme Iceberg. C’è una piccolissima quantità di libri esposti alle intemperie, al sole che li scioglie, al vento che li consuma rendendoli poco appetibili, ma sotto il pelo dell’acqua, silenziosa e immane, c’è la massa di libri davvero importante e pericolosa, quella che schianta la fiancata del Titanic e lo affonda. Quella massa di libri che costituisce la spina dorsale e – drammaticamente – il vero problema dell’editoria italiana. Inarrestabile e per questo indispensabile, sommerso tanto che si stenta a percepirne le reali dimensioni, e per questo defilato. Sappiamo che c’è, la sotto, ma non ce ne curiamo. Preferiamo dare la colpa di ogni male a quei pochi libri esposti al sole e al vento lassù in cima.
La massa di libri tradotti è una zavorra incredibile. E’ vero, è comodo proporre libri già collaudati all’estero che arrivano da noi ammantati di un irresistibile fascino esotico, ma se da un lato questo può apparire come un risparmio e un vantaggio, dall’altro, alla lunga, si dimostrerà un costo letale. Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.
Ricordatevi: in editoria conta più la promozione che il contenuto. Purtroppo, direte voi. Se non sai che esiste quel bel romanzo in libreria, non lo puoi comprare. Ma se ovunque ti volti, vedi iniziative promozionali, allora alla fine cedi e corri a comprarlo. E questo accade indipendentemente dal passaporto dell’autore. Dire che gli italiani abbiano meno appeal, è falso. E lo dimostrano in maniera inoppugnabile due editori che in questi ultimi mesi stanno dimostrando come il marketing editoriale possa promuovere anche un autore italiano dando ottimi risultati in libreria. Pensate a Marsilio col romanzo di Roberto Costantinioppure alla Newton col romanzo di Marcello Simoni (ma anche con quelli della Ghinelli e di altri perfetti sconosciuti italiani che sono stati lanciati alla grande da un sapiente lavoro editoriale). Non è questione se il libro sia bello o brutto, ma se lo vuoi promuovere o no!
Ci sono autori stranieri che vengono pagati profumatamnte solo per poterseli tenere in catalogo, soldi che non saranno recuperati dalle vendite in libreria, ma che sono ripagati in prestigio. Autori americani pagati a peso d’oro perché del loro (brutto?) libro viene fatto un film e quindi garantirà visibilità. Che siano belli o brutti i loro libri, non importa quasi nulla: conta cosa riescono a garantire in termini di resa commerciale. Ora immaginate l’esordiente italiano, sconosciuto, magari di talento. Paragonatelo a uno dei due modelli di autore di cui sopra e chiedetevi: è una lotta ad armi pari?
Vi ripropongo integralmente l’articolo che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza incazzarmi, quindi lascio lo spazio ai miei due amici-molto-zen (che spero non me ne vorranno per questo mio accodarmi all’iniziativa) e taccio. Son cose che fanno alzare la pressione, queste.
“Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”. Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).
Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.
Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni, la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate. E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.
Date: 21 ottobre, 2011 | Posted By: Andrea | Category: Libri | Comments: 0
Questa è una delle storie surreali che accadono nel nostro paese, dove tutto si incasina a tal punto che nessuno pare avere torto o ragione, e chi sta a guardare non può fare altro che sospirare esasperato. La storia (che sta montando di ora in ora) è riassumibile in poche righe:
Il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, sarà in vendita da mercoledì 19 ottobre, ma i librai sardi indipendenti hanno deciso di rinunciare allo sconto imposto del 25% dall’editore Rizzoli.
Fatta la legge trovato l’inganno, verrebbe da dire. E’ appena stata applicata la nuova legge sul libro, e già siamo agli sconti selvaggi e alle proteste. La storia è iniziata male e finirà peggio. Gli organi di stampa stanno ribattendo la lettera dell’associazione dei librai indipendenti. Ve la ripropongo e occhio ai grassetti…
«Caro Gianrico, i librai indipendenti della Sardegna hanno deciso di non vendere il tuo libro con lo sconto del 25%. Niente di personale, resta immutata la nostra stima nei tuoi confronti, così come non cambierà il grande affetto dei lettori sardi verso di te e del tuo nuovo libro. Ma siamo stati messi di fronte a un vero e proprio ricatto da parte del tuo editore, che non ci ha avvisato dell’intenzione di “svendere” il tuo nuovo libro applicando uno sconto che normalmente si riserva alle collane di libri già in catalogo, e soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”. Siamo di fronte al classico inganno che il tuo editore ha pensato di trovare subito dopo l’applicazione della legge sul libro, legge per l’approvazione della quale tu ti sei speso tanto, a difesa di editori e librai non omologati, e più in generale per garantire la massima diffusione di tutti i libri, di tutti gli scrttori, non solo quelli di proprietà dei cinque grandi gruppi editoriali italiani. Noi non possiamo applicare quello sconto, che invece la grande distribuzione può tranquillamente sopportare grazie alle percentuali quasi doppie rispetto alle nostre con cui acquista i libri dai grandi editori»
Letto? Bene.
In giro per la rete, già si leggono commenti di questo tono: “I librai piccoli devono sparire, sono anacronistici, stanno danneggiando i lettori e li obbligano a spendere di più!“.
Questo è il ritornello più diffuso. Ma hanno davvero torto marcio i librai sardi? Va da sè che con questa mossa rischiano l’autogol d’immagine, ma quello che mi interessa di più è capire come questi fatti ci siano dati in pasto. Mi chiedo come mai nessuna delle testate giornalistiche impegnate nella querelle provi ad analizzare un po’ i fatti.
Io qualche domanda me la sono posta. Per esempio, mi chiedo come mai siano i librai indipendenti Sardi a fare partire questa rivolta. Forse la loro associazione è più coesa delle altre? Forse la loro situazione economica è peggiore delle altre? Perché nessun giornalista di nessuna testata ci ha tenuto a spiegare questa singolarità? Che diavolo succede proprio in Sardegna?
Chissenefrega, direte voi, ma è la prima volta che succede una cosa simile. Voi non siete curiosi di sapere perchè? Io sì… E già che ci siamo: c’è qualcuno che voglia indagare come questo sconto sia “digerito” altrove in Italia? Va bene a tutti? Sono tutti sulla stessa barca?
Nonostante siano domande interessanti, sono questioni di poco conto se paragonate alla totale assenza di commenti critici su questo comunicato. E’ ovvio che messo così, sia parecchio irritante per i lettori che vedono sfumare la possibilità di risparmiare 4,75 euro sul prezzo di copertina. Non hanno tutti i torti, ma vi invito a pensare a questa situazione:
Sotto Natale, la libreria Pincipallo decide di scontare tutti i libri in vendita del 25%. Il titolare della libreria si augura di vedere un fiume di gente comprare quei libri scontati. Però, dopo aver pubblicizzato la campagna sconti, riunisce i suoi commessi e annuncia che data la promozione, i loro stipendi per quel mese saranno decurtati del 25%. Un quarto del totale.
E’ ingiusto, dite? E perché mai? Il libraio, scontando i suoi libri del 25%, incasserà meno e quindi è giusto risparmiare qualcosa, no?
No. E’ ovvio che non è giusto.
Perché se fai una promozione per vendere il tuo prodotto, sei tu a doverti fare carico degli oneri. Funziona così. Eppure alle librerie indipendenti è stato imposto di guadagnare meno. O di non vendere quel libro se non possono sopportare questo sconto..
“soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”.
Lasciate perdere che si parli di libri, ma da che mondo è mondo, in ogni comparto merceologico, se un produttore del bene X attiva una campagna promozionale sul bene X, di solito pratica ai rivenditori uno sconto extra sul normale prezzo di acquisto in modo da rifonderli di questa promozione. Se si pubblica un libro che costa 19 euro, alle librerie si pratica il consueto sconto su questo prezzo di copertina, e appena arriva sugli scaffali, l’editore annuncia che quel libro si deve vendere col 25% di sconto, i librai hanno ragione a incazzarsi, perché la cosa più elementare sarebbe quella di dire: caro editore, perché lo sconto che mi pratichi è sui 19 euro di copertina e non sui 14,25 a cui il libro sarà effettivamente venduto?
Lo so, magari siete ancora fissi sul chissenefrega, ma credo che questo modo di fare sia piuttosto incomprensibile. E’ un po’ come annunciare ai quattro venti che si vuole diventare donatori AVIS, ma poi mandare un amico a fare il prelievo. Una specie di armiamoci e partite, insomma…
Forse questa è una manovra per levarsi di torno le piccole librerie, le librerie indipendenti. Non lo so. La protesta delle librerie sarde, per di più, suona ridicola, perché potranno anche vendere a prezo pieno i loro libri, ma Amazon – se non sbaglio – appare anche sui server dell’isola, quindi state tranquilli che i lettori più sgamati non metteranno nemmeno piede in libreria. L’unica cosa certa è che in questa faccenda nessuno ci fa una grande figura.
Come troppo spesso accade in Italia negli ultimi tempi…