Il Diacono finalista al premio Massarosa

Date: 27 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Libri, Roba mia  |  Comments: 0

Stamattina ho ricevuto una notizia inaspettata. Il mio romanzo è entrato a far parte della cinquina finalista dell’edizione 2011 del PLM Premio Letterario Massarosa, il premio letterario più antico d’Italia, dedicato alle opere prime. Ammetto che per un autore di horror questa è un’autentica sorpresa. L’anno scorso, questo premio se lo aggiudicò Donato Carrisi con “Il suggeritore“. Diciamo quindi che non ambisco certo alla vittoria, ma sarà bello esserci.

I cinque finalisti di questa edizione, dopo una selezione tra 52 case editrici, sono:

  1. Insolita storia di una vita normale” di Carlo Repetti, Einaudi
  2. La libraia di Orvieto” di Valentina Pattavina, Fanucci Editore
  3. Troppo umana speranza” di Alessandro Mari, Feltrinelli
  4. Elisabeth”, di Paolo Sortino, Einaudi
  5. Il Diacono”, di Andrea G. Colombo, Gargoyle Books

Fa un po’ effetto l’idea di trovarsi lì tra due Einaudi, un Feltrinelli e un Fanucci. Inutile girarci attorno, ragazzi, spicco come una mosca sopra la neve immacolata…

La serata finale si prospetta divertente. Mi è stato chiesto un estratto dal romanzo da far recitare a una compagnia teatrale e una brano musicale. Ora, vista la situazione, mi sono posto il dubbio se fosse il caso di non farmi “riconoscere” e andarci piano, magari con un elegante brano di musica classica e un estratto dal libro colto e raffinato (sì, vabbè, e dove lo trovo?). Alla fine non ho resistito e ho deciso che tanto vale presentarsi per quello che si è. Dritti e impavidi verso la catastrofe. Così, amici cari, questi saranno il brano musicale (che mi ha tenuto compagnia durante molte sessioni di scrittura del romanzo) e l’estratto che sarà messo in scena (ho fornito anche una seconda scelta riguardo all’estratto, di più facile realizzazione).

Buon divertimento.

 

IL DIACONO – ESTRATTO

<Aiutaci a trovarli>, gli stava chiedendo il vecchio monaco dal viso stanco, <racconta loro quale pericolo stanno correndo ed evita che vengano massacrati uno dopo l’altro>.

Un attimo di silenzio.

Si sentì ticchettare la pendola dimenticata nell’angolo, accanto alla finestra.

Cinque tic e altrettanti tac.

Il vescovo Xavier si alzò dalla poltrona, non riusciva più a rimanere seduto, anzi, non ne poteva più di stare in quell’edificio. <Padre, mi ha appena detto che non ha alcuna intenzione di arrendersi. A nessun costo, è esatto?>

Il monaco rispose con un cenno affermativo del capo.

A nessun costo.

<Ora però mi sta chiedendo di convincere tutti gli altri a gettare la spugna…> Il Vescovo, si avvicinò al davanzale. Sentiva addosso lo sguardo dei cinque monaci. Gli scavavano dentro, occhi come cucchiai dai bordi affilati. Cercò sollievo osservando il panorama, ma non gli fu di alcun aiuto, con quel cielo nero e la pioggia battente.

Non aveva scampo.

Un brivido lo percorse da capo a piedi, e in quel momento seppe con assoluta certezza che nulla sarebbe mai più stato come prima. Finiva tutto lì, in quel momento preciso, un istante di lucidità e consapevolezza tali da mozzargli il fiato in gola. Dovette appoggiarsi alla finestra per combattere un capogiro.

<Hai sentito quello che ha urlato il tuo esorcista mentre era steso sul pavimento?>, lo incalzò padre Valdés.

<Ne avrei volentieri fatto a meno>.

<Il messaggio era chiaro>, Valdés ignorò il suo commento, <sono tutti in pericolo e lo sono da ormai mesi>.

<Voi per primi…>

<Noi sappiamo a cosa andiamo incontro. È il nostro compito e lo è da sempre. Voi non siete preparati, vi massacreranno…>

Il viso di Valdés era una maschera di pietra. Dura e fredda, senza emozioni, nessuna esitazione. Xavier ne fu quasi intimorito. Cosa spingeva quel vecchio? Una vita di trame oscure e terrificanti, dolori e malvagità da combattere giorno dopo giorno, anno dopo anno… Che effetto poteva avere tutto quell’orrore sulla mente e sul cuore di un uomo?

Quello che hai sotto gli occhi, si disse.

Fissò il monaco e capì che non si sarebbe arreso.

Di nuovo, gli tornò in mente quell’aggettivo.

Inamovibile.

<Come posso trovarli tutti?>, cercò di protestare fra un respiro profondo e un altro, <è una impresa titanica. È vero, per gli esorcisti che controllo direttamente e gli ex allievi della scuola, non ci sono grossi problemi. Ma gli altri? Padre, mi ascolti: ci sono vecchi sacerdoti nominati esorcisti che non hanno mai nemmeno praticato, diocesi sparse ovunque, spesso minuscole e tagliate fuori dal mondo… È al di sopra delle mie possibilità. E potrebbe essere fatica sprecata, perché tutto quello che ha a che fare con il sacramentale dell’esorcismo, da domani alle 15.00 sarà solo storia>, concluse Xavier sfregandosi le dita sulla fronte, come se cercasse di alleviare un forte mal di testa.

<L’annuncio di Deveraux fermerà solo gli esorcisti, non chi dà loro la caccia>. La voce di padre Valdés era il rintocco a morto di una campana. <Se questo è il suo disegno, non si fermerà finché non l’avrà compiuto.>

<Crede davvero che sia in atto una simile caccia all’uomo?>

<Cos’altro ti serve ancora per credere?>, replicò Valdés.

Io-non-voglio-credere! stava per sbottare, ma riuscì a tenere per sé quel commento. Il monaco non sapeva quello che lui aveva scoperto. Se lo avesse saputo, forse, nemmeno lui avrebbe avuto il coraggio di credere.

Sospirò appoggiando la fronte al vetro freddo.

Si sentiva come se avesse la febbre, era stanco e gli facevano male le ossa. Aveva dato la sua massima disponibilità a Valdés, ma era terrorizzato all’idea di sconvolgere la propria vita. Sino ad allora la sua missione era stata tutto sommato semplice: educare i sacerdoti a riconoscere il male e a combatterlo con la preghiera e la forza della fede. Ma mai, in tanti anni, aveva pensato che questo facesse di lui e dei suoi allievi delle vittime potenziali. Non si combatteva più per la salvezza dell’anima immortale, ma per la mera sopravvivenza del corpo.

Questo faceva la differenza.

Altroché se la faceva.

Sospirò e si allontanò dal vetro lasciando una piccola nube di condensa lì dove si era appoggiato. Intravide appena la colonna di fumo sopra la chiesa, ma non ci fece troppo caso. Aveva altro a cui pensare. Valdés lo aspettava al varco. Però quando scorse il riflesso arancione dietro a una delle vetrate, una decina di metri più in basso, si soffermò a osservare meglio. Quello era davvero strano. Non poté fare a meno di chiedersi quale fosse la fonte del bagliore.

Fu allora che padre Valdés cominciò a tossire.

Xavier si voltò.

Il volto del monaco era rosso per lo sforzo, gli occhi pieni di lacrime.

<State bene padre?>, domandò.

<F-fumo…>, riuscì a pronunciare il vecchio monaco.

<Fumo? Io non sento…> Si interruppe, sgranò gli occhi e tornò a guardare al di là del vetro.

Fumo.

Dalla chiesa.

La porta si spalancò. Nello studio fece irruzione Guillermo, scarmigliato e sconvolto. Aveva la tonaca fradicia, i capelli appiccicati alla fronte. Doveva essere andato là fuori, sotto al diluvio. Aveva gli occhi rossi di pianto.

<Eccellenza>, urlò ansimando, <bruciano!>

<Bruciano? Di chi stai parlando?> Il Vescovo gli andò incontro aggirando la scrivania. Padre Valdés continuava a tossire, sorretto da fratello Simone.

<Un incendio, in chiesa!> Guillermo lo afferrò per un braccio e iniziò a tirarlo via con sé, fuori dallo studio.

Carlos Xavier iniziò a sentire un fischio acuto.

<Gli allievi… sono chiusi là dentro!>, ansimò Guillermo. <Tutti quanti!>

Il fischio si fece assordante. Xavier si ritrovò a scendere le scale correndo, senza sapere di preciso dove stesse andando né perché.

Il fischio si tramutò in un grido.


L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

De Crescenzo lascia Gargoyle Books

Date: 29 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Roba mia  |  Comments: 0

Come probabilmente già saprete, Paolo De Crescenzo ha lasciato la direzione editoriale di Gargoyle Books. Trovate il comunicato a questo indirizzo.
Ho lasciato passare qualche giorno, pensando e rimuginando su cosa dire di adeguato al riguardo, ma alla fine mi tocca costatare che non è affatto facile, specie cercando di restare entro i confini tracciati da Paolo nel suo breve messaggio. So che Paolo storcerà il naso e tirerà fuori una delle sue battute al vetriolo, leggendo questo pezzo, ma la cosa s’ha da fare, non solo perché Paolo è una persona che stimo e per la quale nutro sincera amicizia, ma perché – senza girarci attorno – con la sua creatura, De Crescenzo ha cambiato (spero per sempre) il volto smunto dell’editoria horror in Italia.

Si possono fare tutti i distinguo che vogliamo, mettere tutti i paletti, sollevare obiezioni, ma signori miei: la verità è che in una nazione come la Nostra, dove l’horror è sempre stato il figlio di un Dio minore, De Crescenzo ha avuto la folle idea di creare una etichetta editoriale che ha avuto come unica missione pubblicare horror, senza alcuna “mimesi editoriale” (come invece praticano molti altri suoi colleghi), e senza badare a spese (no dico, ma avete visto che razza di carta usa per i suoi libri?), con l’obiettivo di tenere sempre alta l’asticella della qualità. Insomma, ha dato all’horror quello che in Italia l’horror non aveva mai avuto prima. Possiamo non essergliene grati?

Sotto la sua guida, Gargoyle ha rapidamente conquistato l’affetto dei lettori e degli appassionati, ha iniziato un serio lavoro di recupero dei classici della narrativa anglosassone proponendo classici mai editi nel nostro paese (vedi l’opera monumentale di Varney il Vampiro o Vendetta! di Marie Corelli), ri-pubblicato romanzi già editi in Italia in nuove edizioni spesso più rispettose del testo originale, dato spazio ad autori culto dell’horror americano (Robert McCammon, Richard Laymon, Dan Simmons, Graham Masterton). E non pago, ha infine dato una casa anche agli autori italiani, garantendo loro un trattamento raramente riscontrabile altrove: Gianfranco Manfredi, Danilo Arona, Claudio Vergnani, Francesco Dimitri… Insomma, a parte un tragico passo falso che difficilmente i lettori gli perdoneranno, Paolo De Crescenzo ha operato per il meglio dimostrando di essere un grande conoscitore della materia e un editore col massimo rispetto per i propri autori.

E’ per tutte queste cose che il suo abbandono è stato per me un colpo difficile da metabolizzare. Capisco – e apprezzo – la decisione di voler garantire alla sua creatura un futuro sicuro e non discuto sul fatto che essa rifletta perfettamente l’uomo che è Paolo. Tuttavia mentirei se vi dicessi che la cosa non mi abbia lasciato un po’ scombussolato. Resta la certezza che grazie al suo gesto, Gargoyle Books si sia assicurata un futuro certo e sicuro. E resta il fatto che sarò sempre grato a Paolo per tutto quello che ha fatto per l’horror italiano.

Un caso editoriale pazzesco!

Date: 06 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Ma l’avete notata anche voi, negli ultimi tempi, la curiosa esplosione di pazzeschi casi editoriali in Italia? Autori sconosciuti, il cui esordio è sempre “sorprendente” (e fin qui nulla di strano, è lessico promozionale), che vengono però immediatamente venduti in tutto il mondo, opzionati per il cinema, venduti in decine di migliaia di copie… e tutto senza essere nemmeno ancora arrivati sugli scaffali! Ce n’è stato uno che è addirittura andato in classifica, prima ancora di essere disponibile nelle librerie…
E’ tutto così stupefacente, non trovate anche voi?

Un caso può capitare. Ma se succedono in sequenza, uno dietro l’altro, lasciatemi dire che c’è del soprannaturale… Oppure altro non è che il nuovo trend della promozione editoriale, che impone di fare di OGNI nuovo libro un “caso editoriale” di risonanza internazionale? Mi chiedo: ma non è che a furia di gridare al lupo al lupo, alla fine anche questo modo di lanciare i libri risulterà inefficace? E dopo, come li promuoveranno i prossimi romanzi? Si dovrà andare oltre, immagino. Allora proviamo a immaginare le fascette che leggeremo tra qualche anno:

“Ancora prima di essere stato scritto, un autentico caso editoriale internazionale!”

“Un romanzo che è diventato cult anni prima della nascita del suo autore!”

“I diritti di questo romanzo sono stati venduti in tutta la galassia!”

“Nessuno sapeva il titolo, nessuno conosceva l’editore e nemmeno l’autore, eppure questo romanzo ha venduto un milione di copie! E non è nemmeno stato stampato!”

Forse sono ancora un po’ grezze come ipotesi, ma ci si può lavorare… vedrete che tireranno fuori qualcosa di efficace. Ne sono sicuro.

 

 

Fiera del Libro di Torino

Date: 10 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 4

Se tutto va bene, venerdì sarò alla Fiera del Libro di Torino. Sono almeno una quindicina di anni che non manco all’appuntamento, mi piace curiosare, girare tra gli stand, vedere qualche amico che abita lontano, parlare di questo e di quello. Non sempre vado a Torino con uno scopo preciso, spesso mi limito a “bazzicare” la Fiera.

Spesso, mentre sei impegnato a bazzicare, ti capita di incontrare Caio, che ti ferma e ti aggiorna su una questione, oppure di trovare Tizio, col quale guardacaso avevi in sospeso una faccenda e ne approfitti per definire i dettagli, e magari – se ti va bene – ritrovi Sempronio, al quale ogni anno dici “Dai, poi ci sentiamo”, ma alla fine non vi sentite mai.

Insomma, ogni volta vado senza sapere cosa mi aspetta, e regolarmente torno indietro soddisfatto e beato, ma con la testa che mi scoppia. Alla fine della giornata tuttavia, mi rendo sempre conto di aver visto pochissimi libri. Ecco, forse è questo che mi manca di più della fiera del libro. I libri.
E parlando di libri: ma volete spiegarmi perché gli editori più grandi non fanno sconti alla fiera? Questa cosa non la riesco a capire… I visitatori pagano il biglietto d’ingresso, giusto? Pagano per comprare libri?
Sì. E dovrebbero adorarli per questo. Quindi la cosa più sensata che un editore potrebbe fare, è offrire i propri libri a prezzi bassissimi. Altro che sconti del 10%… Quasi sempre, chi propone sconti particolarmente hard sono gli editori piccoli o di nicchia.

I big – chi più, chi meno – se ne sbattono.

Eppure i loro stand, sono sempre stracolmi di gente e io mi chiedo: ma perché i lettori si accalcano negli stand di Einaudi o Mondadori, per acquistare libri che troverebbero ovunque magari a prezzo più basso, anziché saccheggiare le bancarelle di editori che magari faticano a trovare, portandosi via tonnellate di libri a prezzo di saldo? Ricordo un anno, che allo stand Einaudi c’era talmente gente che pensai che i libri li regalassero… così mi affrettai speranzoso.
Invece zero. Nemmeno il sacchetto per portare via i libri ti regalavano.
Mah…

Misteri (della fede) a parte, come dicevo, bazzicherò la fiera venerdì e orbiterò attorno allo stand Gargoyle (STAND M 138 – Pad. 2). Se siete in zona passate a trovarci. Probabile che io sia in giro a “bazzicare”, ma alla fine torno.

Tornano sempre…

Gli eBook e il suicidio preteso…

Date: 11 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comment: 1

Le discussioni attorno al mio articolo precedente proseguono, segno che l’attenzione per l’eBook è massima, ma c’è ancora qualcos’altro da dire. I conti continuano a non tornare per me. Scusate, ma sono una testa dura.

In queste ore, ho avuto modo di parlare con tante persone sicuramente più preparate di me a proposito di quello che tecnicamente significa il passaggio dal libro all’eBook. E’ ovvio che chi se ne occupa professionalmente abbia più fiducia ed entusiasmo nel nuovo mezzo di quanta possa averne io, legato al libro di carta ma al contempo entusiasta davanti a ogni innovazione tecnologica. Mi permetto comunque di ricordare come fui uno tra i primi (non di certo il primo) a occuparmi di eBook una decina d’anni fa. Il primo romanzo di Danilo Arona (ROCK), lo pubblicai io, in eBook, distribuendolo su Horror.it.

Era l’anno 2000, e all’epoca per gli autori italiani che scrivevano horror, di spazio nell’editoria tradizionale, non ce n’era. E’ forse grazie a iniziative come questa (e all’intensa attività in rete) se oggi, undici anni dopo, qualcosa è cambiato, nonostante ci si ritrovi ancora a elemosinare visibilità e si veda nell’eBook un’opportunità per degli outsider costretti a  destreggiarsi in un mercato da sempre ostile. Questo per dirvi che sebbene il mio amore per la carta sia grande, non mi è impossibile scorgere le potenzialità dell’eBook.

Però.

Però continuo a pensare che questo “ricambio generazionale” sia gestito da cani. E che si continuino a pretendere “gesti di distensione” dai protagonisti sbagliati. Come ho già scrittodovrebbero essere per primi i soggetti che hanno investito e credono nell’eBook a prendere coraggio e a dare uno scossone all’ambiente“, anziché aspettare siano gli editori a farlo. Anche perché (e adesso vengo a spiegarvi il titolo del mio pezzo) gli addetti ai lavori che operano nell’editoria elettronica, dovrebbero mettersi nei panni di un qualsiasi operatore dell’editoria tradizionale, che sentendo parlare di eBook, decida di fare una ricerca con Google. Cosa troverebbe il nostro editore “giurassico”? Che da più parti non si fa che ripetere che gli editori spariranno nel giro di una generazione per mano dell’eBook. E a volte, a dirlo sono addirittura gli operatori stessi. Lo si dice e a volte ce lo si augura.

Certo, qualcuno spiega che SE le case editrici si adegueranno, allora potranno trovare un modo per sopravvivere. Altri però non fanno che ripetere come un domani ci saranno autori che pubblicheranno direttamente, qualche agenzia di editing, e tanti saluti.

Che sia vero o no, nessuno può dirlo, però immaginate che effetto possano avere dichiarazioni simili. Come minimo, l’editore di turno fa ogni tipo di scongiuri possibili e inizia a sgranare il rosario. Per quanto possiamo pensare che gli editori siano “l’impero del male” è umano immaginare che non siano proprio entusiasti di questa prospettiva, no? Ecco, ora pensate quale possa essere la risposta di un editore (terrorizzato ad hoc da simili prospettive) davanti alle accuse di operatori del settore che affermano che se il mercato dell’eBook non decolla, è colpa degli editori che non mollano i libri.

Ad esempio, il direttore di Edigita, Renato Salvetti, si è lamentato con l’Adnkronos sostenendo che in generale sono troppo pochi i titoli convertiti in digitale e dichiarando: “Se gli editori continueranno ad attendere che il mercato parta da solo – aggiunge Salvetti – rischiamo di ritrovarci in una situazione di stallo“.

Adesso ditemi voi se un editore possa avere fretta di suicidarsi.  Secondo ragionamenti come questi, dovrebbero essere gli editori a fare il primo passo (non indolore né gratuito) per fare decollare un mercato che potrebbe avere come effetto ultimo la fine stessa dell’editoria così come la conosciamo.

Ma sono solo io a vedere l’assurdità di una situazione simile?

Se vi chiedessero di impiegare ore del vostro tempo libero (non retribuito) per approntare un sistema che una volta ultimato, con ogni probabilità vi priverà del lavoro, cosa rispondereste? D’accordo, magari i commenti nei blog sono esagerati, forse certe analisi sono inutilmente catastrofiche, nessuno ha la sfera di vetro e magari ci vorranno anni, ma nonostante tutto questo, credo che non sia questo  il modo per invogliare un editore a buttarsi nel nuovo mercato. La paura è tanta, le incognite tantissime e i costi non sono irrisori.

Ha davvero senso pretendere dagli editori che paghino per suicidarsi, oppure è il caso di pensare a strategie di approccio al problema leggermente diverse?

Qualche numero sugli eBook e una sola provocazione

Date: 09 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 6

Il 2010 si è chiuso da tempo ed è il momento di bilanci, anche per gli eBook. Visto che se n’è fatto (e se ne fa) un gran parlare, ero curioso di sapere quanto effettivamente avessero raccolto dopo aver così tanto seminato. Su Simplicissimus (una delle principali piattaforme dedicate alla vendita di eBook) ho trovato un articolo interessante.

ecco i numeri: 65mila, nel 2010 (che poi vuol dire tra ottobre e dicembre del 2010) si sono venduti sui 65mila ebook in Italia, per un fatturato complessivo pari a circa 700mila euro. Ovvero lo 0,05% del mercato del libro (che vale circa 1,350 miliardi di Euro)

Faccio un altro conticino. Quanti eBook ci sono sul mercato? Butto lì una stima, leggendo le varie dichiarazioni degli editori: 5.000 titoli. Ora, messa così la faccenda, potremmo fare una media e dire che ogni titolo abbia venduto 13 copie.

Le medie sono ingannevoli, si sa, ma questo vuol dire che allo stato delle cose, trasformare un libro in eBook non vuol dire investire ma spendere soldi e si è ben lungi dal vedere affacciarsi all’orizzonte almeno il pareggio. Quando dico “spendere” mi riferisco ai costi per trasformare un libro in formato ePub e dare al portale di vendita degli eBook il fisso che esso chiede per poter accedere al loro servizio.

Ma non è tutto.

Ho trovato un altro articolo, che è un po’ strano. In questo articolo, si legge che di questi 65 mila eBook venduti nel 2010, ben 52.659 siano di un unico editore. Bruno editore, per l’esattezza. La dichiarazione proviene dall’editore stesso, ma al momento non ho visto smentite, quindi la prendo per buona. Se così fosse, dobbiamo rifare i conti. Bruno editore, vende solo manualistica e vende solo tramite il suo store online. Il prezzo medio a cui vende gli eBook è 7,99 euro. Quindi se questo dato ha un senso, il mercato dell’eBook al netto delle quote di Bruno editore (e del suo singolo store) in realtà per il 2010 ammonterebbe a poco più di 12 mila copie.

Che equivarrebbe a dire che ogni titolo attualmente disponibile sui vari eBook store (escluso quello di Bruno editore) avrebbe venduto solo 2 copie. E’ ovvio che le medie matematiche ingannano, magari c’è un bestseller tra gli eBook che ha venduto 200 copie. Ma questo significherebbe solo che ci sarebbero altri 99 titoli che non ne hanno venduta nemmeno una di copia. E non è bello, no?

Sarebbe interessante a questo punto sapere se Bruno editore ha fatto una sparata oppure se le cose stanno davvero così, ma in ogni caso, non possiamo non notare come i numeri in ballo siano davvero trascurabili. A questo punto andrebbe fatta un’analisi seria. Continuo a vedere scritto da più parti che il problema degli eBook sia il prezzo alto. Farlo pagare la stessa cifra di un libro cartaceo, ne rende difficile la distribuzione. Innegabile verità. Ma…

Ecco che arriva la provocazione di cui sopra: se i numeri sono davvero questi, mi chiedo, come possono gli editori essere invogliati a investire sull’eBook? In un mercato che è già sofferente per la crisi e povero di suo, si introduce un nuovo fattore che “si dice” possa essere risolutivo, “si dice” che cambierà tutto, “si dice” sia un treno che è meglio non perdere per non rimanere indietro. Poi, quando gli editori mettono mano al portafoglio, i numeri sono questi. Per quanto possiamo essere diffidenti verso i grandi gruppi editoriali, dobbiamo ammettere che nessuno al loro posto vedrebbe questo grande business in uno scenario del genere.

Aggiungete poi che quando si ripete ossessivamente che “non va perso il treno”, che occorre sbrigarsi prima che tutto decolli, scusate, ma lo si dice alle persone sbagliate. Questa frase non va detta agli editori per convincerli a investire, ma va detta proprio a chi adesso la va ripetendo. Vale a dire, proprio ai titolari delle piattaforme distributive.

Quale treno volete che perda una Mondadori o una Rizzoli? Loro hanno tutto l’interesse ad andarci cauti, perché sanno che nel nostro mercato editoriale sono i marchi che si vendono, non i supporti. Oppure volete davvero dirmi che credete alla panzana che i fan di Dan Brown, se non troveranno gli eBook del loro beniamino, smetteranno di leggerlo per sempre? Non è che FORSE, una volta che gli eBook arriveranno, anche in ritardo, li compreranno lo stesso?

Se l’editore di Fabio Volo, editerà i suoi eBook tre mesi dopo il boom degli eBook, mi volete davvero dire che non li venderà? E per quale strano motivo? Chi leggeva Volo prima, lo farà poi, anche con sei mesi di ritardo.

Gli editori hanno un catalogo composto di nomi che sono marchi e valgono soldi solo per il fatto di esistere, non di pubblicare in un formato piuttosto che un altro. I soldi veri oggi si fanno coi bestellers, e per quelli non c’è alcun treno da prendere o perdere. Lo ripeto: non esiste alcun treno! Quando il mercato decollerà, e solo allora, Mondadori o chi per esso, saranno i primi a buttarsi a peso morto e mostrando i muscoli (cosa che oggi non fanno, e chiamali scemi), e potranno farlo con tutta calma perché sono LORO ad avere i titoli in mano,  non Amazon, non IBS, e quei titoli faranno gola a molti, distributori di eBook per primi, perché tutti avranno interesse ad avere in catalogo un bestseller.

Se è vero che per gli editori non c’è nessuna fretta, è anche vero che chi ne ha davvero, sono i soggetti che hanno investito somme ingenti nel “fenomeno” eBook, coloro che hanno costruito gli eReader, coloro che hanno realizzato store online e ci hanno speso tempo ed energie.  Sono loro a essere esposti economicamente, non gli editori, giurassici e lenti. Finché questi signori  della “new economy” non capiranno che sono loro i primi a dover fare sacrifici e a sputare sangue per fare decollare il mercato, quel mercato che vede loro come protagonisti e nel quale vogliono poter operare, assisteremo a questa manfrina, aspettando che anche qui in Italia qualcosa succeda.

Per questo ritengo assurdo che oggi a un editore si chiedano soldi per riversare i propri libri in formato eBook e ancora più assurdo che gli si chieda il pagamento di una quota fissa per entrare nel sistema. Perché finché le cifre di vendita sono quelle che vediamo, chi potrà pensare di ammortizzare le spese sostenute? Non dico guadagnarci, ma almeno limitare le perdite! Dovrebbero essere per primi i soggetti che hanno investito e credono nell’eBook a prendere coraggio e a dare uno scossone all’ambiente, perché quando sento che a un editore medio piccolo, si chiedano 1.500 euro di fisso per entrare nel sistema, che vanno sommate alle centaiana di euro chieste per convertire i libri in formato ePub, a me sembra chiaro che non ci sia alcuna voglia di scommettere sulle percentuali sul venduto, ma mi pare solo un modo per fare business con le conversioni e intascare soldi sicuri PRIMA che il libro arrivi nello store.

Cari gestori di piattaforme distributive, abolite i costi fissi, almeno provateci per i picccoli, medi e medio grandi editori. E in cambio pretendete prezzi bassi, che non superino i 4,99 euro. Attirate lettori e interesse con una proposta varia e a basso prezzo, scommettendo su voi stessi,  investendo in pubblicità per il grande pubblico (sino a oggi del tutto assente) anziché chiedere agli editori di scommettere su un mercato in cui non credono e che temono, ma nel quale voi siete i primi a credere.

Se voi per primi non dimostrate di crederci, a dispetto delle cifre di vendita ridicole, come potete sperare che ci credano gli altri? Investiteci ancora di più.

Quindi, in definitiva: no ai costi fissi per l’eBook.
Provateci e vedete se funziona. Se nemmeno così decolla, signori miei, vi suggerirei di lasciar perdere.

Il prezzo dell’eBook

Date: 15 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 7

Da qualche tempo leggo gli articoli che riguardano il mondo dell’eBook e la cosa interessante che noto è che sull’argomento si continuano a sparare un mucchio di cifre, la maggior parte delle quali sembrano buttate lì davvero a casaccio. Sull’onda di quanto avviene per la musica su iTunes, adesso, si vorrebbe che i libri costassero 0.99 euro. Lo dice Kevin Kelly di Wired Magazine, ad esempio. Come giustificazione per la sua affermazione, il buon KK dice che visto che fare un libro costa meno che fare un disco, i libri devono costare almeno quando una canzone su iTunes.

Piccolo inciso: i musicisti fanno gli album, non solo i singoli. A comprare un album intero su iTunes si spendono 10/15 euro, altro che 0.99 centesimi. Se prendi un singolo, spendi 0.99 circa. Ma perché paragonare un libro di 400 pagine che ti intrattiene per giorni e giorni a una singola canzone di un paio di minuti e non all’album intero?

Detto questo, chiedetevi: cosa paghiamo quando acquistiamo qualcosa? Paghiamo la fatica fatta per produrre un prodotto? Paghiamo il tempo speso per realizzarlo? Il materiale con cui è fatto? Le sensazioni che trasmette? Il beneficio per chi lo compra? Se vado al cinema a vedere un film, pago il biglietto. Ma se non ho fretta, nel giro di qualche anno, il film arriva in TV e lo vedo gratis, magari infarcito di pubblicità. Però è sempre lo stesso film. Se lo vedo gratis dopo qualche tempo in TV, allora significa che non ha senso andare al cinema? Che – in seconda battuta – non ha senso fare l’abbonamento a SKY o a Mediaset Premium per vederlo a casa magari in HD? Oppure che la visione di un film non vale la spesa di alcuna cifra visto che comunque prima o poi arriva gratis?

E le canzoni. Perché comprarle a 99 centasimi su iTunes se le trasmettono alla radio, gratis? Le volete ascoltare quando volete, quindi pagate la comodità di scaricarle? E’ questo il valore di una canzone? La comodità di poterla ascoltare e non dover aspettare che una radio si decida a trasmetterla?

E’ arcinoto, che agli autori di musica e libri vadano piccole percentuali sul prezzo di vendita del loro prodotti. Il resto se lo pappa la macchina produttiva alle loro spalle. La macchina produttiva è però composta da persone che lavorano. Futuri disoccupati, immagino. Ma in fondo chi se ne frega… Non divaghiamo. Per i libri, i costi sono da dividersi tra la realizzazione del libro (scrittura, editing, correzione bozze, realizzazione copertina, impaginazione), la stampa, la promozione e la distribuzione. Cosa eliminiamo con gli eBook?

Per realizzare un eBook, servono aziende che trasformino il libro in formato elettronico. Una sorta di stampa in digitale. Queste aziende si fanno pagare.

Per vendere un eBook, servono piattaforme di distribuzione che accettino il file e lo rendano disponibile per la vendita. Queste aziende si fanno pagare una quota fissa per accettare i tuoi libri e in più si prendono una percentuale sul prezzo di copertina.

Al posto della carta, e dei camion che trasportano le merci, adesso abbiamo agenzie che stampano in digitale e aziende che distribuiscono su piattaforme elettroniche. E questa gente chiede danaro. Certo, magari ne chiede di meno, ma chiede lo stesso dei soldi. Ora, per un editore, il rischio editoriale qual’è? La sola stampa? Oppure tutto il lavoro di redazione prima e di promozione dopo?

In che percentuale si dividono i guadagni sul prezzo di copertina ?

  • All’autore va dal 7 al 10% in genere.
  • I distributori, prendono circa il 60% (e questi rivendono alle librerie con uno sconto intorno al 30/35%)
  • Allo stato va il 4% (IVA).
  • Il resto va all’editore e gli resta qualcosa intorno al 30% (più o meno).

Con questo 30% deve pagare chi lavora per lui e in più stampare il libro. Quanto incide la stampa del libro? Supponiamo un 15% del prezzo di copertina? A questo punto, per calcolare quale sconto su questo prezzo di copertina vada applicato nel caso di versione eBook, mancando la stampa e la distribuzione tradizionale, non resta che valutare l’esosità di chi stampa in digitale e distribuisce. Ma, per intenderci, non potremo scontare tutta questa percentuale. Sparisce la carta, cioè, ma non i costi!

Prendiamo un libro che oggi viene venduto sui € 15,00. I famosi 0.99 centesimi sono, in percentuale, il 6,6%. Non è nemmeno la percentuale dell’editore. Però a noi che ce ne frega degli editori, no? Dicono che con l’eBook saremo tutti editori di noi stessi, giusto? Però con quei 0,99 centesimi, che negli USA dicono debba valere il libro, l’autore dovrà pagare la piattaforma di distribuzione e la stampa in digitale. E ovviamente preghiamo che sia un autore che non abbia bisogno di editing né correzione di bozze, il che è ridicolo visto che non c’è libro edito privo di questo intervento. Ah, dimenticavo la copertina. Come la paga la copertina? Ma chi se ne frega della copertina, niente copertina. Promozione e ufficio stampa? O se la fa l’autore, o paga qualcuno per farla. E come paga? Anticipa i soldi sperando che a botte di 0,99 centesimi si arrivi al pareggio, prima o poi.

Quindi, ricapitolando, per accontentare qualche sedicente guru del tutto gratis (o quasi), abbiamo creato in un botto un mucchio di schiavi pigiatasti che scriveranno libri a cottimo e investiranno somme di denaro per sopperire al lavoro che oggi fanno gli editori. Perché, sia chiaro, non credo che alcun editore possa permettersi davvero questa politica di prezzi. Forse quelli americani, che possono godere di un bacino di lettori smisurato. Non di certo quelli italiani, che hanno un risibile bacino di lettori al confronto di quelli in lingua inglese. Non che io mi preoccupi dei bilanci di Mondadori, sia chiaro, ma diamo pane al pane…

I difensori del “prezzo basso ad ogni costo” dicono una cosa non sbagliata: se il prezzo è basso, si allarga il potenziale bacino di utenza. Il punto è che nessuno, al momento, sa davvero quale sia il bacino di utenza e soprattutto se il prezzo “politico” imposto in questo senso, sia in grado di coprire i costi secchi della produzione di un libro. Non credo che un libro – che necessita di almeno uno, due anni di lavoro – sia meno impegnativo che fare un disco. Però si sa che la letteratura conta zero, quindi assumiamo che sia così. Volete davvero dirmi che una canzone a 0.99 centesimi sia ugualmente appetibile di un libro italiano a 0.99 centesimi?

Una canzone in inglese o qualsiasi altra lingua, la vendi tramite iTunes in tutto il mondo. Bacino d’utenza sconfinato, potenzialità enormi. Un libro in italiano, su un ipotetico iTunes del libro a 0.99 centesimi, raggiungerà invece gli stessi lettori che raggiunge oggi. Acquisterà magari qualche lettore in più per via del basso prezzo, ma non prendiamoci in giro: non è che se uno ieri non leggeva, oggi legge perché costa poco. Non è come ascoltare una canzone che richiede un paio di minuti e ti levi il dolore. Io non leggerò Moccia solo perché costerà poco: non lo leggo oggi e non lo leggerò a 0.99. Perché è così che vanno le cose. Il prezzo basso aiuterà chi non si può permettere di comprare un libro a 15 euro? Certo. A patto che prima, questa persona abbia trovato i 150 euro per comprare un eReader…

So che dire queste cose è impopolare, nemmeno io voglio che i libri costino tanto, ma c’è un limite oltre quale forse sarebbe meglio non spingersi. Un prezzo secco, imposto a casaccio andrà bene per alcuni, male per altri. Come sempre, dovremo vedere se ce ne fregherà qualcosa oppure no, e sono pronto a scommettere che non fregherà niente a nessuno.
C’est la vie…

E’ ovvio che sarei il primo a gioire se i libri in italiano a 0.99 fossero un successo e di botto si aprisse anche per l’horror un mercato da centinaia di migliaia di lettori, ma consentitemi di essere scettico a tal proposito.
Quelli che oggi buttano cifre sul piatto, farebbero meglio a giustificarle con qualcosa di diverso dalla solita manfrina del “progresso” perché anche le centrali nucleari erano il progresso, e abbiamo visto tutti com’è andata a finire…

Librerie, distribuzione e piccoli editori

Date: 03 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Una piccola premessa: questo post è figlio di una discussione che si è sviluppata sul mio profilo Facebook (una delle millemila…). La riporto qui cercando di fare un po’ il punto e ragionare a mente fredda. Non che possa aggiungere nulla di decisivo, o trovare delle soluzioni, ma mi spiace lasciare che la conversazione scompaia insieme a mille altre.

Leonardo, amico nonché “piccolo editore”, pubblica sul suo profilo una conversazione alla quale ha appena assistito in una libreria, tra un commesso e (il presunto) titolare della libreria…

Commesso: - Ma lo scatolone novità dei piccoli editori?
Titolare: - Non aprirlo. Tra un mese lo restituiamo così come è che facciamo meno fatica. E se qualcuno ce lo chiede, metti anche che due o tre persone lo facciano, è più la fatica e il casino che il guadagno.

La prima reazione è quella di fastidio, o per lo meno di sconforto. Libri che restano nello scatolone, l’illusione di editori e autori di essere disponibili presso la libreria, la triste realtà… Chi, come me, da sempre è vicino alla piccola e media editoria (l’horror è come la muffa: sopravvive al buio e nelle nicchie…), sa come sia difficile conquistare uno spazietto sugli scaffali. Le librerie pagano i libri a 30 gg (almeno), quindi quello scatolone può restare bellamente ignorato in magazzino senza che il libraio paghi un euro. Poi allo scadere, si rende e non si paga nulla. Il distributore che magari ha fatto pressione perché il libraio prendesse quei titoli (e lo ha fatto per accontentare l’editore che quei titoli ha stampato), è stato a sua volta stato accontentato. Ma vendite zero.

Ci dispiace tanto, questa roba proprio non vende, grazie e buonasera.
Già…

La libreria è una vera jungla. Una jungla sull’orlo del disastro ambientale. Conquistare uno spazio vitale in questo microcosmo di carta è un’impresa titanica. Per questo, la stragrande maggioranza dei titoli disponibili sul mercato vende cifre irrisorie: la notizia dell’esistenza di questi fantomatici libri raggiunge poche persone e quelle poche persone, una volta informate, non riescono a trovare il libro perché le librerie non lo tengono (o se lo tengono, lo nascondono!). Il che non rappresenta di per sè niente di particolarmente strano o drammatico, diciamo che è nell’ordine naturale delle cose. Non possono esserci migliaia di bestsellers ogni mese, molti dei libri stampati sono ciarpame, altri sono di dubbio interesse commerciale, altri ancora riguardano minuscole nicchie di interesse che per loro natura non potranno mai ambire a numeri stratosferici. C’est la vie, dicono i francesi.

Alla luce di quella che è la situazione attuale, credo che occorrerebbe una volta per tutte ammettere come – in Italia – il vero problema non sia pubblicare, ma vendere. E’ innegabile come oggi sia relativamente semplice arrivare a vedere il proprio nome sulla copertina di un libro. Le opportunità si sono decuplicate rispetto a vent’anni fa (quanti accidenti di editori ci sono?), con tutti i pregi e i difetti che tale esponenziale crescita comporta. Occorrerebbe una seria riflessione sulle speranze che certi libri possano avere di non finire al macero senza passare dal via.

La soluzione potrebbe essere stampare meno titoli e puntare su quei pochi che valgano davvero… Ma l’amico editore mi fa presente una verità sacrosanta:

la distribuzione impone (per avere una sorta di giro cassa e un effetto catena sant’antonio) un minimo di titoli.

Vero. Se non fai almeno 12 titoli all’anno, nessun distributore ti prenderà come cliente. Quindi gli editori sono costretti a pubblicare e pubblicare, solo per restare in questo giro vorticoso, un setaccio a maglie molto larghe nel quale poco si salva e molto si disperde.

Non a caso, Barbara, titolare di una libreria, chiosa:

Trovare tutto e subito sugli scaffali è utopia.
Anche il più volenteroso ed efficente libraio sulla faccia della terra sarebbe in difficoltà, avrebbe bisogno di una libreria a sei piani e solo per i minori (per non parlare degli editori che fanno saggistica o pubblicazioni specializzate!)

Una bella contraddizione, non trovate? Il sistema da un lato impone la continua produzione di contenuti, facendo crescere esponenzialmente l’offerta (ogni giorno escono circa 160 libri in Italia… ogni benedetto giorno), ma dall’altra parte le librerie esplodono sotto questa continua massa di prodotti in arrivo. Con i siti di vendita online, le cose migliono un po’, ma non si risolve il problema di fondo, anzi tendenzialmente non può che aggravarsi: disponibilità senza problemi, ma quanto alla visibilità…

Come porre rimedio a questa situazione, quando – per di più – i siti per “aspiranti scrittori” pullulano di ragazzi e ragazze che si lamentano di come in Italia sia impossibile pubblicare e che chiedono consigli per trovare un editore? Io non ho risposte, e comprendo il giusto desiderio di quanti vogliano scrivere (come non potrei empatizzare con loro?), ma quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti e non vedo come evitare di parlarne. Non credo che gli eBook risolveranno alcunché, anzi, non faranno che moltiplicare esponenzialmente l’offerta, rendendo sostanzialmente sempre più cruciale il problema della visibilità e la polverizzazione delle vendite. Ci saranno, cioè, sempre meno titoli che riusciranno a vendere oltre una certa soglia e un oceano sconfinato di produzioni “di nicchia”, con un numero piccolissimo di lettori.

In fondo è quello che accade oggi con i siti Internet. Ne nascono ogni giorno. Ogni giorno apre un blog. L’audience è spalmata e diffusa, con rarissimi picchi di “ascolto” commercialmente sfruttabili. Ripeto me stesso: non so se ci sia del buono o del cattivo in tutto questo, so per certo che è diverso e dovremo adattarci, ci piaccia o meno, perché l’evoluzione (o involuzione?) temo sia inevitabile.

Notte buia…

Date: 01 febbraio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 0

Sto leggendo “Notte buia, niente stelle“, l’ultimo libro di Stephen King. Su 4 racconti che compongono la racccolta, ne ho già letti 3 e mi riserbo l’ultimo per il week end. Sebbene non sia nulla di nuovo per zio Steve – dobbiamo ammetterlo – il libro è buono. Davvero buono. E’ come tornare in un posto di villeggiatura che si conosce già, pensare che ormai non ti puoi più divertire perché ci sei stato troppe volte e invece  scoprire che te la puoi godere ancora.

Forse si sente un po’ l’abuso del ricorso a certe figure ormai archetipiche (forse un po’ logore?) della narrativa di King, ma come potrebbe essere altrimenti dopo 40 anni di scrittura, decine e decine e decine (ma quanto diavolo scrivi Steve?) di romanzi e racconti? C’è solo da portare rispetto per un autore così… così… gigantesco.

Spero che l’ultimo racconto riersca a sorprendermi. Se non sarà così, sarà stato comunque un piacevole viaggio. Ci risentiamo presto per un commento più strutturato.