Dieas Irae
Avrei tanto voluto intitolare il nuovo romanzo del Diacono in questo modo, ma alla fine ci ho rinunciato, perché ci sono altri libri col medesimo titolo e perché – in fondo – giudico talmente potente l’immagine evocata da questo componimento, che avrei rischiato di farmi fuorviare. Questo non vuol dire che ne risentirete parlare, ma che almeno per quanto riguarda il titolo, non ne farò menzione.
Oggi però vi vorrei proporre un percorso sonoro che spero possa essere suggestivo ed evocativo, partendo dal componimento originale (il canto gregoriano) per poi viaggiare nei secoli e vedere come il requiem sia stato interpretato. Non sono un musicista né un esperto di musica, quindi perdonate le castronerie che farò parlando dell’argomento. Partiamo ovviamente dall’origine.
Dies Irae, dies illa
solvet saeclum in favilla:
teste David cum Sybilla.Quantus tremor est futurus,
Quando judex est venturus,
Cuncta stricte discussurus.Tuba, mirum spargens sonum
per sepulcra regionum
coget omnes ante thronum.Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura,
judicanti responsura.Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet, apparebit:
nil inultum remanebit.Quid sum miser tunc dicturus?
quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?Rex tremendae majestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae
ne me perdas illa die.Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.Juste judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.Ingemisco, tamquam reus,
culpa rubet vultus meus
supplicanti parce, Deus.Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.Preces meae non sunt dignae,
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne.Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis:
gere curam mei finis.Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favillaJudicandus homo reus.
huic ergo parce, Deus:Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.
Questo è il testo del canto gregoriano originale, composto da Tommaso da Celano intorno al 1200, e descrive il giorno del giudizio, quando i buoni saranno salvati e i cattivi condannati alla dannazione eterna. Leggendolo, avrete notato un verso che è stato ripreso da Valerio Evangelisti per il titolo del suo romanzo Rex tremendae majestatis. Ricordo di averla sentita quando ero molto piccolo, cantata in una chiesa: l’eco del canto gregoriano sotto le volte di una o di un monastero è qualcosa che fa venire la pelle d’oca. Non capivo una parola eppure non c’era verso di farmi allontanare da lì. Forse è stata in quell’occasione che ho sviluppato la (insana?) passione che ben sapete per monaci, monasteri e compagnia bella.
Non vi fa correre i brividi lungo la schiena? A me sì. Questo è il suono della fine. Un suono che torna e ritorna dal 1200 sino a oggi, in molte messe di requiem come quelle di Berlioz, Donizetti, Dvorak, o in opere classiche come quelle di Rachmaninov o Liszt. Personalmente, ho tre versioni che ritengo di culto. Le conoscerete di certo.
La prima è di quel genio di Wolfgang Amadeus Mozart. La messa di Requiem in re minore K 626, l’ultima sua composizione, mai completata…
Lo sentito il ritmo della fine? La disperazione, la magnificenza dell’Apocalisse, il tono melodrammatico della morte? Riuscite a vedere le immagini della disperazione dell’essere umano bersagliato da ogni parte da un mondo all’improvviso ostile? Si racconta che Mozart, malato e caduto in disgrazia, compose quest’opera per un misterioso committente, ma che non riuscì a completare perché morì prima di poterlo fare, stroncato da un’insufficienza renale. Sembra una trama degna di Faust. Ho un romanzo appena abbozzato (che resterà tale) su questa vicenda.
Davvero affascinante.
Il secondo brano è quello di Giuseppe Verdi, del 1974, contenuto nella messa di Requiem composta per la morte di Alessandro Manzoni, avvenuta l’anno prima.
Potentissimo, meno melodrammatico di quello di Mozart, ma ugualmente evocativo. Ha un’energia, nelle sue battute iniziali, assolutamente irresistibile.
Chiudo con un tocco di certo più leggero, citando un brano sfruttatissimo ma che non smette di piacermi, del britannico Karl Jenkis (nostro contemporaneo):
Come a dire… l’evoluzione della specie, no? Di strada, dal canto gregoriano, se n’è fatta tanta, eppure quando sento un brano che si rifà a quel componimento, mi scatta dentro qualcosa. E non c’è scampo per me: inizio ad ascoltarlo e riascoltarlo. Fatelo anche voi…
Preparatevi alla fine!









