Cinquanta sfumature di stronzate.

Date: 01 giugno, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni  |  Comments: 5

C’erano una volta gli adolescenti che di nascosto si compravano giornaletti come SKORPIO dove c’erano donne mezze nude e fumetti piccanti. Carnazza e primi bollori, un mix esplosivo. Guai a farsi beccare dai genitori con quella porcheria stampata in mano, guai a farsi vedere da qualche signora perbene in edicola mentre arraffavi il giornalazzo. C’erano ragazzi diventati eroi della scuola solo perché portavano in classe un paio di quei giornalini. E se fossero stati beccati dai prof, la sospensione sarebbe stata certa!

Oggi, invece? Gli adolescenti probabilmente frugano nelle borse delle madri ogni volta che queste vanno in libreria, così da beccarle con le mani nel sacco e far loro una raffica di menate raccontando come, a fare certe cose, si diventi cechi. O per lo meno calino le diottrie.

Di quale sacco sto parlando? Questo sacco! Trilogia erotica: Cinquanta sfumature. Nata da una fanfiction di Twililight. Come a dire, non ci bastava la zozzeria della Meyer, ci vogliono pure le fanfiction a renderci la vita difficile…

Successo travolgente grazie al passaparola delle donne che ne hanno fatto nel mondo un vero e proprio cult. Come un ciclone inarrestabile, la passione proibita di Anastasia e Christian ha conquistato le lettrici prima attraverso la diffusione in e-book, poi in edizione tascabile, ponendosi al primo posto in tutte le classifiche del mondo.

Se vi state chiedendo come mai da tempo io non scriva più qui sul blog è presto detto: questo ciarpame pruriginoso ormai ha vinto e io mi sono dichiarato sconfitto. Per anni mi hanno raccontato che l’horror non era presentabile perché gli editori se ne vergognavano, i librai se ne vergognavano, i giornalisti se ne vergognavano… Poi sono arrivati i romance, zeppi di scene di sesso con uomini, alieni, vampiri, licantropi, unicorni, mummie, mufloni, panetti di burro, lampioni… e gli editori hanno scoperto che la vergogna, se redditizia, è più sopportabile.

Romantica, erotica, appassionante questa storia ti ossessionerà e ti travolgerà come i suoi due protagonisti. Cinquanta sfumature è il romanzo erotico che ha elettrizzato tutte le donne d’America: hanno diffuso il verbo su Facebook, in palestra, a casa, con le amiche, con i mariti!

L’horror resta sempre un reietto, sia chiaro. Ormai non lo pubblica più nessuno e se devo essere onesto, pure io ci ho rinunciato. Perché in fondo hanno ragione loro, la gente non vuole avere paura, preferisce leggere di gente che scopa da mattina a sera senza un motivo preciso. Questo è il genere che sta salvando l’editoria mondiale. Fatevene una ragione.

Scandaloso, bollente, il bestseller di cui non si può smettere di parlare.

[The New York Times ]

E allora non si può smettere di parlarne, mentre di altri libri non se ne può proprio parlare. Difficile capire come mai sia impresentabile un libro di Barker (faccio un nome a caso) mentre un erotico dove scopano come ricci attaccati ai lampadari diventa radical chic e presentabilissimo. Hanno sicuramente vinto loro. Evviva il sesso, evviva le casalinghe in calore, evviva le zozzerie che diventano accettabili perché fanno vendere milioni di copie. Ah già, scusate, queste non sono zozzerie. Questa è “letteratura erotica” e io sono un becero bacchettone. Già…

Quando Anastasia Steele, graziosa e ingenua studentessa americana di 21 anni incontra Christian Grey, giovane imprenditore miliardario, si accorge di essere attratta irresistibilmente da quest’uomo bellissimo e misterioso. Convinta però che il loro incontro non avrà mai un futuro, prova in tutti i modi a smettere di pensarci, fino al giorno in cui Grey non compare improvvisamente nel negozio dove lei lavora e la invita ad uscire con lui. Anastasia capisce di volere quest’uomo a tutti i costi. Anche lui è incapace di resisterle e deve ammettere con se stesso di desiderarla, ma alle sue condizioni. Travolta dalla passione, presto Anastasia scoprirà che Grey è un uomo tormentato dai suoi demoni e consumato dall’ossessivo bisogno di controllo, ma soprattutto ha gusti erotici decisamente singolari e predilige pratiche sessuali insospettabili. Nello scoprire l’animo enigmatico di Grey, Ana conoscerà per la prima volta i suoi più segreti desideri. Tensione erotica travolgente, sensazioni forti, ma anche amore romantico, sono gli ingredienti che E.L. James ha saputo amalgamare osando scoprire il lato oscuro della passione, senza porsi alcun tabù.

Classe, amore romantico, passione travolgente, vero? Certo. E tanto per essere chiari, beccatevi lo spot (parodia?) trasmesso negli USA che parla proprio di questo ebook… Credo che valga più di mille mie inutili parole. Questo vuole la gente. Non fatevi raccontare storie: vogliono quello che vedete qui sotto.

Lo ripeto, hanno vinto loro. Non c’è gara, non c’è mai stata. E se vi illudete che ci sia, vi state solo facendo del male. Lasciate perdere la ricerca dello stile perfetto, dell’intreccio, del profilo psicologico dei personaggi, della verosimiglianza, dell’originalità, del background: bastano due tizi che scopano come mandrilli in calore nella savana africana e a nessuno fregherà più un cazzo di tutto il resto.

Welcome to the jungle.

Certe volte la gente mente soltanto tacendo

Date: 24 aprile, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nella fotografia qui sopra, scattata nel 1982, potete vedere un giovane Stephen King accogliere il visitatore nella sua tenuta in autentico stile Famiglia Addams, aprendo l’ormai celebre cancello gotico con tanto di ragnatele e pipistrelli. Un’immagine che avrete sicuramente già visto chissà quante volte, che celebrava quello che tutti conoscono come il Re dell’horror. Tanto per darvi qualche coordinata, King nell’82 ha già fatto qualche soldino e ci tiene a calarsi nella parte del più letto e noto autore di horror del momento. Ha già pubblicato abbastanza romanzi da riempire la carriera di qualunque altro autore, eppure è praticamente solo agli inizi: Carrie (1974), Le notti di Salem (1975), Shining (1977), L’ombra dello scorpione (1978), l’antologia di racconti A volte ritornano (1978), La zona morta (1979), L’incendiaria (1980), Cujo (1981). E questo solo col suo nome, perché già nel 77, inizia a pubblicare romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman: Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981).

All’epoca in cui fu scattata quella foto, quindi, King aveva già scritto e pubblicato sette romanzi e un’antologia ascrivibili all’horror e altri tre libri che vanno dal dramma, al thriller, passando per il distopico. Fu Carrie a rendere famoso King, non Ossessione, il primo romanzo che scrisse e che peraltro arrivò quasi a rinnegare affermando (nella prefazione di Blaze) che era contento di saperlo fuori catalogo. Carrie vendette un sontuoso numero di copie, tanto che Brian De Palma nel 76 decise di farne un adattamento per il cinema. Carrie salvò King dalla miseria e lo proiettò in una dimensione di successi a ripetizione. E di dipendenza da alcool e droghe.

Vi ho inquadrato per bene la situazione? King ha successo come autore di romanzi horror e fa abbastanza soldi da gigioneggiare comprando una villa in stile vittoriano e facendo istallare un cancello che nemmeno in una puntata di Zio Tibia. Non c’è nulla di male, è entrato nella parte e la sta facendo bene. E’ già diventato un mito per tutti gli appassionati e da qui a 10 anni diventerà talmente popolare e amato che si inizierà a dire che potrebbe pubblicare la sua lista della spesa, tanto i lettori gliela comprerebbero lo stesso. Ed è la pura verità. Intanto però la critica storce il naso. Time Magazine lo definì: “maestro della prosa post-alfabetizzata“. Un atteggiamento ostile che continuò a lungo, almeno fino agli anni ’90.

Fast forward

Adesso facciamo un bel balzo in avanti nel tempo. Un “avanti veloce” che ci proietti fino ai giorni nostri, passando per altri 36 romanzi firmati King, 4 firmati Bachman, 11 raccolte di racconti, due fondamentali saggi sull’horror e sulla scrittura, 58 film ispirati direttamente o indirettamente ai suoi scritti, più film per la TV, miniserie, apparizioni come attore, sceneggiature, articoli per giornali e quotidiani, interviste ecc ecc… King è diventato l’indiscusso Re dell’horror, un autentico gigante, una personalità già messa accanto ai grandi del genere. In questa cavalcata verso l’immortalità c’è una sola sosta, nel 1999, quando King fu investito e quasi ucciso da un disgraziato alla guida di un Dodge. Immortale lo scrittore, mortale l’uomo. Fu un periodo molto difficile, segnato da operazioni, molto dolore, molti medicinali. King era prostrato, stanco. Arrivò ad annunciare di voler smettere di pubblicare.

Qualcuno credette al suo annuncio. Tragedia. Io all’epoca scrissi che non ci credevo e non fui smentito, perché la “macchina” ricominciò a produrre, anche se qualcosa era cambiato. Forse vedere in faccia la morte di cui tante volte aveva scritto, fu un’esperienza che lasciò il segno perché dopo l’incidente, l’unico vero romanzo horror scritto da King fu Cell. E fra gli altri romanzi ci furono libri atipici come Colorado Kid, quasi sperimentali come Duma Key, distopici come 11/22/63. La critica intanto inizia a corteggiarlo. Più si discosta dall’horror, più diventa appetibile. Inizia a “meritarsi” un rispetto che prima non aveva. Anche in Italia succede la stessa cosa. Si inizia a parlare di King in ambienti dove fino a qualche anno prima lo si snobbava alla grande e questo lentamente fa sì che si arrivi a rinnegare l’appartenenza di King al genere horror. Critici e autori nostrani e americani iniziano a fare distinguo.

E arriviamo a qualche settimana fa, quando Neil Gaiman intervista Stephen King per il The Sunday Times. Nell’intervista c’è una frase (finalmente arriviamo al nocciolo della questione!) che mi ha fatto strabuzzare gli occhi. Ve la riporto:

Non mi sono mai considerato uno scrittore horror. E’ piuttosto quello che la gente pensa di me, e non ho mai avuto niente in contrario.

Se vi siete letti diligentemente tutto quanto ho scritto prima di questa frase, la citazione dovrebbe farvi sollevare almeno un sopracciglio. Stiamo parlando dell’autore simbolo dell’horror contemporaneo, giusto? Lo stesso che si è fatto ritrarre davanti alla sua villa vittoriana mentre apre un cancello in ferro battuto con ragnatele e pipistrelli? Lo stesso che viene preso a modello da generazioni di aspiranti scrittori?
Sì stiamo parlando di lui.
Lo so, qualcuno tra voi adesso starà pensando che in fondo King ha ragione, uno scrittore non si definisce, sono gli altri a definirlo.

Io sono tendenzialmente d’accordo con voi, ma nel caso di King, dovete ammetterlo, si parla di qualcosa di più di un semplice scrittore: King “è l’horror“, e lo è da almeno 30 anni a questa parte. Libri, saggi, articoli, film, telefilm… Pervasivo, invasivo, totalizzante nel suo andare dai fumetti alla musica, dai romanzi alle sceneggiature, dai film ai telefilm. No ragazzi, non è uno scrittoruccolo qualunque: parliamo di un uomo che è ormai un termine di paragone. Per chi, come il sottoscritto, non l’ha preso a calci nel culo negli anni ’80 e ’90, tutto sommato è difficile vederlo sotto questa luce anche se immagino che ci sarà chi gongolerà leggendo queste parole. Figuriamoci, ci sarà la gara a chi per primo dirà che lui lo sapeva, che era chiaro che King non fosse uno scrittore horror… Figurarsi era troppo bravo, no?

Già, e infatti Pet Sematary è un fantasy per ragazzine...

Il paradosso di King

Se devo essere sincero, quello che mi ha davvero disturbato (parola forte, lo so, ma sto ancora elaborando e magari tra un paio di giorni la cosa mi lascerà del tutto indifferente) è la frase che segue quella dichiarazione:

Arrivavo dal nulla, ed ero semplicemente terrorizzato dall’idea di deludere o contraddire in un qualche modo il mio pubblico: se loro avessero detto “Tu sei quello“, beh, sarei stato d’accordo, finché mi avesse aiutato a vendere i miei libri. Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo. Le cose sono parzialmente cambiate nel momento in cui l’antologia Stagioni Diverse ebbe alcune recensioni positive e il pubblico iniziò a dire “Wow, ma questa roba non è poi così horror“. Ovviamente non tutti se ne sono convinti.

King scrive dei libri. Per lui non sono libri horror, ma i lettori li definiscono così e lui non se ne preoccupa perché questi libri vendono un mucchio. E per non perdere soldi, cosa avrebbe fatto? E’ stato zitto.
Zitto?
Forse non ci siamo capiti allora…
King si è fatto fare una cancellata con pipistrelli e ragnatele. Uso questa foto come esempio anche se potrei farne mille altri, perché chiunque conosca anche solo superficialmente Mr. King (e non parlo solo delle letture, ma anche dei suoi scritti critici, delle sue dichiarazioni, del suo ruolo attivo sulla scena letteraria degli ultimi anni) sa bene che Stephen non è semplicemente stato zitto. Stiamo scherzando?

Io potrei stare zitto. Domani scrivo il libro storico che ho in mente da anni (giuro, è così) e quando mi definiranno autore di romanzi storici, terrò il becco chiuso. Ma io posso permettermi di farlo, sono un anonimo operatore culturale che vive in una nazione all’estrema periferia dell’occidente (non parlo in termini solamente geografici). Non ho in tutto il mondo schiere di aspiranti autori che pendono dalle mie labbra né editori pronti a scannarsi per i miei romanzi.

Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo.

Una frase simile, tenendo presente la carriera di King, non si spiega a meno che non si ipotizzi l’intenzione (o la necessità?) del Nostro di compiacere certi ambienti. King infatti conosce troppo bene la materia per non sapere cosa siano romanzi come It, L’ombra dello scorpione, Pet Sematary, La metà oscura, Shining, Le notti di Salem, Christine
Da un saggista ed esperto come lui ci aspettiamo che conosca la materia che tratta, quindi o finge di non sapere, per i motivi sopra enunciati, oppure davvero non lo sa. E non è possibile per un fine conoscitore della materia com’é King.

E’ un bel paradosso, non credete?

Sentire dalla bocca di King una sorta di giustificazione degna di Jessica Rabbit (Io non sono cattiva: è che mi disegnano così) fa un po’ specie. E’ stato King a insegnarci come l’horror non sia solo morti ammazzati e porte che sbattono, ci ha insegnato che c’è molto altro, un universo di emozioni e personaggi e sentimenti. Dirci così, adesso, equivarrebbe ad ammettere: “Ok ragazzi, abbiamo scherzato, io in realtà stavo parlando di altro.”

Se mi fermassi a questa frase, potrei (tutti noi potremmo) ricavarne una lezione di vita: scrivi solo quello che si vende. Qualsiasi cosa sia. E se ti dicono che quello che scrivi è giallo, tu annuisci anche se vedi che è verde, perché non sia mai che i lettori si accorgano del trucco e scappino a gambe levate. Personalmente ho capito che in Italia mi conviene stare zitto riguardo all’horror, allora. Scemo io a essere così diretto ed esplicito: se lo ha fatto King, posso farlo anche io e da oggi in poi quando mi chiederanno cosa scrivo, risponderò in maniera creativa

Ma stanno davvero così le cose?

Se avete resistito fino a questo punto, suppongo che siate lettori e appassionati di narrativa horror. Se così non fosse, sarà difficile che possiate comprendere la mia posizione e quello che sto per dirvi. Se non amate il genere, è probabile che alla “rivelazione” di King qualche riga più sopra, abbiate fatto spallucce. Buon per voi. Ma adesso, cortesemente, lasciatemi lavorare.

Allora, riflettiamo: cosa potrebbe desiderare un autore noto, ricco e famoso come King? Non i lettori, che ormai può condurre più o meno dove preferisce, dall’horror alla lista per la spesa. Non i soldi, dato che ne possiede più di quanti potrebbe spenderne negli anni che gli restano da campare. No amici, più ci penso e ripercorro le tappe della sua carriera, metto insieme i tasselli, e più mi convinco che King sia prigioniero di un desiderio covato per decenni: ficcare in gola a Time Magazine quella odiosa definizione. Al Time e a tutti quelli che per anni lo hanno sottovalutato, sminuito, deriso. Uno stillicidio che goccia dopo goccia ha eroso la rocciosa voglia di divertirsi scrivendo.

La vita è breve, avrà pensato dopo l’incidente del ’99…

Così oggi, confessando di averlo fatto solo per soldi, di aver scritto romanzi che sarebbero stati “fraintesi” o comunque erroneamente “etichettati”, è come se cercasse di rifarsi una verginità. Una specie di “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio“.
Ed è probabile che lo stia facendo perché alla fine abbia voglia di essere ricordato come uno dei “grandi scrittori” del nostro tempo. Nonostante abbia passato anni a dire che la distinzione tra letteratura alta e bassa era sostanzialmente una stronzata, alla fine deve aver ceduto.

Ma se le cose stanno davvero così, lasciatemi dire allora che la colpa è stata di quanti ammorbano (e hanno ammorbato) l’ambiente letterario con la loro presunzione e la loro supponenza. Se vuoi essere dei nostri, amico, devi omologarti. Devi pensarla come noi. Quindi caro Stephen levati di torno quella fama pittoresca che ti porti appresso e scendi a più miti consigli. Rinnega le tue origini, e ne riparliamo. E intanto che ci sei, facci il favore: cambia il cancello di casa con qualcosa che possa essere a noi gradito. Qualcosa di noioso, senza pipistrelli. Altrimenti, ti garantiamo, nel nostro esclusivissimo club non ci entri nemmeno dalla porta di servizio…

Dimenticavo: se pensate che il titolo che ho usato per questo articolo sia un mio giudizio etico su King, vi sbagliate. Non è altro che una citazione. Ovviamente tratta da un libro di Stephen King. Forse era un indizio, una specie di confessione… chissà.

“Certe volte la gente mente soltanto tacendo.” (La metà oscura)

Festival dell’inedito e i ceffoni presi

Date: 04 aprile, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Avevo perso un po’ di vista quello che stava accadendo riguardo all’assurda iniziativa che andava sotto il nome di FESTIVAL DELL’INEDITO. Su Facebook, però, mi hanno girato un link e ho visto che nel frattempo è montata una bella levata di scudi nei confronti di questa bislacca iniziativa. Trovate un bel riassunto a questo indirizzo. L’ondata di sdegno è stata tale da obbligare l’organizzazione a un salto carpiato in tre fasi:

  1. Abbozza che tanto son tutti fessi questi;
  2. Giustifica, che tanto la sfanghiamo lo stesso;
  3. Ok panico;

Il risultato è che il sito al momento non è più raggiungibile. Immagino che stiano pensando a come salvare il salvabile, perché se non si raggiunge un numero minimo di polli, tutta la macchina che si mette in moto va pagata di tasca propria e son dolori. Quindi meglio fare marcia indietro…

”Ho letto le discussioni riguardanti il Festival dell’Inedito, sulla sua impostazione e i costi. Alcuni suggerimenti sono stati percepiti e ci hanno aiutato a migliorare il nostro lavoro, di altri commenti mi dispiaccio perché non e’ stata colta la vera natura della manifestazione, ridotta a momento commerciale”
[Parole (e musica) di Alberto Acciari, presidente della Acciari Consulting e ideatore del Festival dell'Inedito.]

Sì, bravo Acciari, percepite i suggerimenti che vi conviene. E riguardo al dispiacersi, mi creda, la vera natura della manifestazione l’abbiamo colta tutti. Non dico che Acciari fosse in malafede. Anzi, non lo penso. Il problema, vedete, è che ormai è così che si pensa che debbano andare le cose ed è probabile che la gente pensi che sia normale spillare soldi agli aspiranti scrittori, che sono tutte bestie da macello e quindi non soffrono se le abbatti in fretta.

E’ il sistema che è malato.

Troppi aspiranti scrittori sarebbero pronti a vendere la madre per pubblicare e raggiungere “la fama”. Troppi di loro sono convinti di essere ingiustamente ignorati o sottovalutati e questo porta a mille iniziative assurde come questo festival dell’inedito. Lo dico da (troppo) tempo: si sta andando verso un sistema dove si cercherà a ogni livello di approfittare della smania di visibilità degli aspiranti autori. Servizi a pagamento di ogni tipo si affacciano già sulla scena (editing, correzione bozze, copertine, impaginazione, promozione, pubblicazione, stampa, scounting, distribuzione) e sarà sempre peggio. Lo faranno passare, come nel caso del Festival dell’Inedito, come fosse un naturale passaggio per raggiungere lo status di scrittore, un investimento per la propria carriera.

Vi sventoleranno in faccia i nomi di quei due, tre, che ce l’hanno fatta e useranno questi specchietti per le allodole per giustificare ogni porcheria, sorvolando sul fatto che anche quei casi sono parecchio dubbi e difficilmente replicabili. Useranno anche argomenti che fanno leva sul sentimento di rivalsa…

Questo evento – spiega Acciari – nasce per rispondere a un problema reale: in Italia, moltissime persone che hanno idee in letteratura non riescono a farsi leggere e ad avere un tramite presso il sistema editoriale.

Ma la realtà è diversa. E’ dura. Brutale. Difficile da accettare. E so che leggerlo, se fate parte di questa schiera di aspiranti autori, vi farà incazzare: non è vero che tutti hanno la possibilità di arrivare. E’ una cazzata, vi stanno imbrogliando. Non siamo tutti bravi, non siamo tutti potenzialmente famosi, non siamo tutti destinati alla celebrità. Queste sono cazzate che vi (ci) ficcano in testa per poter poi far leva sulla nostra frustrazione e venderci ogni puttanata possibile e immaginabile. E a caro prezzo.

Io non sarò mai ricco e famoso al pari di Stephen King. E non lo sarete nemmeno voi. Accettatelo e – credetemi – vivrete molto meglio. Ficcatevelo in testa. Io ce l’ho qui, piantato a fondo in mezzo alla fronte come un tomahawk. E se in questo momento state sbavando di rabbia urlando addosso al monitor: “Parla per te, cazzone, io sarò famoso come lui! Io ce la farò!”, allora mi spiace, ma avete un problema.

E il problema siete voi, non il mondo che è brutto, sporco e cattivo.

Siete voi a consentire a questa gente (convinta di poter far leva sui vostri sogni), di aprirvi il portafoglio e sfilarvi le banconote. Oppure di aprirvi il cuore e sputarci dentro. Prima lo capite e priva farete un favore a voi stessi. Mandateli affanculo ogni volta che vi chiedono soldi. Ridetegli in faccia ogni volta che vi propongono scorciatoie per la celebrità. Perché non c’è nessuna scorciatoia. Per nessuno.

Ma tanto lo so, che anche questo mio post servirà solo a farmi ricevere la solita sfilza di messaggi tra il piagnucolante e l’incazzato… Vabbè ho capito, la prossima volta l’organizzo io un Festival.

Il lutto ai tempi di Facebook

Date: 10 marzo, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

FASE 1: la notizia

I siti dei quotidiani online danno la notizia della morte di un personaggio famoso.

FASE 2: il cordoglio

Dopo pochi minuti, sui social network viene ribattuta la notizia della morte del personaggio. Per una percentuale importante di questi, la risposta standard sarà: “Noooooo dimmi che non è vero!!!

FASE 3: il tributo

La notizia ormai dilaga e su migliaia di profili appaiono tributi al personaggio scomparso. Se era un cantante, saranno proposti video delle sue canzoni, se un artista le foto delle sue opere, per un attore o un regista, scene dai suoi film, per uno scrittore brani dai suoi libri. Per una pornostar… Beh…

FASE 4: la critica

Iniziano ad apparire i messaggi di quelli a cui il tizio scomparso stava sulle palle.  Vengono diffuse informazioni volte a mettere in luce quella che secondo queste persone era la vera natura (o l’operato) del tizio in questione. E’ una fase un po’ timida, quasi sempre successiva a quella del cordoglio.
Una variante di questa fase è quella del il paragone, dove si critica più che il morto, il cordoglio suscitato dicendo una cosa del tipo: “Tutto il mondo soffre per Tizio che era famoso, ma nessuno che ricordi Caio che ha inventato il vaccino per la forfora salvando milioni di vite umane!”

FASE 5: il cinismo

Mentre molti ancora sono i messaggi di cordoglio, appaiono i primi messaggi che ironizzano sul personaggio in questione, con battute, barzellette, vignette satiriche. La categoria di utenti che prende parte alla fase 5 è trasversale e raccoglie persone sia dalla fase 3 che dalla 4. Perché il morto inizia a venire a noia molto presto, anche ai suoi fans.

FASE 6: lo scazzo

In mezzo a questa sarabanda di messaggi, pro e contro, iniziano ad apparire quelli di coloro che si sentono più fichi di tutti e stigmatizzano quanti sono così pettegoli dal gettarsi a capofitto sul morto solo per postare due righe su Facebook. Dicono cose del tipo: “Capisco subito se ci è scappato il morto non appena apro Facebook“. Questi sono quelli che guardano tutti con un po’ di puzzetta sotto al naso.

FASE 7: The End

Qualcuno scrive su un blog qualcosa di fighissimo su tutta la situazione. E questo qualcuno, ovviamente, sono io.

Tour Eiffel

Date: 08 marzo, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

Una eccezionale serie di fotografie d’epoca che mostrano gli stati di avanzamento dei lavori di costruzione della Torre Eiffel a Parigi.

AFS (Addams Family Syndrome)

Date: 29 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 2

Oggi sono costretto a parlarvi di una pandemia inarrestabile, la AFS, un flagello che da decenni miete migliaia di vittime nel disinteresse generale. E’ una sindrome subdola, che tuttavia può essere riconosciuta con relativa semplicità. Colpisce solitamente scrittori, giornalisti e critici appartementi al fenotipo “mainstream” e provoca in tali soggetti un difetto di percezione. In poche parole, fa sì che questo gruppo di individui, una volta contagiato dalla AFS, osservando dei loro simili appartenenti al fenotipo “fantastico” non riescano a riconoscerli come esseri umani impiegati in attività culturali di genere diverso, ma li vedano solo e solamente così:

Vi faccio un esempio che forse chiarirà meglio gli effetti di tale sindrome. L’autore PANCRAZIO SUPEREGO – autore di fortunati romanzi storici, sociali, impegnati politicamente e recensiti sulle maggiori testate nazionali – ogni volta che vede un gruppo di persone intente a discutere di argomenti attinenti – ad esempio – l’horror, non riesce a percepire queste persone come suoi simili intenti a svolgere un’attività culturale degna di rispetto, perché il suo cervello affetto dalla AFS distorce la realtà a tal punto che ai suoi occhi incolpevoli, queste persone appariranno negli eccentrici panni di Gomez, Morticia e Zio Fester, intenti a combinare chissà quale stramberia da freaks.

PANCRAZIO SUPEREGO, quindi, si comporterà esattamente come uno dei tanti vicini di casa Addams, nella fiction. Li osserverà dalla finestra sbalordito, magari andrà a far loro visita chiedendo cortesemente di smetterla di dissotterrare cadaveri in giardino e puntualmente tornerà a casa sconvolto dall’accoglienza del maggiordomo Lurch. Magari fuggirà anche urlando di terrore. Questo, ovviamente, sotto gli occhi attoniti degli appassionati di horror di cui sopra, che tale e quale la coppia Gomez e Morticia, guarderanno il malcapitato visitatore che fugge urlando e si domanderanno: “Ma cosa diavolo aveva da strillare tanto?” Impossibile per questi capire il terrore negli occhi di PANCRAZIO SUPEREGO, perché il problema non è loro: sta tutto nella testa di Pancrazio. E’ L’AFS che gli mostra una realtà distorta, nascondendo ai suoi occhi la verità.

Esiste una cura per questa terribile malattia? Sì, esiste. Ma è un vaccino assai raro e non ancora approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, basato su una molecola conosciuta con la siglia “SCAM” sintetizzata dalle proteine “Studio della materia“, “Conoscenza“, “Apertura Mentale“. Mi chiedo cosa aspetti l’OMS ad approvare la SCAM consentendo in questo modo la vaccinazione di massa di tanti intellettuali prima che sia troppo tardi, ma mi rendo conto che gli interessi in ballo non siano tali da poter giustificare i costi della ricerca e produzione. Alle grandi aziende farmaceutiche non importa nulla, in fondo, del destino di quella minoranza appartenente al fenotipo “fantastico“, soprattutto nella versione “horror“. Più facile continuare a escluderli da qualsiasi circolo culturale perché inorriditi dall’aspetto loro fallacemente attribuito dall’AFS, piuttosto che curare i malati con la SCAM.

Non resta quindi che consigliare ai soggetti più indifesi, cioè coloro che saranno oggetto della visione distorta provocata dall’AFS, di studiare i sintomi così da riconoscere questa sindrome in ogni sua perniciosa manifestazione: in questo modo, noi sapremo che la persona che abbiamo davanti altri non è che uno sfortunato essere umano afflitto da una terribile malattia e non lo apostroferemo come pensiamo meriti, quando il soggetto ci tratterà come fossimo dei pazzi, né lo apostroferemo come vorremo quando il soggetto afflitto da AFS sparerà una sonora cazzata sul nostro genere preferito.
Egli non sa. Non può sapere né vedere. E va perdonato per questo.

Quindi laddove voi leggiate definizioni quantomeno offensive riguardo il genere che prediligete, se vedete a esso attribuita l’infamante definizione di GHETTO (anche se il soggetto malato tenti di addolcire tale definizione aggiungendo il solito raffermo paio di virgolette e qualche infantile excusatio non petita), o se sentirete pontificare sulla distinzione tra LETTERATURA e NARRATIVA, tra REALE e FANTASTICO, sappiate che siete di fronte a una persona malata. Trattatela quindi con l’accondiscendenza e le attenzioni che egli merita, sorridendogli amichevole e facendogli capire che sì, ha ragione lui. Va tutto bene e le cose sono esattamente come dice.

Non cercate di strapparlo dalla visione deformata della realtà che appare ai suoi occhi, potrebbe essere pericoloso. Sarebbe come svegliare un sonnambulo. Accuditelo amorevolmente e lasciatelo fare. Passerà…

Diffondi questo messaggio. Pubblica questo banner. Aiutaci a diffondere la consapevolezza che la AFS è una malattia e che come tale vada curata! Non lasciare tanti intellettuali italiani soli con loro stessi, aiutiamoli!

Tre anni di studio per sparare una cazzata

Date: 16 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame, Riflessioni  |  Comments: 3

Come ogni mattina, anche oggi ho dato un’occhiata ai siti dei quotidiani online per sapere se durante la notte è arrivato o no l’Armageddon (mai farsi trovare impreparati) e spulciando tra le news, ho visto questa:

Per la pupazza, mi sono detto. Andiamo a leggere di che diavolo si tratta.

un team della Washington University di St. Louis ha condotto un esperimento particolare, nel quale la dottoressa Jill Shelton (a capo dell’équipe di scienziati) si è mescolata agli studenti di un’affollata lezione di psicologia della Louisiana State University (Lsu), lasciando suonare il cellulare nella borsa per 30 secondi buoni. Risultato: i voti ottenuti dagli studenti nei test eseguiti dopo la distrazione sonora sono stati peggiori del 25%, con la percentuale destinata ad aumentare quando il disturbo musicale veniva accompagnato dalla frenetica ricerca del dispositivo nella borsa da parte della studiosa.

Leggo, poi rileggo una seconda volta e un po’ in ansia, proseguo nella lettura, sempre più sconvolto.

«Molti considerano la suoneria del cellulare che squilla in un posto pubblico solo come un disturbo fastidioso», ha spiegato Shelton nello studio durato tre anni e pubblicato sul Journal of Environmental Psychology, «ma la nostra ricerca conferma che questi rumori possono avere un impatto negativo anche nella vita reale, perché queste apparentemente innocue distrazioni influiscono, e tanto, anche sulla nostra capacità di apprendimento»

Giunto alla fine dell’articolo, mi sono chiesto: ma questi scienziati americani, hanno davvero impiegato tre anni per scoprire che le suonerie dei cellulari rompono i coglioni?

E subito dopo, un altro pressante interrogativo si è fatto strada nella mia mente sconvolta: ma il sito del più importante quotidiano nazionale deve proprio diffondere in  maniera del tutto acritica queste cazzate siderali?

Son domande eh.

A questo punto, invierò la mia richiesta alla Washington University di St. Louis al fine di finanziare una mia nuova serie di ricerche, e conto sull’appoggio del Corriere per diffondere i risultati dei miei studi dando a essi il massimo rilievo possibile. Vi anticipo le materie su cui concentrerò i miei sforzi per i prossimi 15 anni:

  1. Suonare il clacson di notte, per un’ora e mezza, sotto casa vostra, causerà l’interruzione del sonno e lo scarso rendimento sul lavoro il giorno seguente?
  2. Urlare ininterrottamente in faccia al proprio avversario durante una partita a scacchi, spezza la sua concentrazione provocandone la sconfitta?
  3. Sparare con una mitragliatrice Gatling in piazza San Pietro durante l’Angelus, provoca ansia, disordini sociali e l’intervento delle forze anti terrorismo?

Credo che per cominciare, un paio di milioni di euro, come finanziamento, possano bastare. Grazie.

 

La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano