La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 2

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano

“Publicare” un libro…

Date: 23 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Gaia Conventi, una scrittrice che ho come contatto su Facebook, segnala questa domanda su Yahoo! Answers. Rubo e ripropongo perché la domanda e la risposta che segue sono esempi illuminanti di come se è vero che l’editoria non sia in gran forma e gli autori italiani siano troppo spesso (a torto) bistrattati, è anche vero che non è tutto oro quello che luccica. Spesso chi afferma di saperla lunga su come funziona l’editoria italiana, parla solo per sentito dire. E dettaglio non del tutto trascurabile, a volte chi smania per pubblicare, forse farebbe meglio a pensarci bene prima di proporsi come autore… Può essere che non sia ancora pronto a fare il passo.
Può essere. Ma anche no. In fondo chi siamo noi per giudicare?

(il copia incolla è assolutamente fedele, refusi e sintassi sono quelli originali…)

DOMANDA

Publicare un libro ? e quanto a farlo publicare ?

io ho 18 anni quindi ho sentito dire che i profiti vanno all’autore del 75% anche oltre, pero` se il libro piace agli editori e possibile farlo publicare meno di un mese? e un’altra coa dove devo andare per prendere le proprieta del libro ?

RISPOSTA

ciao

intanto non credere a ciò che senti in giro ma piuttosto fai si che il tuo lavoro venga analizzato dall’inizio alla fine da un buon editore o per lo meno da un professore di lettere che si intenda di stesure e cose varie. Un mese è un po pochino.

Poi, tieni conto che dietro ad un libro (a parte le autobiografie) ci sono mille cose, mille persone, mille situazioni. In primis la trama (attenzione che non sia un plagio o un clone) perchè al giorno d’oggi ci sono milioni di persone che si alzano al mattino e iniziano a scrivere che Leonardo da Vinci era il fratello di Gesù Cristo o che gli alieni abitano sotto terra. No, non è così che funziona. Ci vuole innovazione rimanendo sempre nelal realtà almeno che non si scriva un “fantasy” ma a quel punto diventerebbe un libro come altri.

Cosa importante è sapere chi lo scrive di “mano” nel senso “chi lo butta su carta” se tu o uno scrobo pagato da te (esistono quelle persone che scrivono mentre tu detti, chiaramente a pagamento) E già li sono soldi da spendere. Se hai intenzione di scriverlo tu avrai bisogno sicuramente di un correttore “umano” di ortografia, sintassi e prosa. Se noti hai scritto, sulla domanda, per ben due volte la parola “publicare” con una “B” sola e sappi che se viaggi su questi errori avrai sicuramente bisogno di questo famoso correttore. E non parlo del correttore di word!

Poi, parlavo di idee copiate o plagiate. Attento perchè il tuo libro sarà analizzato da chi potrà (dovrà) darti il permesso di poter pubblicarlo. Ma se solo c’è una mezza idea che va a riferirsi a qualcosa di esistente allora verrai bloccato subito. I tempo sono comunque ben più lunghi di un mese prima di sentirsi dire “ok, pubblichiamo”. Una volta deciso che si può pubblicare devi cercare un editore che abbia voglia di spendere i soldi per la messa in stampa e la messa in commercio del tuo lavoro. E quindi altra analisi come la precedente e altra decisione. Se va bene si deciderà la stampa e la pubblicazione (all’inizio sarà minima se non di presentazione, quindi tipo che verranno pubblicare una decina di copie in 10 centri commerciali diversi giusto per vedere se il libro “tira oppure no”). Da li si decide il futuro del tuo libro e se hai fortuna anche il tuo. Sia chiaro che se hai a disposizione i soldini per autopubblicarti allora salti questa prassi. E sappi che non sono pochi questi soldini.

La trafila dell’editore converrebbe farla con l’assistenza di un avvocato/notaio che sappia consigliarti al meglio. Alcuni editori sono furbi. Partono da una tua idea per poi partorirne una loro e fregarti. Può anche essere che le copie di lancio vengano spesate da te per una certa percentuale e che dalla vendita tu non prenda (inizialmente) nulla per le varie spese e tassazioni che purtroppo ci sono. Insomma ci vuole un po di pazienza ma se sei un bravo scrittore alla fine dovresti spuntarala.

Prima di (e se) lanciare definitivamente il tuo libro sul mercato occupati della burocrazia “costi, guadagni, tasse” dovute alla vendita. Ti spiego: se il tuo libro viene messo in vendita a 18 euro da li devi tirar fuori le spese dell’editore (anche loro ci devono mangiare) costi di stampa, costi del venditore/libreria/fiera/biblioteca), spese notarili, tasse e royalti (permesso di pubblicazione) quindi alla fine a te potrebbero venire in tasca 3 euro (che sembrano pochini ma che diventano tanti se vendi 500000 copie). Al netto ti verrebbeo in tasca 1500000 di euro. Ma, attento, non correre, gli avvoltoi sono li sopra la tua spalla. Nella vita è tutta questione di fortuna e di “treno preso al momento giusto”. Vai coi piedi di piombo e affiancati di persone giuste.

Scrivere un libro non è solo “scrivere un libro” ma è qualcosa di più.

Se poi, alla fine di tutto, il tuo libro riscuote il giusto successo (parlo di successo tipo “il codice da vinci” o “harru potter”) allora non si sa mai. magari potrebbe diventare un estratto per qualche film. Attenzione, non dico che faranno il film del tuo libro (diventeressti miliardario) ma che potrebbero prendere spunto da alcune parti del tuo romanzo per creare una lungometraggio. Sappi che ti pagheranno i diritti.

Se posso darto in consiglio, come tipologia di libro, stai su thriller/paranormale che come argomenti sono molto suggestivi.

ciao e buona fortuna.

L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

Ernest Hemingway…

Date: 27 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

“Before you talk, listen

Before you react, think

Before you spend, earn

Before you criticise, wait

Before you pray, forgive

Before you quit, try”

Un caso editoriale pazzesco!

Date: 06 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Ma l’avete notata anche voi, negli ultimi tempi, la curiosa esplosione di pazzeschi casi editoriali in Italia? Autori sconosciuti, il cui esordio è sempre “sorprendente” (e fin qui nulla di strano, è lessico promozionale), che vengono però immediatamente venduti in tutto il mondo, opzionati per il cinema, venduti in decine di migliaia di copie… e tutto senza essere nemmeno ancora arrivati sugli scaffali! Ce n’è stato uno che è addirittura andato in classifica, prima ancora di essere disponibile nelle librerie…
E’ tutto così stupefacente, non trovate anche voi?

Un caso può capitare. Ma se succedono in sequenza, uno dietro l’altro, lasciatemi dire che c’è del soprannaturale… Oppure altro non è che il nuovo trend della promozione editoriale, che impone di fare di OGNI nuovo libro un “caso editoriale” di risonanza internazionale? Mi chiedo: ma non è che a furia di gridare al lupo al lupo, alla fine anche questo modo di lanciare i libri risulterà inefficace? E dopo, come li promuoveranno i prossimi romanzi? Si dovrà andare oltre, immagino. Allora proviamo a immaginare le fascette che leggeremo tra qualche anno:

“Ancora prima di essere stato scritto, un autentico caso editoriale internazionale!”

“Un romanzo che è diventato cult anni prima della nascita del suo autore!”

“I diritti di questo romanzo sono stati venduti in tutta la galassia!”

“Nessuno sapeva il titolo, nessuno conosceva l’editore e nemmeno l’autore, eppure questo romanzo ha venduto un milione di copie! E non è nemmeno stato stampato!”

Forse sono ancora un po’ grezze come ipotesi, ma ci si può lavorare… vedrete che tireranno fuori qualcosa di efficace. Ne sono sicuro.

 

 

eBook: se il buongiorno si vede dal mattino…

Date: 27 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comment: 1

Chi legge regolarmente questo blog, sa bene quale sia la mia posizione riguardo gli eBook. Non mi piacciono, non ci perdo il sonno, non smanio per vederli dominare il mercato, non me ne frega granché di conoscerne le sorti.
Li ignoro, perché per me – fatevene una ragione – sono un pacco.
Un pacco per i lettori, un megapacco per gli editori, un ultrapacco per gli aspiranti autori. Non me ne vogliano gli amici impegnati in questo settore (mi volete bene lo stesso?) ma che ci posso fare se dopo dieci anni che ne sento magnificare le sorti, mi sono venuti talmente a noia che mi irrita solo sentirne parlare?

Sopportatemi.

Il problema è che sta per abbattersi su di noi una tempesta. Ne vedo baluginare i primi lampi all’orizzonte e tremo al solo pensiero. Ma veniamo alla fredda cronaca… Dovete sapere che quotidianamente mi giungono comunicati e richieste di ogni tipo. Li considero una cartina di tornasole abbastanza fedele delle tendenze in atto. Se il buongiorno si vede dal mattino, quindi, prevedo che ora di sera, gli eBook mieteranno molte, troppe vittime.
Due di queste sono emblematiche e difatti ve le porto a esempio.
Senza fare nomi, né riferimenti diretti, chè non voglio mettere nessuno in difficoltà, mi limito a fare un discorso in generale, nella speranza che qualcosa, in quello che dico, passi e sia utile a qualcuno. Chiameremo i due poveri malcapitati Autore Frustrato e Autore Spennato.

 

Autore Frustrato

Autore Frustrato (che da ora in poi, chiameremo AF) mi ha mandato tre mail, tre “comunicati stampa”, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Ciascuno di questi annuncia con toni altisonanti l’uscita del nuovo romanzo di AF. Sono tre libri diversi, l’uno dall’altro. Quindi AF ha “pubblicato” un romanzo a settimana. Com’è possibile è presto detto: se li è auto-pubblicati. In formato eBook. E dice che saranno presto disponibili in tutti i più noti store online. Al primo comunicato faccio finta di nulla. Al secondo ci penso su. Al terzo rispondo che no, grazie, su Horror.it non parliamo di eBook.

Ma come no?” chiede seccato AF.

Sono io che dovrei essere seccato. Non faccio che parlarne criticamente, qui sul blog e su Horror.it non ne trovi di segnalati o recensiti. Non mi interessano, non li ritengo una soluzione, perché per me, il romanzo ha senso solo su carta, quindi non ci perdo tempo. Non lo faccio nemmeno quando escono per grandi autori… e non vedo perché quindi dovrei farlo per un autore autoprodotto.

Caro AF spiegami come i libri che ieri avevi nel cassetto in cerca di un editore, oggi siano dei prodotti già pronti per il mercato.
Sono maturati solo grazie all’eBook?
E’ quello che dà loro valore, la confezione?
Capisco la frustrazione che implica la ricerca di un editore, ma mi spiace doverti fare notare che lo ritengo un passaggio attraverso il quale devono passare tutti. Uno dei tanti esami ai quali ci si deve sottoporre nella vita. Si chiama gavetta. Mi rendo conto che in un’epoca di Grandi Fratelli venga ormai ritenuta un’ingiustizia sociale, ma ce la siamo sciroppata tutti e la gavetta – per la maggior parte di noi – non finisce mai. Il tempo necessario a maturare come persona e come autore, viene ritenuto un affronto personale e se non si trova un editore dopo 15 gg dall’aver scritto la parola FINE al romanzo, si inizia a parlare di mafia, di favoritismi, di ingiustizie… Sì, come no.

Chiunque metta mano alla tastiera si sente in diritto di avere un contratto milionario come King, e di averlo su-bi-to. Si ritiene la pubblicazione un diritto, non una possibilità. Ed è proprio su questo meccanismo che fa leva l’eBook. Lo stesso, identico meccanismo che sfruttano gli editori a pagamento. Pernicioso e sibillino, insinua nelle nostre menti il concetto che non ha senso aspettare, crescere, faticare.
Il risultato? Da quando è scoppiata questa (piccola) febbre dell’ebook, ricevo a raffica comunicati di uscite di romanzi autoprodotti in varie forme. Ieri, questi stessi romanzi stampati on demand o presso editori a pagamento, nessuno se li cagava nemmeno di striscio.  Il principio è lo stesso, oppure volete davvero dirmi che solo perché questi libri sono in formato elettronico, siano più degni? Per me non è così. Non ci vedo alcuna differenza.

 

Autore Spennato

L’altra faccia della medaglia del discorso eBook, è l’Autore Spennato, AS per gli amici. AS mi contatta su Facebook, mandandomi messaggi pieni di (comprensibile) sconforto, mi spiega che ha tentato la via dell’autoproduzione dopo essere stato rifiutato da Mondadori, Longanesi, Nord e Rizzoli (spara basso il ragazzo, vero?) e che ha cercato di fare le cose per bene. Ha fatto fare una copertina da un amico, ha pagato di tasca sua un’agenzia di “servizi editoriali” per farsi fare un editing “professionale”, ha speso altri soldi per fare realizzare un eBook in formato epub. Non naviga nell’oro, è giovane, quindi la cifra investita è importante. Ha provato a mettere in vendita il suo lavoro. Il risultato sono state una quindicina di copie vendute, per lo più ad amici.

AS è incazzato col mondo, si chiede come farà a rientrare delle spese se non venderà il suo libro, si domanda se non sia stato truffato da chi gli ha fatto pagare editing e impaginazione… S’interroga se non sia il caso di mollare tutto.

No AS, non sei stato truffato. Sei stato spennato, è diverso. E mi dispiace.
La truffa è quando ti promettono una cosa che poi non viene mantenuta. Volevi che il tuo libro fosse leggibile da un lettore ebook? Ora lo è. Volevi essere seguito in fase di editing? Pare che tu sia stato seguito (anche se mi chiedo talvolta se questi sedicenti editor freelance siano all’altezza di quanto promettono, in effetti). Il problema è che hanno tutti omesso di dirti che le prospettive di vendita sono quelle che hai toccato con mano, e non te l’hanno detto perché il vero business, al momento è proprio questo: non tanto vendere copie dei libri, ma vendere servizi editoriali.

Non c’è niente di male, nulla di illecito. Ma non è quello che pensavi tu, vero? E come te ce ne saranno sempre di più: AF che diventano AS, nella speranza di poter vedere diffusa la loro opera. Stesso meccanismo che alimenta gli editori a pagamento o che fa la fortuna di siti di print on demand. Non è un bel panorama quello che ci si prospetta. Non abbiamo ancora finito di mettere in guardia i giovani autori dagli appetiti degli editori a pagamento e dalla assoluta marginalità del print on demand, che all’orizzonte si affacciano altri rischi mortali: impaginatori esosi, editor improvvisati, agenzie di servizi editoriali affamate di denaro.

Sarà un nuovo bagno di sangue se non ci sarà da subito un’adeguata campagna di informazione. Se passa il messaggio che chiunque possa essere editore di se stesso, basta crederci e “investire qualche soldo”, ci dovremo aspettare un ennesimo far west. Come sempre caveat emptor, ma metterli in guardia non farà certo male a nessuno.

 

Gli esami non finiscono mai

Ma in definitiva, mi chiederete voi, ritieni davvero che sia sbagliato “autoprodursi” quando il mercato non ti offre sbocchi? La domanda richiederebbe un discorso molto lungo, che cercherò di riassumere brevemente (mio malgrado in maniera assai lacunosa).

L’autoproduzione in sé non è un male. E’ un’alternativa alla mancanza endemica di sbocchi in alcuni settori. Ma lo è quando davvero il mercato è chiuso e quando è fatta con un certo raziocinio. Si sono sempre stampate le fanzine autoprodotte, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Però vi chiedo: avete mai sentito lamentarsi qualcuno che stampava una “fanza” se il TG1 non passava la notizia dell’uscita del nuovo numero di TOPO STORTO, LA FANZA COL MORTO? Io no, perché occorre anche rendersi conto del peso di quello che si sta facendo.

In un mercato del libro come quello attuale, con trilioni di editori, grandi e piccoli, e 160 libri pubblicati ogni santo giorno, volete davvero dirmi che siamo di fronte a un mercato totalmente ermetico? E’ un mercato difficilissimo, bastardo e spietato, sono il primo a dirlo. Ma non è ermetico, e il fatto che escano libri di ogni tipo e genere, è un dato di fatto.

Oggi c’è l’illusione che solo per il fatto che si sfruttino nuove tecnologie “alla moda”, quello che produciamo/scriviamo debba immediatamente avere un’eco mondiale. Non è così, è chiaro. Se aprite un blog, potete anche spammare a cani e porci la news che lo avete inaugurato, ma saranno cani e porci a decidere se il vostro blog sui drammi esistenziali degli ippopotami sia o meno interessante per il loro pubblico. Se pubblicate voi stessi un eBook, senza passare per le forche caudine di un editore che decide di investirci tempo e denaro, un editor che vi frantuma le palle perché usate quella parola troppo spesso, un grafico che vi sottopone cover improbabili, se insomma non siete disposti a investirci tempo e fatica dopo averlo scritto, come potete pretendere che altri ci investano le loro energie? E dire “l’ho proposto a mille editori, nessuno l’ha voluto“, scusate, ma come scusa non vale. Vi ha mai sfiorato l’idea che quel libro non ne valesse la pena?

D’accordo che siamo tutti convinti di essere dei novelli King, Hemingway, Lovecraft, ma dobbiamo accettare che potrebbe anche non essere così… assurdo, lo so, ma potrebbe essere. Forse il libro che abbiamo scritto non è ancora pronto per il pubblico. Volete davvero correre il rischio di sbatterlo in pasto ai lettori, bruciandolo in questo modo? Davvero siete convinti che il parere altrui non conti un cazzo e che la vostra opinione sia l’unica e sola che valga la pena ascoltare? Ne ho conosciuti parecchi di tipi così, ma non sono mai andati molto lontano… Ci sarà pure un perché.

Non esistono diplomi da scrittore. Potete frequentare tutti i corsi più fighetti e costosi che volete, ma quello non fa di voi uno scrittore. Nemmeno l’atto dello scrivere fa di voi uno scrittore, così come arredare la vostra stanza non fa di voi un architetto, o cambiare lo specchietto retrovisore del vostro motorino fa di voi un meccanico. Lavarvi i denti, ragazzi, non farà di voi un dentista! Tutti possono scrivere. Per questo è così difficile emergere e pubblicare, perché se così non fosse, il risultato sarebbe una babele ancora peggiore di quella odierna, con 160 libri pubblicati ogni santo giorno.

L’editoria è una jungla, e in questa jungla bisogna imparare a sopravvivere, a diventare più forti, a trovare acqua e cibo. Studiare per migliorare e alla fine emergere o perire tra le liane, mangiati dai pappataci. Potete portarvi lo zainetto da casa, ricorrere all’aiutino, ma questo non fa di voi dei sopravvissuti. Tutti noi siamo costantemente messi sotto esame, sottoposti a dure prove. Non si è mai arrivati, mai salvi. Nessuno ti garantisce nulla, perché l’unica cosa che conta – alla fine – è quante copie riesci a vendere.
Non c’è buono o cattivo, bello o brutto.
Tutti noi che scriviamo vorremmo vedere i nostri libri in un catalogo di una major, con piramidi di volumi in ogni libreria e code alla cassa per accaparrarsi l’ultimo nostro libro uscito, ma solo una ridicola percentuale tra noi riuscirà in questo intento. Una percentuale con un mucchio di zeri, dopo la virgola. Per tutti gli altri, è gavetta. Una gavetta che può durare per sempre. Ma è questo esame continuo, questo confrontarti con la jungla che ti insegna qualcosa.

O ti insegna, o ti uccide.

Insomma, se decidi di giocare questo gioco, buttati. Se ti porti il cestino con la merenda da casa, ti potrai riempire la pancia al momento, ma quando il cestino è vuoto, crepi di fame. Buona fortuna.

Quanto sopravviveresti a un’epidemia zombesca?

Date: 12 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comment: 1

11 marzo

Date: 12 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0