Chi legge regolarmente questo blog, sa bene quale sia la mia posizione riguardo gli eBook. Non mi piacciono, non ci perdo il sonno, non smanio per vederli dominare il mercato, non me ne frega granché di conoscerne le sorti.
Li ignoro, perché per me – fatevene una ragione – sono un pacco.
Un pacco per i lettori, un megapacco per gli editori, un ultrapacco per gli aspiranti autori. Non me ne vogliano gli amici impegnati in questo settore (mi volete bene lo stesso?) ma che ci posso fare se dopo dieci anni che ne sento magnificare le sorti, mi sono venuti talmente a noia che mi irrita solo sentirne parlare?
Sopportatemi.
Il problema è che sta per abbattersi su di noi una tempesta. Ne vedo baluginare i primi lampi all’orizzonte e tremo al solo pensiero. Ma veniamo alla fredda cronaca… Dovete sapere che quotidianamente mi giungono comunicati e richieste di ogni tipo. Li considero una cartina di tornasole abbastanza fedele delle tendenze in atto. Se il buongiorno si vede dal mattino, quindi, prevedo che ora di sera, gli eBook mieteranno molte, troppe vittime.
Due di queste sono emblematiche e difatti ve le porto a esempio.
Senza fare nomi, né riferimenti diretti, chè non voglio mettere nessuno in difficoltà, mi limito a fare un discorso in generale, nella speranza che qualcosa, in quello che dico, passi e sia utile a qualcuno. Chiameremo i due poveri malcapitati Autore Frustrato e Autore Spennato.
Autore Frustrato

Autore Frustrato (che da ora in poi, chiameremo AF) mi ha mandato tre mail, tre “comunicati stampa”, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Ciascuno di questi annuncia con toni altisonanti l’uscita del nuovo romanzo di AF. Sono tre libri diversi, l’uno dall’altro. Quindi AF ha “pubblicato” un romanzo a settimana. Com’è possibile è presto detto: se li è auto-pubblicati. In formato eBook. E dice che saranno presto disponibili in tutti i più noti store online. Al primo comunicato faccio finta di nulla. Al secondo ci penso su. Al terzo rispondo che no, grazie, su Horror.it non parliamo di eBook.
“Ma come no?” chiede seccato AF.
Sono io che dovrei essere seccato. Non faccio che parlarne criticamente, qui sul blog e su Horror.it non ne trovi di segnalati o recensiti. Non mi interessano, non li ritengo una soluzione, perché per me, il romanzo ha senso solo su carta, quindi non ci perdo tempo. Non lo faccio nemmeno quando escono per grandi autori… e non vedo perché quindi dovrei farlo per un autore autoprodotto.
Caro AF spiegami come i libri che ieri avevi nel cassetto in cerca di un editore, oggi siano dei prodotti già pronti per il mercato.
Sono maturati solo grazie all’eBook?
E’ quello che dà loro valore, la confezione?
Capisco la frustrazione che implica la ricerca di un editore, ma mi spiace doverti fare notare che lo ritengo un passaggio attraverso il quale devono passare tutti. Uno dei tanti esami ai quali ci si deve sottoporre nella vita. Si chiama gavetta. Mi rendo conto che in un’epoca di Grandi Fratelli venga ormai ritenuta un’ingiustizia sociale, ma ce la siamo sciroppata tutti e la gavetta – per la maggior parte di noi – non finisce mai. Il tempo necessario a maturare come persona e come autore, viene ritenuto un affronto personale e se non si trova un editore dopo 15 gg dall’aver scritto la parola FINE al romanzo, si inizia a parlare di mafia, di favoritismi, di ingiustizie… Sì, come no.
Chiunque metta mano alla tastiera si sente in diritto di avere un contratto milionario come King, e di averlo su-bi-to. Si ritiene la pubblicazione un diritto, non una possibilità. Ed è proprio su questo meccanismo che fa leva l’eBook. Lo stesso, identico meccanismo che sfruttano gli editori a pagamento. Pernicioso e sibillino, insinua nelle nostre menti il concetto che non ha senso aspettare, crescere, faticare.
Il risultato? Da quando è scoppiata questa (piccola) febbre dell’ebook, ricevo a raffica comunicati di uscite di romanzi autoprodotti in varie forme. Ieri, questi stessi romanzi stampati on demand o presso editori a pagamento, nessuno se li cagava nemmeno di striscio. Il principio è lo stesso, oppure volete davvero dirmi che solo perché questi libri sono in formato elettronico, siano più degni? Per me non è così. Non ci vedo alcuna differenza.
Autore Spennato

L’altra faccia della medaglia del discorso eBook, è l’Autore Spennato, AS per gli amici. AS mi contatta su Facebook, mandandomi messaggi pieni di (comprensibile) sconforto, mi spiega che ha tentato la via dell’autoproduzione dopo essere stato rifiutato da Mondadori, Longanesi, Nord e Rizzoli (spara basso il ragazzo, vero?) e che ha cercato di fare le cose per bene. Ha fatto fare una copertina da un amico, ha pagato di tasca sua un’agenzia di “servizi editoriali” per farsi fare un editing “professionale”, ha speso altri soldi per fare realizzare un eBook in formato epub. Non naviga nell’oro, è giovane, quindi la cifra investita è importante. Ha provato a mettere in vendita il suo lavoro. Il risultato sono state una quindicina di copie vendute, per lo più ad amici.
AS è incazzato col mondo, si chiede come farà a rientrare delle spese se non venderà il suo libro, si domanda se non sia stato truffato da chi gli ha fatto pagare editing e impaginazione… S’interroga se non sia il caso di mollare tutto.
No AS, non sei stato truffato. Sei stato spennato, è diverso. E mi dispiace.
La truffa è quando ti promettono una cosa che poi non viene mantenuta. Volevi che il tuo libro fosse leggibile da un lettore ebook? Ora lo è. Volevi essere seguito in fase di editing? Pare che tu sia stato seguito (anche se mi chiedo talvolta se questi sedicenti editor freelance siano all’altezza di quanto promettono, in effetti). Il problema è che hanno tutti omesso di dirti che le prospettive di vendita sono quelle che hai toccato con mano, e non te l’hanno detto perché il vero business, al momento è proprio questo: non tanto vendere copie dei libri, ma vendere servizi editoriali.
Non c’è niente di male, nulla di illecito. Ma non è quello che pensavi tu, vero? E come te ce ne saranno sempre di più: AF che diventano AS, nella speranza di poter vedere diffusa la loro opera. Stesso meccanismo che alimenta gli editori a pagamento o che fa la fortuna di siti di print on demand. Non è un bel panorama quello che ci si prospetta. Non abbiamo ancora finito di mettere in guardia i giovani autori dagli appetiti degli editori a pagamento e dalla assoluta marginalità del print on demand, che all’orizzonte si affacciano altri rischi mortali: impaginatori esosi, editor improvvisati, agenzie di servizi editoriali affamate di denaro.
Sarà un nuovo bagno di sangue se non ci sarà da subito un’adeguata campagna di informazione. Se passa il messaggio che chiunque possa essere editore di se stesso, basta crederci e “investire qualche soldo”, ci dovremo aspettare un ennesimo far west. Come sempre caveat emptor, ma metterli in guardia non farà certo male a nessuno.
Gli esami non finiscono mai

Ma in definitiva, mi chiederete voi, ritieni davvero che sia sbagliato “autoprodursi” quando il mercato non ti offre sbocchi? La domanda richiederebbe un discorso molto lungo, che cercherò di riassumere brevemente (mio malgrado in maniera assai lacunosa).
L’autoproduzione in sé non è un male. E’ un’alternativa alla mancanza endemica di sbocchi in alcuni settori. Ma lo è quando davvero il mercato è chiuso e quando è fatta con un certo raziocinio. Si sono sempre stampate le fanzine autoprodotte, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Però vi chiedo: avete mai sentito lamentarsi qualcuno che stampava una “fanza” se il TG1 non passava la notizia dell’uscita del nuovo numero di TOPO STORTO, LA FANZA COL MORTO? Io no, perché occorre anche rendersi conto del peso di quello che si sta facendo.
In un mercato del libro come quello attuale, con trilioni di editori, grandi e piccoli, e 160 libri pubblicati ogni santo giorno, volete davvero dirmi che siamo di fronte a un mercato totalmente ermetico? E’ un mercato difficilissimo, bastardo e spietato, sono il primo a dirlo. Ma non è ermetico, e il fatto che escano libri di ogni tipo e genere, è un dato di fatto.
Oggi c’è l’illusione che solo per il fatto che si sfruttino nuove tecnologie “alla moda”, quello che produciamo/scriviamo debba immediatamente avere un’eco mondiale. Non è così, è chiaro. Se aprite un blog, potete anche spammare a cani e porci la news che lo avete inaugurato, ma saranno cani e porci a decidere se il vostro blog sui drammi esistenziali degli ippopotami sia o meno interessante per il loro pubblico. Se pubblicate voi stessi un eBook, senza passare per le forche caudine di un editore che decide di investirci tempo e denaro, un editor che vi frantuma le palle perché usate quella parola troppo spesso, un grafico che vi sottopone cover improbabili, se insomma non siete disposti a investirci tempo e fatica dopo averlo scritto, come potete pretendere che altri ci investano le loro energie? E dire “l’ho proposto a mille editori, nessuno l’ha voluto“, scusate, ma come scusa non vale. Vi ha mai sfiorato l’idea che quel libro non ne valesse la pena?
D’accordo che siamo tutti convinti di essere dei novelli King, Hemingway, Lovecraft, ma dobbiamo accettare che potrebbe anche non essere così… assurdo, lo so, ma potrebbe essere. Forse il libro che abbiamo scritto non è ancora pronto per il pubblico. Volete davvero correre il rischio di sbatterlo in pasto ai lettori, bruciandolo in questo modo? Davvero siete convinti che il parere altrui non conti un cazzo e che la vostra opinione sia l’unica e sola che valga la pena ascoltare? Ne ho conosciuti parecchi di tipi così, ma non sono mai andati molto lontano… Ci sarà pure un perché.
Non esistono diplomi da scrittore. Potete frequentare tutti i corsi più fighetti e costosi che volete, ma quello non fa di voi uno scrittore. Nemmeno l’atto dello scrivere fa di voi uno scrittore, così come arredare la vostra stanza non fa di voi un architetto, o cambiare lo specchietto retrovisore del vostro motorino fa di voi un meccanico. Lavarvi i denti, ragazzi, non farà di voi un dentista! Tutti possono scrivere. Per questo è così difficile emergere e pubblicare, perché se così non fosse, il risultato sarebbe una babele ancora peggiore di quella odierna, con 160 libri pubblicati ogni santo giorno.
L’editoria è una jungla, e in questa jungla bisogna imparare a sopravvivere, a diventare più forti, a trovare acqua e cibo. Studiare per migliorare e alla fine emergere o perire tra le liane, mangiati dai pappataci. Potete portarvi lo zainetto da casa, ricorrere all’aiutino, ma questo non fa di voi dei sopravvissuti. Tutti noi siamo costantemente messi sotto esame, sottoposti a dure prove. Non si è mai arrivati, mai salvi. Nessuno ti garantisce nulla, perché l’unica cosa che conta – alla fine – è quante copie riesci a vendere.
Non c’è buono o cattivo, bello o brutto.
Tutti noi che scriviamo vorremmo vedere i nostri libri in un catalogo di una major, con piramidi di volumi in ogni libreria e code alla cassa per accaparrarsi l’ultimo nostro libro uscito, ma solo una ridicola percentuale tra noi riuscirà in questo intento. Una percentuale con un mucchio di zeri, dopo la virgola. Per tutti gli altri, è gavetta. Una gavetta che può durare per sempre. Ma è questo esame continuo, questo confrontarti con la jungla che ti insegna qualcosa.
O ti insegna, o ti uccide.
Insomma, se decidi di giocare questo gioco, buttati. Se ti porti il cestino con la merenda da casa, ti potrai riempire la pancia al momento, ma quando il cestino è vuoto, crepi di fame. Buona fortuna.