L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

Ernest Hemingway…

Date: 27 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

“Before you talk, listen

Before you react, think

Before you spend, earn

Before you criticise, wait

Before you pray, forgive

Before you quit, try”

Un caso editoriale pazzesco!

Date: 06 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Ma l’avete notata anche voi, negli ultimi tempi, la curiosa esplosione di pazzeschi casi editoriali in Italia? Autori sconosciuti, il cui esordio è sempre “sorprendente” (e fin qui nulla di strano, è lessico promozionale), che vengono però immediatamente venduti in tutto il mondo, opzionati per il cinema, venduti in decine di migliaia di copie… e tutto senza essere nemmeno ancora arrivati sugli scaffali! Ce n’è stato uno che è addirittura andato in classifica, prima ancora di essere disponibile nelle librerie…
E’ tutto così stupefacente, non trovate anche voi?

Un caso può capitare. Ma se succedono in sequenza, uno dietro l’altro, lasciatemi dire che c’è del soprannaturale… Oppure altro non è che il nuovo trend della promozione editoriale, che impone di fare di OGNI nuovo libro un “caso editoriale” di risonanza internazionale? Mi chiedo: ma non è che a furia di gridare al lupo al lupo, alla fine anche questo modo di lanciare i libri risulterà inefficace? E dopo, come li promuoveranno i prossimi romanzi? Si dovrà andare oltre, immagino. Allora proviamo a immaginare le fascette che leggeremo tra qualche anno:

“Ancora prima di essere stato scritto, un autentico caso editoriale internazionale!”

“Un romanzo che è diventato cult anni prima della nascita del suo autore!”

“I diritti di questo romanzo sono stati venduti in tutta la galassia!”

“Nessuno sapeva il titolo, nessuno conosceva l’editore e nemmeno l’autore, eppure questo romanzo ha venduto un milione di copie! E non è nemmeno stato stampato!”

Forse sono ancora un po’ grezze come ipotesi, ma ci si può lavorare… vedrete che tireranno fuori qualcosa di efficace. Ne sono sicuro.

 

 

eBook: se il buongiorno si vede dal mattino…

Date: 27 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comment: 1

Chi legge regolarmente questo blog, sa bene quale sia la mia posizione riguardo gli eBook. Non mi piacciono, non ci perdo il sonno, non smanio per vederli dominare il mercato, non me ne frega granché di conoscerne le sorti.
Li ignoro, perché per me – fatevene una ragione – sono un pacco.
Un pacco per i lettori, un megapacco per gli editori, un ultrapacco per gli aspiranti autori. Non me ne vogliano gli amici impegnati in questo settore (mi volete bene lo stesso?) ma che ci posso fare se dopo dieci anni che ne sento magnificare le sorti, mi sono venuti talmente a noia che mi irrita solo sentirne parlare?

Sopportatemi.

Il problema è che sta per abbattersi su di noi una tempesta. Ne vedo baluginare i primi lampi all’orizzonte e tremo al solo pensiero. Ma veniamo alla fredda cronaca… Dovete sapere che quotidianamente mi giungono comunicati e richieste di ogni tipo. Li considero una cartina di tornasole abbastanza fedele delle tendenze in atto. Se il buongiorno si vede dal mattino, quindi, prevedo che ora di sera, gli eBook mieteranno molte, troppe vittime.
Due di queste sono emblematiche e difatti ve le porto a esempio.
Senza fare nomi, né riferimenti diretti, chè non voglio mettere nessuno in difficoltà, mi limito a fare un discorso in generale, nella speranza che qualcosa, in quello che dico, passi e sia utile a qualcuno. Chiameremo i due poveri malcapitati Autore Frustrato e Autore Spennato.

 

Autore Frustrato

Autore Frustrato (che da ora in poi, chiameremo AF) mi ha mandato tre mail, tre “comunicati stampa”, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Ciascuno di questi annuncia con toni altisonanti l’uscita del nuovo romanzo di AF. Sono tre libri diversi, l’uno dall’altro. Quindi AF ha “pubblicato” un romanzo a settimana. Com’è possibile è presto detto: se li è auto-pubblicati. In formato eBook. E dice che saranno presto disponibili in tutti i più noti store online. Al primo comunicato faccio finta di nulla. Al secondo ci penso su. Al terzo rispondo che no, grazie, su Horror.it non parliamo di eBook.

Ma come no?” chiede seccato AF.

Sono io che dovrei essere seccato. Non faccio che parlarne criticamente, qui sul blog e su Horror.it non ne trovi di segnalati o recensiti. Non mi interessano, non li ritengo una soluzione, perché per me, il romanzo ha senso solo su carta, quindi non ci perdo tempo. Non lo faccio nemmeno quando escono per grandi autori… e non vedo perché quindi dovrei farlo per un autore autoprodotto.

Caro AF spiegami come i libri che ieri avevi nel cassetto in cerca di un editore, oggi siano dei prodotti già pronti per il mercato.
Sono maturati solo grazie all’eBook?
E’ quello che dà loro valore, la confezione?
Capisco la frustrazione che implica la ricerca di un editore, ma mi spiace doverti fare notare che lo ritengo un passaggio attraverso il quale devono passare tutti. Uno dei tanti esami ai quali ci si deve sottoporre nella vita. Si chiama gavetta. Mi rendo conto che in un’epoca di Grandi Fratelli venga ormai ritenuta un’ingiustizia sociale, ma ce la siamo sciroppata tutti e la gavetta – per la maggior parte di noi – non finisce mai. Il tempo necessario a maturare come persona e come autore, viene ritenuto un affronto personale e se non si trova un editore dopo 15 gg dall’aver scritto la parola FINE al romanzo, si inizia a parlare di mafia, di favoritismi, di ingiustizie… Sì, come no.

Chiunque metta mano alla tastiera si sente in diritto di avere un contratto milionario come King, e di averlo su-bi-to. Si ritiene la pubblicazione un diritto, non una possibilità. Ed è proprio su questo meccanismo che fa leva l’eBook. Lo stesso, identico meccanismo che sfruttano gli editori a pagamento. Pernicioso e sibillino, insinua nelle nostre menti il concetto che non ha senso aspettare, crescere, faticare.
Il risultato? Da quando è scoppiata questa (piccola) febbre dell’ebook, ricevo a raffica comunicati di uscite di romanzi autoprodotti in varie forme. Ieri, questi stessi romanzi stampati on demand o presso editori a pagamento, nessuno se li cagava nemmeno di striscio.  Il principio è lo stesso, oppure volete davvero dirmi che solo perché questi libri sono in formato elettronico, siano più degni? Per me non è così. Non ci vedo alcuna differenza.

 

Autore Spennato

L’altra faccia della medaglia del discorso eBook, è l’Autore Spennato, AS per gli amici. AS mi contatta su Facebook, mandandomi messaggi pieni di (comprensibile) sconforto, mi spiega che ha tentato la via dell’autoproduzione dopo essere stato rifiutato da Mondadori, Longanesi, Nord e Rizzoli (spara basso il ragazzo, vero?) e che ha cercato di fare le cose per bene. Ha fatto fare una copertina da un amico, ha pagato di tasca sua un’agenzia di “servizi editoriali” per farsi fare un editing “professionale”, ha speso altri soldi per fare realizzare un eBook in formato epub. Non naviga nell’oro, è giovane, quindi la cifra investita è importante. Ha provato a mettere in vendita il suo lavoro. Il risultato sono state una quindicina di copie vendute, per lo più ad amici.

AS è incazzato col mondo, si chiede come farà a rientrare delle spese se non venderà il suo libro, si domanda se non sia stato truffato da chi gli ha fatto pagare editing e impaginazione… S’interroga se non sia il caso di mollare tutto.

No AS, non sei stato truffato. Sei stato spennato, è diverso. E mi dispiace.
La truffa è quando ti promettono una cosa che poi non viene mantenuta. Volevi che il tuo libro fosse leggibile da un lettore ebook? Ora lo è. Volevi essere seguito in fase di editing? Pare che tu sia stato seguito (anche se mi chiedo talvolta se questi sedicenti editor freelance siano all’altezza di quanto promettono, in effetti). Il problema è che hanno tutti omesso di dirti che le prospettive di vendita sono quelle che hai toccato con mano, e non te l’hanno detto perché il vero business, al momento è proprio questo: non tanto vendere copie dei libri, ma vendere servizi editoriali.

Non c’è niente di male, nulla di illecito. Ma non è quello che pensavi tu, vero? E come te ce ne saranno sempre di più: AF che diventano AS, nella speranza di poter vedere diffusa la loro opera. Stesso meccanismo che alimenta gli editori a pagamento o che fa la fortuna di siti di print on demand. Non è un bel panorama quello che ci si prospetta. Non abbiamo ancora finito di mettere in guardia i giovani autori dagli appetiti degli editori a pagamento e dalla assoluta marginalità del print on demand, che all’orizzonte si affacciano altri rischi mortali: impaginatori esosi, editor improvvisati, agenzie di servizi editoriali affamate di denaro.

Sarà un nuovo bagno di sangue se non ci sarà da subito un’adeguata campagna di informazione. Se passa il messaggio che chiunque possa essere editore di se stesso, basta crederci e “investire qualche soldo”, ci dovremo aspettare un ennesimo far west. Come sempre caveat emptor, ma metterli in guardia non farà certo male a nessuno.

 

Gli esami non finiscono mai

Ma in definitiva, mi chiederete voi, ritieni davvero che sia sbagliato “autoprodursi” quando il mercato non ti offre sbocchi? La domanda richiederebbe un discorso molto lungo, che cercherò di riassumere brevemente (mio malgrado in maniera assai lacunosa).

L’autoproduzione in sé non è un male. E’ un’alternativa alla mancanza endemica di sbocchi in alcuni settori. Ma lo è quando davvero il mercato è chiuso e quando è fatta con un certo raziocinio. Si sono sempre stampate le fanzine autoprodotte, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Però vi chiedo: avete mai sentito lamentarsi qualcuno che stampava una “fanza” se il TG1 non passava la notizia dell’uscita del nuovo numero di TOPO STORTO, LA FANZA COL MORTO? Io no, perché occorre anche rendersi conto del peso di quello che si sta facendo.

In un mercato del libro come quello attuale, con trilioni di editori, grandi e piccoli, e 160 libri pubblicati ogni santo giorno, volete davvero dirmi che siamo di fronte a un mercato totalmente ermetico? E’ un mercato difficilissimo, bastardo e spietato, sono il primo a dirlo. Ma non è ermetico, e il fatto che escano libri di ogni tipo e genere, è un dato di fatto.

Oggi c’è l’illusione che solo per il fatto che si sfruttino nuove tecnologie “alla moda”, quello che produciamo/scriviamo debba immediatamente avere un’eco mondiale. Non è così, è chiaro. Se aprite un blog, potete anche spammare a cani e porci la news che lo avete inaugurato, ma saranno cani e porci a decidere se il vostro blog sui drammi esistenziali degli ippopotami sia o meno interessante per il loro pubblico. Se pubblicate voi stessi un eBook, senza passare per le forche caudine di un editore che decide di investirci tempo e denaro, un editor che vi frantuma le palle perché usate quella parola troppo spesso, un grafico che vi sottopone cover improbabili, se insomma non siete disposti a investirci tempo e fatica dopo averlo scritto, come potete pretendere che altri ci investano le loro energie? E dire “l’ho proposto a mille editori, nessuno l’ha voluto“, scusate, ma come scusa non vale. Vi ha mai sfiorato l’idea che quel libro non ne valesse la pena?

D’accordo che siamo tutti convinti di essere dei novelli King, Hemingway, Lovecraft, ma dobbiamo accettare che potrebbe anche non essere così… assurdo, lo so, ma potrebbe essere. Forse il libro che abbiamo scritto non è ancora pronto per il pubblico. Volete davvero correre il rischio di sbatterlo in pasto ai lettori, bruciandolo in questo modo? Davvero siete convinti che il parere altrui non conti un cazzo e che la vostra opinione sia l’unica e sola che valga la pena ascoltare? Ne ho conosciuti parecchi di tipi così, ma non sono mai andati molto lontano… Ci sarà pure un perché.

Non esistono diplomi da scrittore. Potete frequentare tutti i corsi più fighetti e costosi che volete, ma quello non fa di voi uno scrittore. Nemmeno l’atto dello scrivere fa di voi uno scrittore, così come arredare la vostra stanza non fa di voi un architetto, o cambiare lo specchietto retrovisore del vostro motorino fa di voi un meccanico. Lavarvi i denti, ragazzi, non farà di voi un dentista! Tutti possono scrivere. Per questo è così difficile emergere e pubblicare, perché se così non fosse, il risultato sarebbe una babele ancora peggiore di quella odierna, con 160 libri pubblicati ogni santo giorno.

L’editoria è una jungla, e in questa jungla bisogna imparare a sopravvivere, a diventare più forti, a trovare acqua e cibo. Studiare per migliorare e alla fine emergere o perire tra le liane, mangiati dai pappataci. Potete portarvi lo zainetto da casa, ricorrere all’aiutino, ma questo non fa di voi dei sopravvissuti. Tutti noi siamo costantemente messi sotto esame, sottoposti a dure prove. Non si è mai arrivati, mai salvi. Nessuno ti garantisce nulla, perché l’unica cosa che conta – alla fine – è quante copie riesci a vendere.
Non c’è buono o cattivo, bello o brutto.
Tutti noi che scriviamo vorremmo vedere i nostri libri in un catalogo di una major, con piramidi di volumi in ogni libreria e code alla cassa per accaparrarsi l’ultimo nostro libro uscito, ma solo una ridicola percentuale tra noi riuscirà in questo intento. Una percentuale con un mucchio di zeri, dopo la virgola. Per tutti gli altri, è gavetta. Una gavetta che può durare per sempre. Ma è questo esame continuo, questo confrontarti con la jungla che ti insegna qualcosa.

O ti insegna, o ti uccide.

Insomma, se decidi di giocare questo gioco, buttati. Se ti porti il cestino con la merenda da casa, ti potrai riempire la pancia al momento, ma quando il cestino è vuoto, crepi di fame. Buona fortuna.

Quanto sopravviveresti a un’epidemia zombesca?

Date: 12 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comment: 1

11 marzo

Date: 12 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

La pantera nera

Date: 09 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame, Riflessioni  |  Comments: 2

Solitamente ignoro bellamente i TG nostrani, soprattutto alcuni. Questa però ve la segnalo, sebbene esuli dai miei consueti argomenti, perché mi fa un sacco ridere e in qualche modo mi vede coinvolto come fiero e felice possessore di un gatto nero.

Qualche giorno fa, Studio Aperto (eh già…) ha mandato in onda un servizio nel quale si dice: “Eccola qui, in queste immagini amatoriali, la pantera di Palermo. Dalla fine di giugno agita il sonno degli abitanti dei quartieri della periferia a sud della città. E adesso è stata ripresa mentre passeggia tranquillamente sui tetti delle case di Boccadifalco, una cosa poco lontana da via Bronte.

Secondo il giornalista, questo video sarebbe all’esame delle autorità e l’animale nel video peserebbe 55 chili, sarebbe lungo un metro e alto 55 centimetri.

Adesso vi prego, ditemi voi: ma è mai possibile spacciare un normalissimo gatto nero per un felino da 55 chili lungo un metro e con una testa grossa come una palla da basket? Una cosa come quella della foto che segue:

Io non so cosa accidenti facciano tutto il tempo alla redazione di Palermo, ma in 5 minuti, anche a non intendersene, uno va su Google a vedere com’è fatta davvero una pantera e poi la confronta con quella del video di Studio Aperto. E si chiede se sia il caso di sparare queste boiate su una rete nazionale oppure se si debba cestinare il video del solito videoamatore che filma ad minchiam tutto quello che gli capita. Il che è anche lecito, se vogliamo. Ma per un videoamatore. Un giornalista, invece, dovrebbe spendere cinque minuti del proprio tempo ed evitarsi una tal figura di guano
Adesso sapete che faccio? Torno a giocare con il mio gatto nero, nella speranza che qualcuno non si metta a sbraitare di pantere avvistate nella provincia di Milano…

 

Librerie, distribuzione e piccoli editori

Date: 03 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Una piccola premessa: questo post è figlio di una discussione che si è sviluppata sul mio profilo Facebook (una delle millemila…). La riporto qui cercando di fare un po’ il punto e ragionare a mente fredda. Non che possa aggiungere nulla di decisivo, o trovare delle soluzioni, ma mi spiace lasciare che la conversazione scompaia insieme a mille altre.

Leonardo, amico nonché “piccolo editore”, pubblica sul suo profilo una conversazione alla quale ha appena assistito in una libreria, tra un commesso e (il presunto) titolare della libreria…

Commesso: - Ma lo scatolone novità dei piccoli editori?
Titolare: - Non aprirlo. Tra un mese lo restituiamo così come è che facciamo meno fatica. E se qualcuno ce lo chiede, metti anche che due o tre persone lo facciano, è più la fatica e il casino che il guadagno.

La prima reazione è quella di fastidio, o per lo meno di sconforto. Libri che restano nello scatolone, l’illusione di editori e autori di essere disponibili presso la libreria, la triste realtà… Chi, come me, da sempre è vicino alla piccola e media editoria (l’horror è come la muffa: sopravvive al buio e nelle nicchie…), sa come sia difficile conquistare uno spazietto sugli scaffali. Le librerie pagano i libri a 30 gg (almeno), quindi quello scatolone può restare bellamente ignorato in magazzino senza che il libraio paghi un euro. Poi allo scadere, si rende e non si paga nulla. Il distributore che magari ha fatto pressione perché il libraio prendesse quei titoli (e lo ha fatto per accontentare l’editore che quei titoli ha stampato), è stato a sua volta stato accontentato. Ma vendite zero.

Ci dispiace tanto, questa roba proprio non vende, grazie e buonasera.
Già…

La libreria è una vera jungla. Una jungla sull’orlo del disastro ambientale. Conquistare uno spazio vitale in questo microcosmo di carta è un’impresa titanica. Per questo, la stragrande maggioranza dei titoli disponibili sul mercato vende cifre irrisorie: la notizia dell’esistenza di questi fantomatici libri raggiunge poche persone e quelle poche persone, una volta informate, non riescono a trovare il libro perché le librerie non lo tengono (o se lo tengono, lo nascondono!). Il che non rappresenta di per sè niente di particolarmente strano o drammatico, diciamo che è nell’ordine naturale delle cose. Non possono esserci migliaia di bestsellers ogni mese, molti dei libri stampati sono ciarpame, altri sono di dubbio interesse commerciale, altri ancora riguardano minuscole nicchie di interesse che per loro natura non potranno mai ambire a numeri stratosferici. C’est la vie, dicono i francesi.

Alla luce di quella che è la situazione attuale, credo che occorrerebbe una volta per tutte ammettere come – in Italia – il vero problema non sia pubblicare, ma vendere. E’ innegabile come oggi sia relativamente semplice arrivare a vedere il proprio nome sulla copertina di un libro. Le opportunità si sono decuplicate rispetto a vent’anni fa (quanti accidenti di editori ci sono?), con tutti i pregi e i difetti che tale esponenziale crescita comporta. Occorrerebbe una seria riflessione sulle speranze che certi libri possano avere di non finire al macero senza passare dal via.

La soluzione potrebbe essere stampare meno titoli e puntare su quei pochi che valgano davvero… Ma l’amico editore mi fa presente una verità sacrosanta:

la distribuzione impone (per avere una sorta di giro cassa e un effetto catena sant’antonio) un minimo di titoli.

Vero. Se non fai almeno 12 titoli all’anno, nessun distributore ti prenderà come cliente. Quindi gli editori sono costretti a pubblicare e pubblicare, solo per restare in questo giro vorticoso, un setaccio a maglie molto larghe nel quale poco si salva e molto si disperde.

Non a caso, Barbara, titolare di una libreria, chiosa:

Trovare tutto e subito sugli scaffali è utopia.
Anche il più volenteroso ed efficente libraio sulla faccia della terra sarebbe in difficoltà, avrebbe bisogno di una libreria a sei piani e solo per i minori (per non parlare degli editori che fanno saggistica o pubblicazioni specializzate!)

Una bella contraddizione, non trovate? Il sistema da un lato impone la continua produzione di contenuti, facendo crescere esponenzialmente l’offerta (ogni giorno escono circa 160 libri in Italia… ogni benedetto giorno), ma dall’altra parte le librerie esplodono sotto questa continua massa di prodotti in arrivo. Con i siti di vendita online, le cose migliono un po’, ma non si risolve il problema di fondo, anzi tendenzialmente non può che aggravarsi: disponibilità senza problemi, ma quanto alla visibilità…

Come porre rimedio a questa situazione, quando – per di più – i siti per “aspiranti scrittori” pullulano di ragazzi e ragazze che si lamentano di come in Italia sia impossibile pubblicare e che chiedono consigli per trovare un editore? Io non ho risposte, e comprendo il giusto desiderio di quanti vogliano scrivere (come non potrei empatizzare con loro?), ma quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti e non vedo come evitare di parlarne. Non credo che gli eBook risolveranno alcunché, anzi, non faranno che moltiplicare esponenzialmente l’offerta, rendendo sostanzialmente sempre più cruciale il problema della visibilità e la polverizzazione delle vendite. Ci saranno, cioè, sempre meno titoli che riusciranno a vendere oltre una certa soglia e un oceano sconfinato di produzioni “di nicchia”, con un numero piccolissimo di lettori.

In fondo è quello che accade oggi con i siti Internet. Ne nascono ogni giorno. Ogni giorno apre un blog. L’audience è spalmata e diffusa, con rarissimi picchi di “ascolto” commercialmente sfruttabili. Ripeto me stesso: non so se ci sia del buono o del cattivo in tutto questo, so per certo che è diverso e dovremo adattarci, ci piaccia o meno, perché l’evoluzione (o involuzione?) temo sia inevitabile.

Cul-de-sac evoluzionistico

Date: 28 gennaio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 0

E’ quello che continuo a ripetere. Siamo irrilevanti e ci atteggiamo a padroni dell’Universo. Quando la smetteremo? Presto, amici miei. Molto presto…

47… morto che legge

Date: 19 gennaio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 2

Dagli ultimi dati Istat appena diffusi, risulta che solo il 47% degli italiani legge almeno un libro all’anno. Nel frattempo, il film di Checco Zalone ha sbriciolato il record del miglior incasso di sempre per un film italiano al cinema.

Devo aggiungere altro o basta così?