Inferno di (acqua) cristallo

Date: 27 agosto, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Roba mia  |  Comment: 1

Amo i miei vicini. Pur di non farmi sentire nostalgia del mare, hanno deciso di trasformare casa loro in una piscina organizzando una serata di giochi con animazione da spiaggia. Il programma è stato più o meno questo:

Ore 19.45: Sorpresa!

Torno a casa dall’ufficio e sto per buttarmi sotto una doccia benedetta quando sento suonare alla porta. Tiro saracche che mi costeranno 3000 anni di lavori forzati nelle miniere di guano infernali e apro la porta accogliendo l’aspirante suicida con indosso un elegante accapatoio color sabbia che bene s’intona al rivestimento in gress del mio bagno e all’atmosfera balneare che mi appresto a vivere.

<Non hai sentito?>, dice il ragazzo del primo piano. <Piove dal quarto piano!>

Lo guardo cercando di decidere se sfancularlo o dargli retta, poi il soave rumore di un cascata d’acqua mi fa propendere per la seconda. Torno dentro e mi metto addosso maglietta bianca e calzoncini corti che uso per correre. La  raccapricciante mise da straccione, unita al fatto che sono scalzo, mi farà perdere parecchi punti alla prossima assemblea di condominio. Sono sempre scalzo in casa. Odio le ciabatte, le ritengo, dopo i calzini corti e la famosa <em>mamma dei cretini sempreincinta</em>, uno dei peggiori mali dell’umanità.

Una volta al piano piloties, mi trovo di fronte alla coreografia ideata da quei tesori dei miei vicini: scrosci d’acqua alti 4 piani che corrono lungo la facciata di marmo bianco, il sole ormai al tramonto si riflette sulle lacrime del mio vicino, che abita tre piani sotto al centro balneare.

Quanta poesia…

Ore 19:55: La festa comincia.

Il palazzo è mezzo vuoto, poca brigata vita beata! Non c’è nessuno sotto l’appartamento allagato (il primo appartamento a subire danni sarà il loro e non sappiamo come avvisarli), nessuno conosce le persone che stanno dentro a quella piscina pensile (il palazzo è nuovo, non ci si saluta tra vicini, io odio chiunque, quindi…).

Vengono chiamati nell’ordine: pompieri, vigili urbani, amministratore del condominio (ha il cellulare spento). I pompieri li ha chiamati il vicino di prima, e vuole che si abbata la porta dell’appartamento allagato.

Insiste.

I vigili del fuoco sono i primi ad arrivare, ma non fanno altro che guardare verso l’alto, annoiati. Eccheccazzo, dov’è l’incendio! Non c’è nemmeno un gattino in trappola, o una ventenne pettoruta da salvare. Solo una cazzo di piscina pensile. Sono in cinque e tutti guardano verso l’alto…

L’appartamento non è accessibile dalla strada, c’è una vietta laterale privata, di fianco alla chiesa, ma ci sono dei dissuasori di metallo.

Li portiamo dentro, in spiaggia.

La sciura del quarto piano che abita vicino all’appartamento allagato vede l’acqua che si avvicina a casa sua.

Io le dico: <Guarda che ti conviene mettere sul pavimento dei salviettoni per fermare l’acqua…>

La sua risposta: <Dici?> Lo dice coi piedini abbronzati poggiati su uno splendido e assetato parquet in rovere…

<Sì, dico>.

Ore 20:30: I soliti imbucati.

Mentre la sciura del quarto piano sta fissa davanti al suo appartamento osservando con orrore crescente l’acqua che avanza e i suoi salviettoni inzuppati d’acqua che ormai non trattengono più nulla, alcuni volenterosi dal secondo piano cercano di scopare via l’acqua per salvarle il parquet.

Io scendo coi pompieri in strada: sono arrivati i vigili.

Siamo in una botte di ferro.

Che affonda.

Son tutti professionisti, ma quello che fanno è grattarsi la testa e chiedersi “Che si fa?”.

Il mio vicino continua a dire: <Ma non la abbattiamo la porta?>

Il boss dei pompieri: <Senza permesso dei proprietari preferirei di no>.

Il vigile: <Ma non li avete chiamati?>

Io e il vicino, in coro: <Ma chi li conosce!>

Intanto dal condominio di fronte si affaccia sempre più gente. Arriva un secondo camion dei pompieri. Sul marciapiede di fronte al condominio ci sono adesso un totale di 10 vigili del fuoco che guardano verso l’alto e non fanno un cazzo, ma lo fanno con stile.

E l’acqua continua a uscire da ogni pertugio…

Ore 20:40: Gesto eroico!

Sono tornato dentro al palazzo e vedo che al piano terra, scende acqua sulla porta dell’ascensore. Torno su e al terzo piano (ci abito io!) vedo che l’acqua sta colando dal controsoffitto in cartongesso, gocciolando persino dalle plafoniere. Si sta infilando nei tubi dell’impianto elettrico. Non facciamo in tempo a chiederci se sia il caso di staccare la corrente (il vicino, quello che vuole abbattere la porta, inizia a ipotizzare incendi causati da cortocircuiti… gli faccio notare che stiamo annegando) che le luci lampeggiano e saltano.

Siamo al buio.

Scendo verso il locale dei contatori.

La vecchina del primo piano, terrorizzata, esce a chiedere cosa succeda, poi ne aprofitta per lamentarsi (come sempre) dell’amministratore. Scappo prima che attacchi bottone abbandolandola al suo triste destino (bastardo!) e approdo al locale contatori.

E’ saltata solo la luce delle scale.

Per un istante, breve ma intenso, anni di filmacci horror mi fanno pensare a quanto segue: alzo gli interruttori che danno corrente alle scale e tutti quelli che si trovano coi piedi a mollo sui pianerottoli muoiono folgorati in un’esplosione di scintille. Valuto che l’assicurazione non coprirebbe anche quello così rinuncio all’esperimento.

Torno sul marciapiede e informo i pompieri della cosa.

Non gliene può fottere di meno.

Il vigile urbano che comanda fiero la truppa, chiama il titolare dell’immobiliare che ha venduto gli appartamenti per sapere il nome e il telefono dei titolari del centro balneare. Mentre questo ci pensa, uno dei pompieri dice: <Ma non c’è un rubinetto d’intercettazione esterno per chiudere l’acqua?>

Io lo guardo con l’occhio pallato e – giuro – a voce troppo alta esclamo: <OH CAZZO!> poi lascio lì 10 pompieri e 3 vigili e – rigiuro – parto di corsa ributtandomi dentro nell’inferno di cristallo manco fossi Bruce Willis, ma mi sento troppo pirla per non averci pensato prima. Diciamo che corro perché mi sento un fottìo in colpa.

Faccio le scale di corsa, al buio e piombo sul pianerottolo al quarto piano dove il tempo semra essersi fermato: scopano via l’acqua alla luce delle torce elettriche, mentre la solita sciura è ferma sulla soglia di casa a guardare il suo parquet. Non fa un cazzo per aiutare gli altri, sta solo lì a guardare casa sua. Le chiedo quale sia il suo contatore dell’acqua, ma non lo sa.

Ci sono sei linee (tre per l’acqua calda e tre per la fredda) con altrettanti contatori e valvole, per tre appartamenti. Decido di chiuderle tutte. Le prime due linee vanno via lisce, le valvole della terza non si muovono. Arriva il vigile del fuoco che illumina il vano tecnico sul pianerottolo con la sua torcia e io – smadonnando e sudando – gli dico che le valvole non si chiudono.

Lui non si muove.

Torno fuori e prendo uno straccio per cercare di fare forza sulla valvola: niente da fare. Però sta volta il pompiere mi ha illuminato la valvola, vuoi mettere? A me pare comunque di sentire che la cascata sia un po’ diminuita. Mi viene il dubbio che io possa avere avuto culo e che la linea del centro balneare sia una delle due che son riuscito a chiudere.

Chiedo alla sciura sulla soglia di controllare se ci sia acqua a casa sua.

Controlla. Risposta: NO. Bene.

Faccio una prova aprendo una delle due valvole e alla fine trovo il suo contatore. Mi viene in mente di controllare i numerini di quelli che non riesco a chiudere. Fermi. Quindi non sono quelli. Resta solo una utenza, la prima che ho chiuso. Faccio la prova e apro l’acqua fredda: non si muove il contatore. La richiudo e ripeto l’operazione con l’acqua calda: il contatore inizia a girare come un forsennato. Beccato! Il pompiere tutto contento dice via radio al vigile che hanno chiuso l’acqua.

Hanno chiuso? HO CHIUSO!

Ore 21:10: Quando il gatto non c’è…

Torno in strada. Il vigile urbano è finalmente al telefono coi padroni della piscina pensile. Sono in vacanza. A Pesaro. O Pescara. Non lo ricordo. Sento che li informa della cosa e li CONSIGLIA di tornare. E quelli nicchiano. <Signora, avete la casa ancora piena d’acqua!> dice allibito il vigile. Non paiono sconvolti dalla notizia. Mi chiedo se non coltivino alghe in soggiorno, a questo punto… Io francamente ne ho abbastanza. Torno a casa e come se non ne avessi abbastanza di acqua, decido di farmi una doccia. Amo i miei vicini, davvero…

Lacrime di coccodrillo

Date: 30 luglio, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia  |  Comments: 4

E’ da un po’ che non scrivo qua sopra. Sto ultimando il romanzo, sistemando alcune cose, tirando le fila, sterminando cristiani. Molti cristiani. Davvero molti. Intesi sia come esseri umani che cristiani tout-court (Nota: il mio editore e un amico che leggono in real time il romanzo mentre lo scrivo, mi hanno chiesto se non sia impazzito o abbia tendenze suicide… Se all’improvviso dovessi scomparire, vi prego, mandate una task force a riprendermi in Vaticano. Ditegli di cercare nelle celle delle catacombe. Spero che dall’Inquisizione i sistemi siano un po’ cambiati o son volatili per diabetici).

Beh, vi scrivo solo per una cosa veloce: sono dispiaciuto da morire per aver fatto fuori uno dei personaggi. Lo so è stupido (chi scrive, forse mi capirà), ma dopo averlo eliminato molte pagine fa, l’ho ripreso per un ricordo ed è così struggente il suo sorriso che, vi giuro, mi sento in colpa. E’ un personaggio minore, che in quel momento doveva morire perché lo sapete, la storia va avanti da sola, io sono solo lo strumento, non decido un bel niente… Insomma sono innocente, ma mi dispiace davvero perché adesso sento di aver perso una bella persona.

I personaggi che inserisco nel romanzo, sono vivi nella mia testa e anche quelli minori che fanno solo sporadiche apparizioni, assumono nella mia immaginazione dimensioni e ruoli di tutt’altro spessore, perché devo sentirli vivi anche se poi li userò solo per i miei scopi, come burattini. Ecco, io a questo ragazzo mi ci ero affezionato, era simpatico, mi piaceva tanto. Gli ho dato anche il nome di un caro amico (a molti personaggi ho dato il nome di amici) e adesso che riparlo di questo ragazzo, che di nuovo vedo un suo gesto generoso…  mi si stringe il cuore perché non c’è più.

Soffro insieme all’amico che lo ricorda.
Lo so, sto lavorando troppo a questo romanzo, e spero di riuscire a scollarmelo di dosso molto presto perché altrimenti inizierò a indossare solo un saio…

Nota per sdrammatizzare un po’…
Le utlime scene di azione che sto rifinendo hanno come soundtrack questa canzone:

Che ho pescato guardando questro trailer. Il nuovo film di Zack “300″ Snyder, Sucker Punch, un film che voglio vedere nonostante le protagoniste mi suonino un po’ indigeste (spero non sia un teen movie, confido in Snyder).

E son 42

Date: 17 giugno, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Roba mia  |  Comments: 2

Di questo passo, per spegnerle, ci vorrà un estintore…

Il Diacono: uno stralcio

Date: 08 giugno, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia, Scrivere  |  Comments: 0

Oggi l’editore ha scelto uno stralcio del romanzo da pubblicare sulla quarta di copertina. Non avrei saputo scegliere niente di meglio, visto che fa parte di un capitolo che mi ha molto divertito scrivere… So che proporvelo così non ha molto senso, e che in fondo non vi dirà granché, ma perché non farlo?

Farnese guardò il cellulare come se si trattasse di un manufatto alieno. Facendo molta attenzione, quasi temesse di ustionarsi, lo avvicinò all’orecchio. <Pronto?>

<Chi sei?>, chiese di nuovo la voce.

Un brivido serpeggiò sulla schiena del cardinale. Farnese sentì all’improvviso diffondersi nell’aria un intenso profumo di viole. Non erano mai state piantate viole nei giardini vaticani.
Mai.
Infilò la mano sotto la tonaca e impugnò il crocefisso di metallo dell’Ordine. Sentì la pelle delle braccia accapponarsi.
<Voglio parlare con il vescovo>, disse bruscamente nel microfono.
Era un ordine, non una richiesta.

<Non puoi>, rispose lo sconosciuto. <Dimmi chi sei, coraggio…>, insisté.

L’aria si fece più fredda.
Farnese capì che a Barcellona era successo qualcosa di brutto. Parecchio brutto. Sentì la schiena bagnarsi di sudore.

<Fammi parlare col Vescovo. Subito. Te lo ordino in nome del Padre, del Figlio e dello…>

La risata che seguì fu fragorosa.

<Tu non puoi parlare con nessuno, prete, perché sono morti>, la voce si fece via via più roca e bassa, sino a diventare quasi un ruggito. <Sono tutti morti!>

Farnese è il Cardinale Antonio Farnese, camerlengo di Giovanni Paolo III. Il suo ruolo all’interno della vicenda vi sarà chiaro leggendo, adesso non posso dirvi davvero niente altro.

In uscita a Ottobre 2010 per Gargoyle Books…

Non siamo il centro dell’Universo

Date: 31 maggio, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Roba mia, Stuzzicante  |  Comments: 2

Vi ho già parlato della mia passione riguardo l’astrofisica (ovviamente quella divulgativa, non passo le mie notti a fare calcoli ed elaborare teorie). In questo video, vengono comparate le dimensioni dei corpi celesti a partire dalla luna e via fino alle più grandi stelle a noi note. Non so a voi, ma mi viene una certa ansia. Vuoi per la colonna sonora incalzante, vuoi per quel senso di totale irrilevanza al cospetto della incomprensibile maestosità dell’Universo.
Questo breve video sarebbe da far vedere e rivedere a quanti si prendono troppo sul serio. Siamo un granello di sabbia perso nel nulla… Arriverà prima o poi l’aspirapolvere?

Renaissance of Towers

Date: 23 maggio, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Roba mia  |  Comments: 0

Questa mattina esco da casa e vedo degli operai che trafficano attorno a un grosso camion parcheggiato giusto sulla rotonda alla fine della mia via. Grosso camion grossi guai, mi dico, ma prima che inizi a smadonnare, noto che non si tratta dei soliti lavori. C’è un’enorme struttura di acciaio inox sopra un camion.
Sembra una scultura e la cosa mi incuriosisce.
Ritorno più tardi e la vedo…

Resto un po’ sorpreso, ma la prima idea che formulo è: mi piace. Non ci ragiono, è solo una reazione. Non so di chi sia, ma mi è chiaro il soggetto. La bandiera americana. L’arte moderna è così, devi percepirla più che osservarla.
Per farvi capire cosa ho percepito, stiamo parlando di tremila chili di acciaio lucido e satinato, alta sei metri e mezzo, larga due e profonda uno. Non è esattamente quello che potrei definire un soprammobile.

La scultura è opera di Helidon Xhixha, autore che ammetto di non conoscere e che scopro oggi per la prima volta. Il titolo dell’opera è “Renaissance of Towers“, e come immaginerete è un monumento dedicato alle vittime dell’11 settembre a New York. Questa scultura sta facendo un tour mondiale: dopo Venezia, Firenze, Berlino, Milano, Bergamo e Como, è arrivata pure a Legnano.
(Legnano?)
Il tour mondiale (Legnano?) si concluderà il prossimo 11 settembre con l’installazione definitiva della scultura a New York in Lincoln center.

Peccato, perché lì dov’è adesso mi piace proprio.

Non può piovere per sempre…

Date: 17 maggio, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia  |  Comment: 1

… ma temo che continuerà a farlo finché non avrò finito il romanzo.
E’ come se quest’anno, l’intero maledetto Universo si stesse accanendo contro il sottoscritto. Abitualmente smadonnerei come un camallo genovese fino a cadere a terra sfinito e morta lì, ma oggi inizio a pensare che le cose abbiano un senso.

C’è una frase che vedrete ricorrere nel romanzo.
La ripete padre Valdés, il vecchio, inflessibile monaco che regge con pugno di ferro l’ordine dei Celati, i monaci esorcisti di Vallombrosa. Gliel’ho messa in bocca io perché più gli anni passano e più ne sono convinto.

Niente accade per caso.

Ora, io non posso stare a spiegarvi la cosa più di quanto non stia già facendo, e forse sto scrivendo questo pezzo solo per parlare a me stesso, anzi, quasi sicuramente è così (e voi direte, ma che razza di maleducato che sei…), ma credetemi, se vi dico che adesso, davvero, io capisco.
Capisco che c’è un messaggio.
Vorrei quindi dire al TITOLARE, che ho capito, sul serio, quindi grazie, davvero grazie, ma cortesemente, adesso basta.
Ok?
A posto così?
Facciamo che ho già dato per le prossime 3 vite almeno?

Lezione imparata e tutti a casa.

E se – come disse Newton – ad ogni azione, corrisponde una reazione (uguale e contraria), i pochi barlumi di speranza che contavo di lasciare nel romanzo stanno sparendo, giorno dopo giorno, colpo dopo colpo.
L’immagine che ho focalizzato nella mia mente è quella di un fabbro che pesta con una grossa mazza sopra un’incudine. Il fabbro è il Capo, o il Destino, o Buddha o la Sfiga, sceglietene uno voi. Io sono l’incudine.
Un’incredula incudine.
Ma, tutto sommato, consapevole del suo ruolo.
L’incudine sa di esserlo, sapete? E se non lo capisce, glielo inculcano a mazzate. Quindi alla fine gli entra in testa.

Visto che ultimamente la scrittura scandisce le mie giornate, tra una martellata e l’altra, è a questa che torno col pensiero. La mia vita e quella del Diacono sono legate da troppi mesi. Se non avete mai lavorato a un romanzo forse non potrete capire (e credo sia meglio così, in fondo): un romanzo vi succhia la vita e i pensieri per un tempo abbastanza lungo da diventare un parente, un amico o un nemico mortale.
Vi ci tuffate quando siete carichi e pieni di energia, vi ci rifugiate quando il mondo diventa inospitale, lo subite quando in realtà avreste solo voglia di stare a fissare un muro bianco strafatti di zuccheri (sono astemio e non fumo, accontentatevi). Tiene compagnia e vi tormenta. E’ lì da mesi e sarà ancora lì finché non riuscirete a liberarvene.
Ora capisco questa frase quando la sento pronunciare.
Non vedi l’ora di allontanarti da tutto quello che è rimasto appiccicato addosso a quella storia. Magari non metti la tua vita nel romanzo, c’è poco o niente di autobiografico, ma non importa, perché ti ricorderai per sempre che mentre scrivevi quella pagina, mentre descrivevi quella scena, ti è succdessa quella cosa. E se è una cosa spiacevole, non è un’esperienza che ti vada di ripetere…
Come quando un profumo o una canzone ti riporta alla memoria un ricordo.

Comunque sia, strazio o scialuppa di salvataggio, ancora non saprei dire, ma volevo avvisarvi. Perché adesso è certo: vi beccherete quattrocento pagine senza respiro, senza uno spiraglio, nessuna luce dopo il tunnel, non uno straccio di via di uscita. Perché in realtà non ce ne sono.
Quindi perché raccontarsi balle?

Niente accade per caso.
Voglio pensare che quest’anno fetido e buio, mi sia stato inflitto per farmi scrivere una storia senza che vi indorassi la pillola. Ogni volta che rileggo una pagina e ci metto mano, spengo qualche luce. Resterà solo l’oscurità, che in fondo è l’elemento dove mi sono sempre trovato meglio.
Ci torno.
E ci resto.

Schiavo del Diacono

Date: 05 maggio, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia, Scrivere  |  Comments: 2

Lo so, sono sparito.
Lo so, mi scrivete mail alle quali non rispondo o rispondo dopo secoli.
Lo so non aggiorno il blog.
Lo so.
Ma non ce la posso fare.
Mi sto avvicinando a tappe forzate al termine del romanzo, IL DIACONO, e non ho più un vita, non ho più altri pensieri che tirare fuori
quei poveri monaci esorcisti dalla catastrofe in cui li ho ficcati. Mi sento molto in colpa. Sono stato molto cattivo.
Molto, davvero.
E so per certo che adesso c’è un posto all’Inferno prenotato per me.
Un posto d’onore, temo.

Tornerò, prima o poi. Tornerò.
Ma non adesso.
Non posso.
Sono ancora perduto là in mezzo, dove tutto sta accadendo e dal quale nulla può sfuggire, come all’orizzonte degli eventi in un buco nero. Terribile e terrificante, ma com’è vero Iddio, ragazzi, è davvero uno spasso. Davvero uno spasso.
Nessuna pietà. Nessuna redenzione. Distruzione totale, corruzione eterna.
Sto impazzendo, ma santoddio se mi diverto…



The Used – The Bird and The Worm

Date: 01 aprile, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Cinema, Diacono, Roba mia  |  Comments: 0

Tenebrosa colonna sonora del trailer che vi ho presentato qualche giorno fa. Sto scrivendo da ieri con questa come soundtrack. Meglio di questa, per il capitolo che sto ultimando, non potevo trovare. La tastiera gronda roba rossa

Fantasy Horror Award #2: adesso so che conta davvero!

Date: 23 marzo, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Roba mia  |  Comments: 15

Temo di aver bisogno di una cassaforte, e anche in fretta. Lo giuro, non avevo capito di essere entrato in possesso di un oggetto tanto prezioso e conteso… scemo io ad aver messo questa statuetta di neanche-tanto-puro ottone per-niente-massiccio sulla libreria del mio studio, in mezzo a una pila di volumi horror in attesa di lettura. Adesso però ho capito, occorre una teca di vetro spesso e un sistema d’allarme.
Come minimo.

Sto anche pensando ai cani…

A leggere alcuni (prevedibilissimi) commenti che mi vengono segnalati e che rimandano, di sito in sito, sino ai Soliti Sospetti (seeeempre gli stessi), temo davvero di aver preso un abbaglio. Ma giuro che quando sono uscito dall’autostrada, il cartello diceva davvero ORVIETO e non LOS ANGELES. E il teatro dove si è tenuta la bella serata, giuro che non era il Kodak Theater a Hollywood. Oddio, c’era un po’ di gente che parlava inglese, ma sono certo che quella fosse Orvieto. Umbria. Italia.

O-R-V-I-E-TO con massimo rispetto per la regione Umbria tutta, ma santodio… Orvieto!

Eppure a leggere questa roba, c’è da chiedersi se questa gente, questi indignati per professione, lo sappiano che quelle statuette non sono l’Oscar. Io ne sono conscio. Credo anche tutti quelli che l’hanno ritirata (e l’atmosfera di sana giovialità credo abbia messo tutti d’accordo sul fatto). Tutti a parte quelli che oggi si stanno affannando per gridare forte e con convinzione che quel premio sarebbe dovuto andare a Tizio, che sono pazzi ad aver premiato Caio e che soprattutto Sempronio deve mo-ri-re! E poi vai di considerazioni sui massimi sistemi, che tanto è tutto un magna magna, la vita è uno schifo e a me non mi caga nessuno, ecco…

Sì, ma – benedetti figliuoli – eravamo a Orvieto!

Che fosse una cosa tanto importante, mica l’avevo capito fino a oggi. Adesso però mi sto rendendo conto di avere in casa un autentico cimelio. Forse è il caso che inizi pure a tirarmela un po’, tutto sommato. E non sto facendo battute, perché, vi garantisco, che nessuna delle persone presenti (tranne una, ma non vi dico chi è nemmeno sotto tortura) ha vissuto questa occasione come un momento di Sacra Celebrazione. E’ stata una festa. Una bella festa. Leggere i commenti di gente (che tra l’altro non era presente, peccato, a uno avrei volentieri detto quattro parole di persona… Ringhio la prossima volta non mancare dai!) coi soliti toni assolutamente deliranti, manco stessero parlando di un premio che possa decretare successo imperituro o grande infamia per gli sconfitti, è davvero ridicolo.
Rendetevene conto è ri-di-co-lo.
Come per i cani di Pavlov, basta un input – anche minuscolo – e scatta la bagarre! Solo che scatta fermandosi a quella che è la pelle, la superficie del fenomeno, nella totale incomprensione di quello che si pretende di commentare, usando il solito fraseggio e termini di paragone sinceramente imbarazzanti.

Ma anche addentrandosi, come poter pretendere dare un giudizio universale? Io posso parlare di quello che ho visto e vissuto in questi due giorni, non altro. Mi sono incazzato anche io perché le interviste erano sballate come orario, altre sono saltate, perché ho dovuto correre per due giorni da una parte all’altra della città… però vediamo di essere chiari e adulti: se non vi sta bene, la prossima volta statevene a casa.
Io di solito faccio così.
E vivo alla grande.
Provateci…

Non partecipo a tutto, vado solo ad alcune manifestazioni e se mi trovo bene ci torno, se no, smetto. Se ho qualcosa da ridire sull’organizzazione, non mi faccio problemi: io piglio il capo e glielo dico. In faccia. Non mi cago sotto per poi tornare a casa e scrivere sul blogghettino con piglio rancoroso e vendicativo. Io piglio il tizio in disparte, a quattrocchi, e glielo dico.
Assolutamente liberatorio, credetemi.

Se non vuole ascoltare, semplicemente, l’anno dopo declino l’invito. E non venitemela a menare sulla responsabilità che avrei di denunciare questa o quest’altra cosa… Sono cazzate.
Cazzate che possono permettersi di sparare i parvenue, quelli della pappa pronta. Quelli che sono arrivati trovando già le cose messe in piedi, che non hanno nemmeno idea di come si organizza un evento, un sito, una rivista, un’impresa editoriale o una produzione cinematografica in un paese storicamente avverso all’horror come il nostro. Arrivano e sputano sentenze.

Non lo sanno, quindi fanno i capricci.

Ma chi come me (lo so che ai capricciosi, quando dico così, la bile sale,  ma la loro bile in aumento mi fa talmente godere che reitero ad libitum) c’era quando qui “era tutta campagna” e non c’era niente di quello che oggi ci si permette di distruggere per partito preso, sa quanto sia maledettamente difficile. Quanto tutto questo giocattolo sia ancora fragile. Meglio fare, sbagliando, che stare chiusi a ringhiare addosso a tutto quello che fanno gli altri.

Vanno bene i festival scricchiolanti, le premiazioni un po’ sopra le righe, i premi un tanto al chilo… Sempre meglio del deserto che c’era prima, del deserto che alcuni talebani – con poco sale in zucca, ma tanto fegato da mangiarsi – vorrebbero vedere attorno a sé, così da poter finalmente brillare in prima persona in mezzo a tanta desolazione. E non menatemela sul fatto di essere duri e puri, che c’è gente che nemmeno sa dove stia di casa sta definizione. E’ solo opportunismo mascherato da sacro furore. Criticano perché non hanno la minima idea di dove andare a sbattere la testa.
Ma sarebbe ora che alzassero il culo invece di criticare chi già c’è per le “posizioni” che occupa, manco stessimo parlando del Soglio Pontificio. Non è mica un club esclusivo e a nessuno è dovuto niente. Sporcatevi le mani, signori.

Alla fine è questo che rode e che si continui a dire “critico non perché sono invidioso ma per sacrosanti motivi” è una coperta corta e logora. Tra l’altro, nel caso specifico, mi levo pure un sassolino dalla scarpa. A questa manifestazione, sono stato invitato con estremo tatto, visto che l’organizzazione era figlia di un ambiente a me ostile. Ma sì, parlo di quella rivista il cui editore ha fatto il ganassa salvo poi pigliare i ceffoni editoriali da me predetti e puntualmente avveratisi, come a dire che a parole son bravi tutti ma i fatti… Ah, i fatti…

Ci siamo parlati, spiegati.

E io che sono un buono – diomio quanto sono buono – sono andato a Orvieto. Ho organizzato una tavola rotonda e c’è andata un sacco di gente. Ospiti contenti, atmosfera frizzante. Ho stretto la mano a Gulli, pur facendo presente che i problemi c’erano e che l’anno prossimo avrebbero dovuto lavorare tanto per sistemarli. Qualsiasi professionista sa che in ogni lavoro il problema in agguato c’è e ci sarà sempre, e più è grosso il lavoro in ballo, e più casini ci sono. Se il FHA migliorerà o no, sono fatti di Gulli. Chi premierà e chi no, sono fatti suoi, perché io non misuro la qualità del mio lavoro in base ai premi.

La cosa davvero divertente è che alcuni di quelli che oggi vorrebbero sfasciare la testa a Gulli, ieri gli leccavano le terga pur di avere uno spazietto sulla rivista che curava per quell’editore che nemmeno nomino e col quale ho avuto alterchi non secondi alla battaglia delle Termopili. Ma com’è sto fatto? Sta gente mi fa impazzire… ti chiedono l’amicizia su Facebook ma poi son lì a parlarti alle spalle. Vengono a presentarsi e a stringerti la mano, e ti sorridono, ma girato l’angolo confabulano con fare vittimistico. Contenti voi…

Credo che sia più onesto e corretto dirsi in faccia le cose. Secondo me, pur con tutti gli errori evidenti, questa credo sia una manifestazione che potrebbe diventare un appuntamento piacevole. E se così non fosse… ma dove sta il problema? Le manifestazioni e i festival, in Italia, hanno tutte una data di scadenza: nascono e muoiono dopo qualche annetto. Come è possibile veder spuntare il solito coro livoroso per una manifestazione chiaramente ludica come questa? Quello che dobbiamo chiederci è: a chi davvero interessa se a Orvieto vince Balaguerò invece di Pincopallo? Questo “premio” cambia qualcosa nella vita di chi se l’è portato a casa?

Vi svelo un segreto: no.

Rendetevene conto tutti e fatevene una ragione. Noi che c’eravamo, ce la siamo fatta.