La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 2

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano

Spaghetti Western, la crisi, i libri e gli ammerigani

Date: 22 dicembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 3

Ultimamente i titoli dei miei post hanno preso una deriva ermetica e caotica, tanto da essere costretto a scusarmi a inizio articolo per la loro apparente assurdità.  Oddio… apparente mica tanto. Assurdi lo sono di sicuro, ma mi piace pensare (il che la dice lunga) che abbiano un senso. E come in occasione del precedente Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana, che tanto ha fatto discutere, torno con un post dal titolo polimorfo e sconclusionato per aggiungere puntini a mazzi su altrettanti mazzi di “i”.

Se però adesso vi state chiedendo del perché di questa mia foto introduttiva, vi devo pregare di avere un po’ di pazienza. Ci torneremo su. Abbiate fede e tenetela bene a mente. I più sgamati tra voi, lo capiranno presto. E se c’è qualcuno che lo ha già capito, sappia che ha tutta la mia stima.

Dicevamo, puntini sulle i

L’articolo che vi ho appena linkato, ha sollevato un discreto vespaio su Facebook (discreto non nel senso che le vespe facevano poco casino per non disturbare, sia chiaro), generando diversi polemici fiumi carsici ciascuno dei quali ha preso direzioni diverse. Ammetto di non aver potuto seguire ogni rigagnolo, abbiate pazienza, ho una vita da vivere. Però mi ha stimolato osservare come gli stessi dati, in mani diverse, possano essere usati a secondo del differente modo di vedere le cose. I numeri non mentono, ma possono essere usati per sostenere tesi anche contrastanti, perché ci sono persone che nei numeri vedono solo quello che vogliono vedere.

Come il proverbiale e gustoso cacio sui maccheroni, tuttavia, qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo, ecco palesarsi in edicola La Repubblica con un gustoso articolo che snocciola diverse considerazioni sulla crisi del libro alla luce dei dati presentati da Nielsen BookScan alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”. Visto che la sempre ottima Lara Manni si è smazzata la trascrizione del pezzo, io copio incollo le parti per me interessanti lasciandovi, se lo desiderate, di leggere tutto l’articolo sul di lei blog.

Primo passaggio. La crisi.

Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan [...] non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).

Capito il quadretto idilliaco? Vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo? Direi che i numeri parlano chiaro. Ora, ricordate cosa scrivevo io nell’articolo precedente, venti giorni prima del pezzo di Repubblica? I libri italiani sono pesantemente penalizzati dall’attuale sistema editoriale, sono promossi poco e male (quando riescono ad arrivare in libreria), perché gli editori riservano tutte le loro attenzioni ai libri stranieri. Avevo anche pubblicato una statistica fatta osservando le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. Il risultato è stato il seguente:

 

  • Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue

 

Ora, leggete cosa viene scritto nell’articolo di Repubblica:

Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. [...] Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti.  

Questo passaggio, che non ha sollevato alcuna polemica, da nessuna parte, mi ha fatto venire i brividi. Siamo davvero ormai così assuefatti alla situazione attuale da non capire come il nostro mercato editoriale sia completamente fuori fuoco? Seguite il labiale: il settore fiction è in crisi perché costano troppo i libri stranieri. Se non siete ancora saltati sulla sedia sbavando come scimmie urlatrici della foresta amazzonica, avete più sangue freddo di quanto non ne abbia io, amici miei.

Nel mio articolo scrivevo:

Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.

Ecco che adesso su Repubblica, vi stanno dicendo la stessa cosa, ma colpevolmente, nessuno vi fa notare l’assurdità della situazione. Ed è ovvio che sia così: sono 50 anni che le cose vanno avanti in questo modo, ormai nessuno si ricorda, né può immaginarsi, com’era il mondo prima dell’invasione (quanto sono melodrammatico, benedetto il cielo…). Nessuno è capace, io per primo, perché siamo talmente abituati a vedere le librerie piene zeppe di libri americani (ed europei) che nemmeno ci poniamo il problema, anzi: ci siamo addirittura formati sui libri dei narratori americani! E lo abbiamo fatto perché la nostra generazione, anche volendo leggere libri italiani di genere, non ne trovava! La mia adorazione innegabile verso la narrativa americana, tuttavia, non può rendermi cieco. Non posso fingere di non vedere come la situazione sia talmente scappata di mano che oggi gli editori non potendo né volendo pubblicare autori italiani, sono costretti a diminuire le uscite di costosi testi tradotti, andando a far ovviamente calare i fatturati delle loro stesse aziende!

Insomma, si stanno suicidando da soli…

Qualcosa di simile, anche se con dinamiche differenti, è successo al cinema italiano, e forse farvi qualche esempio vi aiuterà a capire quello che è successo (e potrà ancora succedere) in editoria.

So che i più giovani tra voi, svezzati a botte di cinepanettoni, stenteranno a crederci, ma qualche decennio fa, i film li facevamo anche in Italia. Roba da pazzi, vero? Non facevamo solo storie di trentenni o quarantenni in crisi, no, si parlava di avventura, di fantastico, di fantascienza e orrore. Eravamo talmente bravi da insegnare agli americani come fare film horror e western. Negli anni sessanta e settanta si giravano storie di frontiera in set nostrani, con tale maestria e fingendoci così bene americani, da convincere gli americani stessi. Sergio Leone fece diventare Clint Eastwood una star e il suo modo di fare cinema fece scuola.

Ma non era tutto rose e fiori. Il trucco letale era sotto gli occhi di tutti. E finalmente arriviamo ai due signori nella foto di apertura, un fotogramma del filmone Lo chiamavano Trinità. Sapete chi sono, vero? Ma certo che lo sapete, sono Bud Spencer e Terence Hill. Lo sanno tutti, anche i paguri lo sanno. Io ci sono cresciuto coi loro film e ricordo ancora quando andai al cinema a vedere quel capolavoro assoluto che era Altrimenti ci arrabbiamo (1974), con lo stesso Donald Pleasence che poi fece il Dr. Loomis nell’Halloween di Carpenter (1978), avete presente? Un film con la scena più cult di tutta l’intera storia del cinema per quelli della mia età (e coi miei gusti cialtroni)…

Ora, alzi la mano chi appena ha visto la foto in testa a questo pezzo ha detto: “Toh, guarda Carlo Pedersoli e Mario Girotti.” E non imbrogliate che vi vedo e vi vengo a prendere uno per uno… Diciamolo chiaro e tondo: ma chi diavolo sono Pedersoli e Girotti? Quei due sono e resteranno per sempre Bud Spencer e Terence Hill, non c’è scampo. Lo sono e lo resteranno perché sono decine di anni che in Italia per fare il figo devi per forza avere un nome ammerigano, altrimenti non ti si fila nessuno. Un’intera generazione di attori e registi si è dovuta affidare al rassicurante abbraccio di uno pseudonimo anglofono, alimentando così la falsa illusione che anglofono fosse bello e fosse – soprattutto – l’unica soluzione possibile.

Il paradosso è che tutti sapevano che quell’omone barbuto non era americano:  santoddio, Carlo Pedersoli non era un tizio sbucato fuori dal nulla, è entrato nella storia per essere stato il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera del minuto netto nei cento metri stile libero! Era famoso. Eppure non andava bene lo stesso. Non era sufficiente, e la sua fortuna l’ha avuta facendo nascere il suo alter ego Bud Spencer. Ma saremo o no una nazione di pazzi furiosi? E’ la stessa cosa del leggere autori italiani che pubblicano sotto pseudonimo: siamo felici di essere imbrogliati. E lo siamo da talmnte tanto tempo, che non ci rendiamo più conto di esserlo. L’inganno ci sembra l’unica realtà possibile e reagiamo con aggressività quando ci dicono che le cose non dovrebbero andare così.

Ma cosa vuole questa gente? Noi vogliamo fare gli americani! Noi vogliamo essere americani! Noi vogliamo leggere inglese, parlare inglese, vivere la vita di Grissom in CSI (ma guai a farci mangiare qualcosa di diverso dalla pasta Barilla, mondocane…)

Nel mondo del cinema, però, col passare degli anni, “fare” gli americani è diventato sempre più difficile, e il non aver cercato di percorrere una via italiana al cinema di intrattenimento, lasciando il campo all’imbattibile macchina dei sogni americana senza cercare una praticabile via nostrana, ha finito poi per rendere impossibile ogni tentativo. Mentre spagnoli e francesi hanno continuato a farlo (con ottimi risultati) a noi è stato detto che non eravamo più in grado (siamo bravissimi a darci la zappa sui piedi, di questo ce ne sia dato atto), e il risultato è stato quello di fare tabula rasa di un’industria forse povera, ma ricca di idee e inventiva, di professionalità e passione. Oggi non c’è più un ambiente dove far crescere un certo tipo di cinema, dove sperimentare, dove scambiare esperienze, e così facendo, chiunque voglia provare a fare un film (magari un horror) si trova da solo, in mezzo a un deserto immenso.

Se il malcapitato volesse poi sperare di racimolare due lire, dovrà fare un film in inglese. Perché con l’italiano non recupererà mai i suoi soldi. Come mai?, vi starete chiedendo. E’ molto semplice: nel mercato USA, nessuno vuole vedere un film doppiato (segnatevelo perché è importante). Può essere la peggiore porcheria di questo mondo, ma lo dovete girare in presa diretta e in lingua inglese, altrimenti il vostro filmetto ve lo guardate a casa vostra, e tanti saluti. Il cinema americano ha colonizzato il mondo, ma l’america è impermeabile ai film che provengono dall’estero. E la riprova sono la lunga serie di remake di ottimi film europei o giapponesi, rifatti pari pari solo per inserire attori e ambientazioni americane. Avete presente Blood Story, il recentissimo remake di Lasciami entrare tratto dal romanzo dello svedese John Ajvide Lindqvist? Oppure Quarantine, il remake fotocopia di REC di Balaguerò?

Remake fatti per lo stesso motivo: sul mercato americano nessuno è disposto a far fatica coi sottotitoli o ascoltare film doppiati. Per noi questa ritrosia è inconcepibile, ammettetelo. Per noi è normale, assolutamente normale, ed è qui che vi volevo portare. Sono passati talmente tanti anni che non ci poniamo nemmeno più il problema, e così è per la narrativa tradotta. Per noi è prassi: non lo è invece per americani e inglesi, e le classifiche di Amazon stanno a dimostrarlo. Si chiedono: ma perché dovrei leggere la storia di un paese che magari non so nemmeno dove cazzo stia sulla cartina, tradotto da un tizio che si spera possa essere bravo almeno quanto l’autore? Questo è il vero motivo per cui la narrativa italiana (e in genere, europea) non arriva negli USA. Non è un problema di qualità: a nessuno frega nulla di quanto sia bello o brutto un libro italiano, spagnolo o francese. La verità è che o siete un fenomeno da milioni di copie o nessuno negli USA vedrà il motivo di pubblicare un libro straniero avendo così tanti libri nostrani da proporre. Perché un americano si chiede: “Chi accidenti me lo fa fare di leggere un libro tradotto quando posso leggere nella mia lingua?”

Così ci ritroviamo con un’industria del cinema d’intrattentimento distrutta e colonizzata, e una dell’editoria che non è mai davvero nata. La critica paludata (qualcuno per caso ha detto Benedetto Croce?), l’esterofilia, il perbenismo, la spocchia, chissà cos’altro, fecero piazza pulita, nessuno prese sul serio gli autori italiani una cinquantina di anni fa (eccezion fatta per qualche caso rarissimo), e non ci si è più ricordati di loro, creando un vuoto. Vuoto che venne colmato importando tonnellate di narrativa americana (ottima, in molti casi). La richiesta c’è sempre stata, ma è stata soddisfatta solo con prodotti d’importazione.

L’Italia è un paese povero di materie prime.
Fra di queste, rientrano anche film e libri.
..

Ci scandalizziamo se importiamo le arance dalla Spagna, ma sono decenni che due nostri settori industriali (nemmeno tanto secondari), hanno una bilancia dei pagamenti import/export perennemente (e drammaticamente) in rosso. E questo, che vi scandalizziate o meno, è un problema squisitamente italico. Rambo e Guerre stellari, l’hanno visto in tutto il mondo, ma persino i Coreani fanno più film di noi. Stephen King è un mostro sacro, nessuno lo discute. Io lo adoro senza se e senza ma. Però solo in Italia, leggere King impedisce di pubblicare Giuseppe Brambilla.
Chiunque accidenti sia Giuseppe Brambilla…

E finalmente arriviamo all’ultimo passaggio di questo mio sproloquio. L’ultimo aspetto su cui vorrei rifletteste. Giuseppe Brambilla è un aspirante scrittore, fa concorsi, manda manoscritti, riceve molti rifiuti. E’ frustrato. Sa che è molto difficile pubblicare, ma insiste. Si arrabbia spesso perché vede pubblicati libri di suoi connazionali e si chiede: “Perché loro si e io no?”
Non sappiamo se Giuseppe sia bravo o meno, ma sappiamo che avrà pochissime possibilità di veder pubblicato il proprio libro. E il motivo non è che un suo collega italiano gli abbia fregato il posto… Giuseppe Brambilla non sarà pubblicato perché l’editore a cui ha mandato il libro, ha comprato a caro prezzo il libro di Joseph Jenkins, un suo coetaneo americano che ha scritto un libraccio spacciato come un grande capolavoro dal suo agente. Però Giuseppe non se ne rende conto, non capisce che in un mercato i cui volumi sono costituiti al 70, forse 80% da narrativa anglosassone, i pochi posti rimasti devono bastare per una intera nazione di aspiranti autori.E si incazza con il collega italiano, apre un blog e lo copre di insulti.

Mentre nessuno parla di Joseph Jenkins.

La situazione si incancrenisce e acutizza perché per questi nostri aspiranti autori non c’è il normale, naturale sbocco editoriale che c’è negli altri paesi. Nossignori, qui siamo pieni di Joseph Jenkins che provocano il contingentamento delle uscite in lingua italiana! Alcuni di questi autori stranieri sono una benedizione, è innegabile, ma altri sono ciarpame. Ciarpame pagato a caro prezzo, venduto come merce sopraffina. Ciarpame che magari è pari a quello prodotto da Giuseppe Brambilla… eppure assai più appetibile. Io mi chiedo solo questo: ma se negli USA ci sono mandrie di autori frustrati che si lamentano di non trovare sbocchi in un mercato così vasto (e a loro esclusivamente riservato), cosa dovrebbero dire i nostri Brambilla, in un mercato editoriale dove il passaporto fa la differenza?

 

 

 

 

 

“Publicare” un libro…

Date: 23 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Gaia Conventi, una scrittrice che ho come contatto su Facebook, segnala questa domanda su Yahoo! Answers. Rubo e ripropongo perché la domanda e la risposta che segue sono esempi illuminanti di come se è vero che l’editoria non sia in gran forma e gli autori italiani siano troppo spesso (a torto) bistrattati, è anche vero che non è tutto oro quello che luccica. Spesso chi afferma di saperla lunga su come funziona l’editoria italiana, parla solo per sentito dire. E dettaglio non del tutto trascurabile, a volte chi smania per pubblicare, forse farebbe meglio a pensarci bene prima di proporsi come autore… Può essere che non sia ancora pronto a fare il passo.
Può essere. Ma anche no. In fondo chi siamo noi per giudicare?

(il copia incolla è assolutamente fedele, refusi e sintassi sono quelli originali…)

DOMANDA

Publicare un libro ? e quanto a farlo publicare ?

io ho 18 anni quindi ho sentito dire che i profiti vanno all’autore del 75% anche oltre, pero` se il libro piace agli editori e possibile farlo publicare meno di un mese? e un’altra coa dove devo andare per prendere le proprieta del libro ?

RISPOSTA

ciao

intanto non credere a ciò che senti in giro ma piuttosto fai si che il tuo lavoro venga analizzato dall’inizio alla fine da un buon editore o per lo meno da un professore di lettere che si intenda di stesure e cose varie. Un mese è un po pochino.

Poi, tieni conto che dietro ad un libro (a parte le autobiografie) ci sono mille cose, mille persone, mille situazioni. In primis la trama (attenzione che non sia un plagio o un clone) perchè al giorno d’oggi ci sono milioni di persone che si alzano al mattino e iniziano a scrivere che Leonardo da Vinci era il fratello di Gesù Cristo o che gli alieni abitano sotto terra. No, non è così che funziona. Ci vuole innovazione rimanendo sempre nelal realtà almeno che non si scriva un “fantasy” ma a quel punto diventerebbe un libro come altri.

Cosa importante è sapere chi lo scrive di “mano” nel senso “chi lo butta su carta” se tu o uno scrobo pagato da te (esistono quelle persone che scrivono mentre tu detti, chiaramente a pagamento) E già li sono soldi da spendere. Se hai intenzione di scriverlo tu avrai bisogno sicuramente di un correttore “umano” di ortografia, sintassi e prosa. Se noti hai scritto, sulla domanda, per ben due volte la parola “publicare” con una “B” sola e sappi che se viaggi su questi errori avrai sicuramente bisogno di questo famoso correttore. E non parlo del correttore di word!

Poi, parlavo di idee copiate o plagiate. Attento perchè il tuo libro sarà analizzato da chi potrà (dovrà) darti il permesso di poter pubblicarlo. Ma se solo c’è una mezza idea che va a riferirsi a qualcosa di esistente allora verrai bloccato subito. I tempo sono comunque ben più lunghi di un mese prima di sentirsi dire “ok, pubblichiamo”. Una volta deciso che si può pubblicare devi cercare un editore che abbia voglia di spendere i soldi per la messa in stampa e la messa in commercio del tuo lavoro. E quindi altra analisi come la precedente e altra decisione. Se va bene si deciderà la stampa e la pubblicazione (all’inizio sarà minima se non di presentazione, quindi tipo che verranno pubblicare una decina di copie in 10 centri commerciali diversi giusto per vedere se il libro “tira oppure no”). Da li si decide il futuro del tuo libro e se hai fortuna anche il tuo. Sia chiaro che se hai a disposizione i soldini per autopubblicarti allora salti questa prassi. E sappi che non sono pochi questi soldini.

La trafila dell’editore converrebbe farla con l’assistenza di un avvocato/notaio che sappia consigliarti al meglio. Alcuni editori sono furbi. Partono da una tua idea per poi partorirne una loro e fregarti. Può anche essere che le copie di lancio vengano spesate da te per una certa percentuale e che dalla vendita tu non prenda (inizialmente) nulla per le varie spese e tassazioni che purtroppo ci sono. Insomma ci vuole un po di pazienza ma se sei un bravo scrittore alla fine dovresti spuntarala.

Prima di (e se) lanciare definitivamente il tuo libro sul mercato occupati della burocrazia “costi, guadagni, tasse” dovute alla vendita. Ti spiego: se il tuo libro viene messo in vendita a 18 euro da li devi tirar fuori le spese dell’editore (anche loro ci devono mangiare) costi di stampa, costi del venditore/libreria/fiera/biblioteca), spese notarili, tasse e royalti (permesso di pubblicazione) quindi alla fine a te potrebbero venire in tasca 3 euro (che sembrano pochini ma che diventano tanti se vendi 500000 copie). Al netto ti verrebbeo in tasca 1500000 di euro. Ma, attento, non correre, gli avvoltoi sono li sopra la tua spalla. Nella vita è tutta questione di fortuna e di “treno preso al momento giusto”. Vai coi piedi di piombo e affiancati di persone giuste.

Scrivere un libro non è solo “scrivere un libro” ma è qualcosa di più.

Se poi, alla fine di tutto, il tuo libro riscuote il giusto successo (parlo di successo tipo “il codice da vinci” o “harru potter”) allora non si sa mai. magari potrebbe diventare un estratto per qualche film. Attenzione, non dico che faranno il film del tuo libro (diventeressti miliardario) ma che potrebbero prendere spunto da alcune parti del tuo romanzo per creare una lungometraggio. Sappi che ti pagheranno i diritti.

Se posso darto in consiglio, come tipologia di libro, stai su thriller/paranormale che come argomenti sono molto suggestivi.

ciao e buona fortuna.

Uscire con una pornostar

Date: 09 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 0

Vi ripropongo integralmente l’articolo che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza incazzarmi, quindi lascio lo spazio ai miei due amici-molto-zen (che spero non me ne vorranno per questo mio accodarmi all’iniziativa) e taccio. Son cose che fanno alzare la pressione, queste.

Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”.  Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times  del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi  secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).

Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.

Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni,  la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate.  E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.

L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

Intervista su Braviautori.com

Date: 15 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia, Scrivere  |  Comments: 0

Vi riporto il testo dell’intervista che ho rilasciato a Melania Colagiorgio per il sito Braviautori.com. Mi sono molto divertito a rispondere alle domande stuzzicanti di Melania, riguardo all’horror, alla scrittura e al mio romanzo Il Diacono, quindi vi propongo qualche stralcio, rimandandovi al sito originale per leggere tutte le domande.

Buon divertimento…

Come nasce la voglia di scrivere questo libro?

Più che voglia, necessità. Quando una storia ti tormenta per anni e cresce, cresce a dismisura, arriva un momento in cui la “devi” scrivere. Non puoi scegliere, perché se non te ne liberi scrivendo, ti tormenterà il rimorso di averla fatta morire. So che detta così sembra una cosa da fuori di testa… e forse un po’ lo è davvero.
Questa del Diacono, per me, era LA STORIA, quella con la S maiuscola. L’idea alla base del libro (che svelo solo alla fine) mi perseguita da un ventennio. Un diamante grezzo che ho lavorato con pazienza fino a che non mi è parso che non avesse più senso tenerlo lì rinchiuso nella mia testa. Le alternative erano due: una lobotomia o scrivere il romanzo. Purtroppo per il genere umano, ho scelto la seconda.

E prima ancora come la spieghi la scelta dell’horror? Pura passione?

Ho sempre avuto una certa predilezione per le vicende drammatiche, epiche e un po’ macabre. E dire che ho avuto un’infanzia tutto sommato priva di grandi traumi… L’approdo all’horror, quindi, lo vedo come una naturale evoluzione di questa innata passione. Credo che l’horror, più di ogni altro genere narrativo, sia “ossessionato” dalle domande cruciali che da sempre assillano l’uomo. Perché viviamo e moriamo? E dopo la morte cosa ci aspetta? Il Male e il Bene… Perché quindi perdere tempo con altre questioni quando qui c’è il centro di gravità attorno al quale tutto ruota?
Così come in Alien, il sintetico Ash diceva della creatura: “Ammiro la sua purezza. E’ un sopravvissuto.” Io dico lo stesso dell’horror. Possiamo anche considerarlo rozzo, primitivo, chiassoso, eccessivo… ma la verità è una e una soltanto: l’horror è una lama affilata in grado di scavare in profondità senza perdersi a tormentare l’epidermide delle cose. C’è chi non è “pronto” per questa (forse) sgraziata autenticità, e chi invece non ne può fare a meno.
Io ovviamente faccio parte della seconda specie.

L’Horror è un campo difficile, di nicchia, e ultimamente sono pochi quelli che riescono a produrre materiale originale , Pensi che nel mondo horror sia stato detto o letto o visto tutto? Si può arrivare all’assuefazione ed essere privati dell’entusiasmo per l’horror?

E’ stato detto tutto di tutto quanto, non solo per l’horror! Quanti libri o film fotocopia troviamo nel mainstream, nel thriller, nel romance, nella fantascienza? L’uomo racconta storie dall’alba dei tempi. Storie che vengono ripetute, modificate, adattate. Ma le emozioni umane, sempre quelle sono e sempre di quelle si parla. Amore, odio, rabbia, paura… sono queste le pietre angolari su cui si regge tutto l’impianto narrativo, e i meccanismi che implicano lo scatenarsi di tali emozioni, sono gli stessi oggi come ieri.
Da quando la stampa è diventata un processo “industriale” con l’invenzione dei caratteri mobili, questa attitudine ha creato un’esplosione di creatività. Considerando che sono secoli che questo avviene e che sulla Terra si sono succeduti miliardi di persone, il calcolo delle probabilità è drammaticamente avverso a qualsiasi pretesa di unicità. Quasi tutto quello che inventiamo si può far risalire a qualcosa che lo ha preceduto. Architettura, pittura, scultura, letteratura, sono intrisi di echi del passato. Che ci piaccia o meno, siamo il frutto di secoli di stratificazione sociale e culturale, di influssi, di suggestioni. Avere la pretesa di inventare qualcosa da zero, quindi, è un po’ ridicolo.
E’ anche vero, come dici, che alla fine si fa il callo a tutto. A volte invidio Bram Stoker o Edgard Allan Poe: immagino i loro lettori più “innocenti e ingenui” di come lo siamo noi oggi, quindi le storie di questi scrittori dovevano avere un effetto deflagrante sul pubblico. Io vorrei procurare gli incubi a chi mi legge, non farlo sbadigliare. Del resto, più approfondisci una materia, meno ti diverti, perché c’è sempre più raziocinio e sempre meno istinto. Per questo evito di abbuffarmi: voglio conservare ancora un po’ di appetito.

La lotta tra il bene e il male è un argomento trito e ritrito qual è stato secondo te l’elemento che ha fatto del tuo libro un successo?

Anche l’amore lo è, eppure continuiamo a innamorarci e a leggere storie d’amore. E la morte? Da quando esiste l’uomo, esiste la morte, eppure non si smette di scriverne… Sono semplicemente argomenti che sono parte integrante dell’essere umano e che continueranno a tornare, finché saremo su questo sasso nello spazio.
Quello che ho cercato di fare io, piccolo granello di sabbia in un titanico e inarrestabile ingranaggio, è stato di non prendere mai la strada più semplice, di complicarmi la vita. Perché – mi sono detto – se sorprendi te stesso, forse riuscirai anche a sorprendere il lettore. Ho fatto scelte “impopolari” forse, ma che molte volte hanno sortito l’effetto sperato.

La mentalità popolare ha ancora suggestione nei confronti dell’arcano del religioso e del misticismo, probabilmente perché non si capisce mai dove finisce la verità. So che tu hai compiuto diversi studi, viaggi e ricerche per carpire quante più esperienza riguardo all’esorcismo e varie cerimonie rituali, come le hai vissute queste esperienze e quanto di te crede davvero nel “mondo oscuro”?

Quando assisti a una messa di liberazione, durante la quale vengono effettuati diversi esorcismi, e tutti attorno a te sono fermamente convinti di stare assistendo a qualcosa di soprannaturale, ha davvero importanza se Satana sia reale o no? L’emozione che queste persone provano è tangibile, la puoi quasi respirare. Il rituale che recita il sacerdote lo senti con le tue orecchie così come le urla degli “indemoniati” trascinati a forza verso l’altare… Fanno davvero impressione. Ho visto una ragazzina trattenuta a stento da due uomini grandi e grossi. Lei crede di essere posseduta, ma non lo è? Bene, ma vai in quella chiesa, al tramonto, in mezzo a quelle persone, con l’odore dell’incenso, delle candele che bruciano, le litanie e gli inni ripetuti incessantemente… Senti le sue urla che rimbombano sotto le volte della chiesa…
Non importa che sia vero o no, perché quello a cui assisti, lo è. Eccome se lo è. Qualsiasi cosa succeda in quei momenti, ti garantisco che è più che reale e ti rimane appiccicato addosso, che tu creda o no.
Mi hanno raccontato cose alle quali, tutt’ora, non posso né voglio credere, perché semplicemente sono troppo assurde, sono caos in un mondo che (nonostante tutto) pensiamo guidato da un certo ordine naturale. Eppure l’idea che ci siano in mezzo a noi persone che credono queste cose REALI, è secondo me più spaventoso del fatto in sé.

Un caso editoriale pazzesco!

Date: 06 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Ma l’avete notata anche voi, negli ultimi tempi, la curiosa esplosione di pazzeschi casi editoriali in Italia? Autori sconosciuti, il cui esordio è sempre “sorprendente” (e fin qui nulla di strano, è lessico promozionale), che vengono però immediatamente venduti in tutto il mondo, opzionati per il cinema, venduti in decine di migliaia di copie… e tutto senza essere nemmeno ancora arrivati sugli scaffali! Ce n’è stato uno che è addirittura andato in classifica, prima ancora di essere disponibile nelle librerie…
E’ tutto così stupefacente, non trovate anche voi?

Un caso può capitare. Ma se succedono in sequenza, uno dietro l’altro, lasciatemi dire che c’è del soprannaturale… Oppure altro non è che il nuovo trend della promozione editoriale, che impone di fare di OGNI nuovo libro un “caso editoriale” di risonanza internazionale? Mi chiedo: ma non è che a furia di gridare al lupo al lupo, alla fine anche questo modo di lanciare i libri risulterà inefficace? E dopo, come li promuoveranno i prossimi romanzi? Si dovrà andare oltre, immagino. Allora proviamo a immaginare le fascette che leggeremo tra qualche anno:

“Ancora prima di essere stato scritto, un autentico caso editoriale internazionale!”

“Un romanzo che è diventato cult anni prima della nascita del suo autore!”

“I diritti di questo romanzo sono stati venduti in tutta la galassia!”

“Nessuno sapeva il titolo, nessuno conosceva l’editore e nemmeno l’autore, eppure questo romanzo ha venduto un milione di copie! E non è nemmeno stato stampato!”

Forse sono ancora un po’ grezze come ipotesi, ma ci si può lavorare… vedrete che tireranno fuori qualcosa di efficace. Ne sono sicuro.

 

 

Primo teorema sull’editoria

Date: 30 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comment: 1

Spesso vengo contattato da aspiranti autori che mi chiedono “come fare per pubblicare un libro“. Trovo sempre maggiori difficoltà a rispondere, vuoi perché il mercato editoriale sta diventando sempre più caotico (ed uso un eufemismo), vuoi perché è sempre inutile generalizzare. Di una cosa però sono sicuro: che se si vuole pubblicare un romanzo horror, occorre essere consapevoli di quello che è lo stato delle cose. Non serve a nulla frignare e lamentarsi, occorre conoscere. Le cose stanno come stanno. Punto. Visto che mi ritrovo a ripetere sempre le stesse cose, ho deciso quindi di fare questo schemino semiserio da poter linkare ogni volta che mi fosse posta la fatidica domanda. Credo che valga più di mille discorsi.

A questo punto, se l’aspirante autore, presa visione della situazione, vorrà proseguire testardamente seguendo la sua sacrosanta ispirazione, sarà tempo di formulare il secondo principio. Prima o poi avrò il tempo per fare anche questo, ma non oggi.

Update: visto il grafico, credo che sarebbe più opportuno definire S come un coefficiente, piuttosto che una costante. E dire che ho pure fatto Analisi II in un’altra vita… Come rimuovere dalla propria mente ogni traccia di sapere e vivere felici e contenti.