Certe volte la gente mente soltanto tacendo

Date: 24 aprile, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nella fotografia qui sopra, scattata nel 1982, potete vedere un giovane Stephen King accogliere il visitatore nella sua tenuta in autentico stile Famiglia Addams, aprendo l’ormai celebre cancello gotico con tanto di ragnatele e pipistrelli. Un’immagine che avrete sicuramente già visto chissà quante volte, che celebrava quello che tutti conoscono come il Re dell’horror. Tanto per darvi qualche coordinata, King nell’82 ha già fatto qualche soldino e ci tiene a calarsi nella parte del più letto e noto autore di horror del momento. Ha già pubblicato abbastanza romanzi da riempire la carriera di qualunque altro autore, eppure è praticamente solo agli inizi: Carrie (1974), Le notti di Salem (1975), Shining (1977), L’ombra dello scorpione (1978), l’antologia di racconti A volte ritornano (1978), La zona morta (1979), L’incendiaria (1980), Cujo (1981). E questo solo col suo nome, perché già nel 77, inizia a pubblicare romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman: Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981).

All’epoca in cui fu scattata quella foto, quindi, King aveva già scritto e pubblicato sette romanzi e un’antologia ascrivibili all’horror e altri tre libri che vanno dal dramma, al thriller, passando per il distopico. Fu Carrie a rendere famoso King, non Ossessione, il primo romanzo che scrisse e che peraltro arrivò quasi a rinnegare affermando (nella prefazione di Blaze) che era contento di saperlo fuori catalogo. Carrie vendette un sontuoso numero di copie, tanto che Brian De Palma nel 76 decise di farne un adattamento per il cinema. Carrie salvò King dalla miseria e lo proiettò in una dimensione di successi a ripetizione. E di dipendenza da alcool e droghe.

Vi ho inquadrato per bene la situazione? King ha successo come autore di romanzi horror e fa abbastanza soldi da gigioneggiare comprando una villa in stile vittoriano e facendo istallare un cancello che nemmeno in una puntata di Zio Tibia. Non c’è nulla di male, è entrato nella parte e la sta facendo bene. E’ già diventato un mito per tutti gli appassionati e da qui a 10 anni diventerà talmente popolare e amato che si inizierà a dire che potrebbe pubblicare la sua lista della spesa, tanto i lettori gliela comprerebbero lo stesso. Ed è la pura verità. Intanto però la critica storce il naso. Time Magazine lo definì: “maestro della prosa post-alfabetizzata“. Un atteggiamento ostile che continuò a lungo, almeno fino agli anni ’90.

Fast forward

Adesso facciamo un bel balzo in avanti nel tempo. Un “avanti veloce” che ci proietti fino ai giorni nostri, passando per altri 36 romanzi firmati King, 4 firmati Bachman, 11 raccolte di racconti, due fondamentali saggi sull’horror e sulla scrittura, 58 film ispirati direttamente o indirettamente ai suoi scritti, più film per la TV, miniserie, apparizioni come attore, sceneggiature, articoli per giornali e quotidiani, interviste ecc ecc… King è diventato l’indiscusso Re dell’horror, un autentico gigante, una personalità già messa accanto ai grandi del genere. In questa cavalcata verso l’immortalità c’è una sola sosta, nel 1999, quando King fu investito e quasi ucciso da un disgraziato alla guida di un Dodge. Immortale lo scrittore, mortale l’uomo. Fu un periodo molto difficile, segnato da operazioni, molto dolore, molti medicinali. King era prostrato, stanco. Arrivò ad annunciare di voler smettere di pubblicare.

Qualcuno credette al suo annuncio. Tragedia. Io all’epoca scrissi che non ci credevo e non fui smentito, perché la “macchina” ricominciò a produrre, anche se qualcosa era cambiato. Forse vedere in faccia la morte di cui tante volte aveva scritto, fu un’esperienza che lasciò il segno perché dopo l’incidente, l’unico vero romanzo horror scritto da King fu Cell. E fra gli altri romanzi ci furono libri atipici come Colorado Kid, quasi sperimentali come Duma Key, distopici come 11/22/63. La critica intanto inizia a corteggiarlo. Più si discosta dall’horror, più diventa appetibile. Inizia a “meritarsi” un rispetto che prima non aveva. Anche in Italia succede la stessa cosa. Si inizia a parlare di King in ambienti dove fino a qualche anno prima lo si snobbava alla grande e questo lentamente fa sì che si arrivi a rinnegare l’appartenenza di King al genere horror. Critici e autori nostrani e americani iniziano a fare distinguo.

E arriviamo a qualche settimana fa, quando Neil Gaiman intervista Stephen King per il The Sunday Times. Nell’intervista c’è una frase (finalmente arriviamo al nocciolo della questione!) che mi ha fatto strabuzzare gli occhi. Ve la riporto:

Non mi sono mai considerato uno scrittore horror. E’ piuttosto quello che la gente pensa di me, e non ho mai avuto niente in contrario.

Se vi siete letti diligentemente tutto quanto ho scritto prima di questa frase, la citazione dovrebbe farvi sollevare almeno un sopracciglio. Stiamo parlando dell’autore simbolo dell’horror contemporaneo, giusto? Lo stesso che si è fatto ritrarre davanti alla sua villa vittoriana mentre apre un cancello in ferro battuto con ragnatele e pipistrelli? Lo stesso che viene preso a modello da generazioni di aspiranti scrittori?
Sì stiamo parlando di lui.
Lo so, qualcuno tra voi adesso starà pensando che in fondo King ha ragione, uno scrittore non si definisce, sono gli altri a definirlo.

Io sono tendenzialmente d’accordo con voi, ma nel caso di King, dovete ammetterlo, si parla di qualcosa di più di un semplice scrittore: King “è l’horror“, e lo è da almeno 30 anni a questa parte. Libri, saggi, articoli, film, telefilm… Pervasivo, invasivo, totalizzante nel suo andare dai fumetti alla musica, dai romanzi alle sceneggiature, dai film ai telefilm. No ragazzi, non è uno scrittoruccolo qualunque: parliamo di un uomo che è ormai un termine di paragone. Per chi, come il sottoscritto, non l’ha preso a calci nel culo negli anni ’80 e ’90, tutto sommato è difficile vederlo sotto questa luce anche se immagino che ci sarà chi gongolerà leggendo queste parole. Figuriamoci, ci sarà la gara a chi per primo dirà che lui lo sapeva, che era chiaro che King non fosse uno scrittore horror… Figurarsi era troppo bravo, no?

Già, e infatti Pet Sematary è un fantasy per ragazzine...

Il paradosso di King

Se devo essere sincero, quello che mi ha davvero disturbato (parola forte, lo so, ma sto ancora elaborando e magari tra un paio di giorni la cosa mi lascerà del tutto indifferente) è la frase che segue quella dichiarazione:

Arrivavo dal nulla, ed ero semplicemente terrorizzato dall’idea di deludere o contraddire in un qualche modo il mio pubblico: se loro avessero detto “Tu sei quello“, beh, sarei stato d’accordo, finché mi avesse aiutato a vendere i miei libri. Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo. Le cose sono parzialmente cambiate nel momento in cui l’antologia Stagioni Diverse ebbe alcune recensioni positive e il pubblico iniziò a dire “Wow, ma questa roba non è poi così horror“. Ovviamente non tutti se ne sono convinti.

King scrive dei libri. Per lui non sono libri horror, ma i lettori li definiscono così e lui non se ne preoccupa perché questi libri vendono un mucchio. E per non perdere soldi, cosa avrebbe fatto? E’ stato zitto.
Zitto?
Forse non ci siamo capiti allora…
King si è fatto fare una cancellata con pipistrelli e ragnatele. Uso questa foto come esempio anche se potrei farne mille altri, perché chiunque conosca anche solo superficialmente Mr. King (e non parlo solo delle letture, ma anche dei suoi scritti critici, delle sue dichiarazioni, del suo ruolo attivo sulla scena letteraria degli ultimi anni) sa bene che Stephen non è semplicemente stato zitto. Stiamo scherzando?

Io potrei stare zitto. Domani scrivo il libro storico che ho in mente da anni (giuro, è così) e quando mi definiranno autore di romanzi storici, terrò il becco chiuso. Ma io posso permettermi di farlo, sono un anonimo operatore culturale che vive in una nazione all’estrema periferia dell’occidente (non parlo in termini solamente geografici). Non ho in tutto il mondo schiere di aspiranti autori che pendono dalle mie labbra né editori pronti a scannarsi per i miei romanzi.

Ho pensato di continuare a tenere la bocca chiusa e a scrivere ciò che volevo.

Una frase simile, tenendo presente la carriera di King, non si spiega a meno che non si ipotizzi l’intenzione (o la necessità?) del Nostro di compiacere certi ambienti. King infatti conosce troppo bene la materia per non sapere cosa siano romanzi come It, L’ombra dello scorpione, Pet Sematary, La metà oscura, Shining, Le notti di Salem, Christine
Da un saggista ed esperto come lui ci aspettiamo che conosca la materia che tratta, quindi o finge di non sapere, per i motivi sopra enunciati, oppure davvero non lo sa. E non è possibile per un fine conoscitore della materia com’é King.

E’ un bel paradosso, non credete?

Sentire dalla bocca di King una sorta di giustificazione degna di Jessica Rabbit (Io non sono cattiva: è che mi disegnano così) fa un po’ specie. E’ stato King a insegnarci come l’horror non sia solo morti ammazzati e porte che sbattono, ci ha insegnato che c’è molto altro, un universo di emozioni e personaggi e sentimenti. Dirci così, adesso, equivarrebbe ad ammettere: “Ok ragazzi, abbiamo scherzato, io in realtà stavo parlando di altro.”

Se mi fermassi a questa frase, potrei (tutti noi potremmo) ricavarne una lezione di vita: scrivi solo quello che si vende. Qualsiasi cosa sia. E se ti dicono che quello che scrivi è giallo, tu annuisci anche se vedi che è verde, perché non sia mai che i lettori si accorgano del trucco e scappino a gambe levate. Personalmente ho capito che in Italia mi conviene stare zitto riguardo all’horror, allora. Scemo io a essere così diretto ed esplicito: se lo ha fatto King, posso farlo anche io e da oggi in poi quando mi chiederanno cosa scrivo, risponderò in maniera creativa

Ma stanno davvero così le cose?

Se avete resistito fino a questo punto, suppongo che siate lettori e appassionati di narrativa horror. Se così non fosse, sarà difficile che possiate comprendere la mia posizione e quello che sto per dirvi. Se non amate il genere, è probabile che alla “rivelazione” di King qualche riga più sopra, abbiate fatto spallucce. Buon per voi. Ma adesso, cortesemente, lasciatemi lavorare.

Allora, riflettiamo: cosa potrebbe desiderare un autore noto, ricco e famoso come King? Non i lettori, che ormai può condurre più o meno dove preferisce, dall’horror alla lista per la spesa. Non i soldi, dato che ne possiede più di quanti potrebbe spenderne negli anni che gli restano da campare. No amici, più ci penso e ripercorro le tappe della sua carriera, metto insieme i tasselli, e più mi convinco che King sia prigioniero di un desiderio covato per decenni: ficcare in gola a Time Magazine quella odiosa definizione. Al Time e a tutti quelli che per anni lo hanno sottovalutato, sminuito, deriso. Uno stillicidio che goccia dopo goccia ha eroso la rocciosa voglia di divertirsi scrivendo.

La vita è breve, avrà pensato dopo l’incidente del ’99…

Così oggi, confessando di averlo fatto solo per soldi, di aver scritto romanzi che sarebbero stati “fraintesi” o comunque erroneamente “etichettati”, è come se cercasse di rifarsi una verginità. Una specie di “non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio“.
Ed è probabile che lo stia facendo perché alla fine abbia voglia di essere ricordato come uno dei “grandi scrittori” del nostro tempo. Nonostante abbia passato anni a dire che la distinzione tra letteratura alta e bassa era sostanzialmente una stronzata, alla fine deve aver ceduto.

Ma se le cose stanno davvero così, lasciatemi dire allora che la colpa è stata di quanti ammorbano (e hanno ammorbato) l’ambiente letterario con la loro presunzione e la loro supponenza. Se vuoi essere dei nostri, amico, devi omologarti. Devi pensarla come noi. Quindi caro Stephen levati di torno quella fama pittoresca che ti porti appresso e scendi a più miti consigli. Rinnega le tue origini, e ne riparliamo. E intanto che ci sei, facci il favore: cambia il cancello di casa con qualcosa che possa essere a noi gradito. Qualcosa di noioso, senza pipistrelli. Altrimenti, ti garantiamo, nel nostro esclusivissimo club non ci entri nemmeno dalla porta di servizio…

Dimenticavo: se pensate che il titolo che ho usato per questo articolo sia un mio giudizio etico su King, vi sbagliate. Non è altro che una citazione. Ovviamente tratta da un libro di Stephen King. Forse era un indizio, una specie di confessione… chissà.

“Certe volte la gente mente soltanto tacendo.” (La metà oscura)

Festival dell’inedito e i ceffoni presi

Date: 04 aprile, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Avevo perso un po’ di vista quello che stava accadendo riguardo all’assurda iniziativa che andava sotto il nome di FESTIVAL DELL’INEDITO. Su Facebook, però, mi hanno girato un link e ho visto che nel frattempo è montata una bella levata di scudi nei confronti di questa bislacca iniziativa. Trovate un bel riassunto a questo indirizzo. L’ondata di sdegno è stata tale da obbligare l’organizzazione a un salto carpiato in tre fasi:

  1. Abbozza che tanto son tutti fessi questi;
  2. Giustifica, che tanto la sfanghiamo lo stesso;
  3. Ok panico;

Il risultato è che il sito al momento non è più raggiungibile. Immagino che stiano pensando a come salvare il salvabile, perché se non si raggiunge un numero minimo di polli, tutta la macchina che si mette in moto va pagata di tasca propria e son dolori. Quindi meglio fare marcia indietro…

”Ho letto le discussioni riguardanti il Festival dell’Inedito, sulla sua impostazione e i costi. Alcuni suggerimenti sono stati percepiti e ci hanno aiutato a migliorare il nostro lavoro, di altri commenti mi dispiaccio perché non e’ stata colta la vera natura della manifestazione, ridotta a momento commerciale”
[Parole (e musica) di Alberto Acciari, presidente della Acciari Consulting e ideatore del Festival dell'Inedito.]

Sì, bravo Acciari, percepite i suggerimenti che vi conviene. E riguardo al dispiacersi, mi creda, la vera natura della manifestazione l’abbiamo colta tutti. Non dico che Acciari fosse in malafede. Anzi, non lo penso. Il problema, vedete, è che ormai è così che si pensa che debbano andare le cose ed è probabile che la gente pensi che sia normale spillare soldi agli aspiranti scrittori, che sono tutte bestie da macello e quindi non soffrono se le abbatti in fretta.

E’ il sistema che è malato.

Troppi aspiranti scrittori sarebbero pronti a vendere la madre per pubblicare e raggiungere “la fama”. Troppi di loro sono convinti di essere ingiustamente ignorati o sottovalutati e questo porta a mille iniziative assurde come questo festival dell’inedito. Lo dico da (troppo) tempo: si sta andando verso un sistema dove si cercherà a ogni livello di approfittare della smania di visibilità degli aspiranti autori. Servizi a pagamento di ogni tipo si affacciano già sulla scena (editing, correzione bozze, copertine, impaginazione, promozione, pubblicazione, stampa, scounting, distribuzione) e sarà sempre peggio. Lo faranno passare, come nel caso del Festival dell’Inedito, come fosse un naturale passaggio per raggiungere lo status di scrittore, un investimento per la propria carriera.

Vi sventoleranno in faccia i nomi di quei due, tre, che ce l’hanno fatta e useranno questi specchietti per le allodole per giustificare ogni porcheria, sorvolando sul fatto che anche quei casi sono parecchio dubbi e difficilmente replicabili. Useranno anche argomenti che fanno leva sul sentimento di rivalsa…

Questo evento – spiega Acciari – nasce per rispondere a un problema reale: in Italia, moltissime persone che hanno idee in letteratura non riescono a farsi leggere e ad avere un tramite presso il sistema editoriale.

Ma la realtà è diversa. E’ dura. Brutale. Difficile da accettare. E so che leggerlo, se fate parte di questa schiera di aspiranti autori, vi farà incazzare: non è vero che tutti hanno la possibilità di arrivare. E’ una cazzata, vi stanno imbrogliando. Non siamo tutti bravi, non siamo tutti potenzialmente famosi, non siamo tutti destinati alla celebrità. Queste sono cazzate che vi (ci) ficcano in testa per poter poi far leva sulla nostra frustrazione e venderci ogni puttanata possibile e immaginabile. E a caro prezzo.

Io non sarò mai ricco e famoso al pari di Stephen King. E non lo sarete nemmeno voi. Accettatelo e – credetemi – vivrete molto meglio. Ficcatevelo in testa. Io ce l’ho qui, piantato a fondo in mezzo alla fronte come un tomahawk. E se in questo momento state sbavando di rabbia urlando addosso al monitor: “Parla per te, cazzone, io sarò famoso come lui! Io ce la farò!”, allora mi spiace, ma avete un problema.

E il problema siete voi, non il mondo che è brutto, sporco e cattivo.

Siete voi a consentire a questa gente (convinta di poter far leva sui vostri sogni), di aprirvi il portafoglio e sfilarvi le banconote. Oppure di aprirvi il cuore e sputarci dentro. Prima lo capite e priva farete un favore a voi stessi. Mandateli affanculo ogni volta che vi chiedono soldi. Ridetegli in faccia ogni volta che vi propongono scorciatoie per la celebrità. Perché non c’è nessuna scorciatoia. Per nessuno.

Ma tanto lo so, che anche questo mio post servirà solo a farmi ricevere la solita sfilza di messaggi tra il piagnucolante e l’incazzato… Vabbè ho capito, la prossima volta l’organizzo io un Festival.

Festival dell’inedito… ma davvero?

Date: 27 marzo, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comment: 1

Pensavo di averle viste tutte, ma doveva ancora arrivare il FESTIVAL DELL’INEDITO!

Ogni anno, in Italia, vengono realizzati, con passione, più di 100.000 nuovi manoscritti, sceneggiature, format, da persone spesso alla prima esperienza. Un vero e proprio patrimonio di cultura letteraria italiana. Solo una minima parte di questa enorme ricchezza ha accesso al mercato editoriale.

Perché lasciare quella ricchezza solo agli altri, si saranno detti gli organizzatori? Portiamone a casa un po’ anche noi! Così hanno messo insieme editori, autori, esperti, e hanno organizzato questo mega-festival. Che sarebbe anche un’eccezionale occasione di confronto tra autori e operatori, se non costasse un mucchio di euro.

E non lo dico io. Lo scrivono sul sito del festiva!:

QUOTA di PREISCRIZIONE 130 € : Per essere letti e ricevere una scheda di valutazione della tua opera.

Se sarai selezionato dal Comitato Lettori potrai iscriverti al Festival.

QUOTA di ISCRIZIONE 400 € per:

Avere un proprio SPAZIO ESPOSITIVO alla Stazione Leopolda per i tre giorni dell’evento
Avere la PREVIEW della propria opera sul sito di excalibooks
Essere PUBBLICATO, ed eventualmente VENDUTO, online per un anno intero sul sito di excalibooks
Partecipare al contest per avere un CONTRATTO DI PUBBLICAZIONE con una IMPORTANTE CASA EDITRICE ITALIANA

Capito? Chiedono 130 euro (+ IVA) solo per essere esaminati e se sarete ritenuti idonei, allora avrete la gioia di poter versare altri 400 euro (+ IVA). Il valore di quello che viene messo a disposizione dietro pagamento di tale quota è al momento piuttosto opinabile. Tuttavia i partner coinvolti in questa operazione sono di tutto rispetto. Tipo la SIAE, ad esempio…

Ma andiamo avanti. Facciamo il punto: sino ad ora, mio caro autore esordiente, hai sborsato 530 euro (+ IVA) e ti è stata data in cambio una certa visibilità (la cui effettiva efficacia è da dimostrare) e se sei fortunato, anche la possibilità di essere venduto su un sito di eCommerce (non proprio conosciutissimo… io non lo avevo mai sentito ad esempio). Se ti dovesse andare ancora più di culo, forse, un importante editore ti farà un contratto. Tutto questo mi fa venire il mente un mio articolo di qualche tempo fa: La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri,  dove scrivevo:

chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo.

Qui siamo all’evoluzione di quel sistema. Non solo non vieni pagato per scrivere, non solo ti chiedono di pagare per pubblicare, ma paghi anche solo per essere preso in considerazione. Pensate che sul sito di questo Festival dell’inedito, si offrono anche altre meravigliose opportunità!

 

Spazio espositivo personale durante i tre giorni dell’evento comprensivo di:

Poltroncine e postazione
Tablet personale contenente l’opera
Supporto espositivo con sinossi e biografia dell’autore
Supporto identificativo (nome dell’autore e titolo del manoscritto) con la citazione della frase più intrigante dell’opera scelta dal Comitato Lettori al fine di attirare l’attenzione del pubblico
Preview dell’opera sul sito www.excalibooks.com nella sezione dedicata ai nuovi talenti
Presenza dell’opera presso i reading point consultabili dal pubblico durante la manifestazione

 

Può darsi che io mi sbagli, e sarà sicuramente così. Ma se bazzicate l’ambiente saprete che si fa una fatica d’inferno a portare le persone alle presentazioni dei libri. Qui mi vengono a dire che la gente dovrebbe scannarsi per andare a informarsi addirittura di qualche inedito nemmeno pubblicato? Ah, beh… ma c’è il supporto espositivo con sinossi e biografia dell’autore. Ci sarà la coda davanti ai pannelli per leggere a che scuola siete andati, no?

Per fortuna, l’organizzazione del Festival viene in vostro soccorso anche in questo caso. Offre cioè la possibilità di presentare il vostro inedito e di farne un reading. Ovviamente (manco a dirlo) pagando!

Presentazione critica a cura dell’autore in una delle salette dedicate della durata di mezz’ora. Il costo del servizio è di € 100 (+ IVA)

Possibilità di declamazione di brani scelti dell’opera da parte di attori professionisti. Il costo del servizio è di € 150 (+ IVA)

In definitiva, con soli 780 euro (+ IVA) voi potete presentare il vostro inedito. E specifico INEDITO, perché a questo punto, il vostro lavoro è ancora, assolutamente inedito. Avete pagato solo per parlare a un po’ di gente (si spera) di quanto sia fico il libro che sperate di riuscire a pubblicare. E visto che è inedito, perché rischiare che qualcuno vi rubi l’idea preziosa (con quello che vi è costata presentarla, in effetti…)? L’organizzazione viene di nuovo in vostro soccorso, fornendovi una linea diretta con SIAE che vi spillerà un altra bella cifretta per mettere al sicuro il vostro inedito dalle grinfie di gente senza scrupoli…

Ai fini della protezione dei diritti di proprietà intellettuale l’Organizzazione del Festival consiglia la registrazione delle opere presso enti o associazioni di tutela. La scelta è lasciata all’iniziativa del partecipante. L’Organizzazione, nel caso non si fosse già provveduto, raccomanda il deposito presso la SIAE che mette a disposizione una linea telefonica dedicata agli inediti del Festival presso la quale i partecipanti potranno riferirsi per chiedere informazioni e assistenza solo ed esclusivamente per quanto riguarda il deposito dell’opera.

Ricapitolando. Questi signori vi chiedono di pagare per cose che potete ottenere anche gratis. Se proprio ci tenete, potete pubblicare il vostro romanzo o racconto su Amazon, a costo zero. E sarete certi che sarà infinitamente più visibile che inserendolo in un qualsiasi altro sito di eCommerce. Per parlare del vostro libro, organizzate una presentazione nella libreria della vostra città. Non ho mai sentito di librerie che chiedono soldi per organizzarne una né di gente che presenti i libri dietro compenso. Sulla possibilità poi di strappare un contratto editoriale, avrete le stesse possibilità inviando il vostro libro agli editori. Se lo farete via mail, non vi costerà praticamente nulla.

Se invece ci tenete a sentirvi fichissimi e a partecipare a questo falò della vanità, mettete mano al portafoglio. Però poi non venite a lamentarvi con me se non diventate ricchi e famosi. In bocca al lupo.

 

 

 

La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano

Spaghetti Western, la crisi, i libri e gli ammerigani

Date: 22 dicembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 3

Ultimamente i titoli dei miei post hanno preso una deriva ermetica e caotica, tanto da essere costretto a scusarmi a inizio articolo per la loro apparente assurdità.  Oddio… apparente mica tanto. Assurdi lo sono di sicuro, ma mi piace pensare (il che la dice lunga) che abbiano un senso. E come in occasione del precedente Il Diacono, gli Iceberg e l’editoria italiana, che tanto ha fatto discutere, torno con un post dal titolo polimorfo e sconclusionato per aggiungere puntini a mazzi su altrettanti mazzi di “i”.

Se però adesso vi state chiedendo del perché di questa mia foto introduttiva, vi devo pregare di avere un po’ di pazienza. Ci torneremo su. Abbiate fede e tenetela bene a mente. I più sgamati tra voi, lo capiranno presto. E se c’è qualcuno che lo ha già capito, sappia che ha tutta la mia stima.

Dicevamo, puntini sulle i

L’articolo che vi ho appena linkato, ha sollevato un discreto vespaio su Facebook (discreto non nel senso che le vespe facevano poco casino per non disturbare, sia chiaro), generando diversi polemici fiumi carsici ciascuno dei quali ha preso direzioni diverse. Ammetto di non aver potuto seguire ogni rigagnolo, abbiate pazienza, ho una vita da vivere. Però mi ha stimolato osservare come gli stessi dati, in mani diverse, possano essere usati a secondo del differente modo di vedere le cose. I numeri non mentono, ma possono essere usati per sostenere tesi anche contrastanti, perché ci sono persone che nei numeri vedono solo quello che vogliono vedere.

Come il proverbiale e gustoso cacio sui maccheroni, tuttavia, qualche giorno dopo l’uscita del mio pezzo, ecco palesarsi in edicola La Repubblica con un gustoso articolo che snocciola diverse considerazioni sulla crisi del libro alla luce dei dati presentati da Nielsen BookScan alla Fiera nazionale della piccola e media editoria “Più libri, più liberi”. Visto che la sempre ottima Lara Manni si è smazzata la trascrizione del pezzo, io copio incollo le parti per me interessanti lasciandovi, se lo desiderate, di leggere tutto l’articolo sul di lei blog.

Primo passaggio. La crisi.

Il quadro che è emerso ieri dai dati NielsenBookScan [...] non è rassicurante: flessione delle vendite, rese inarrestabili, scarsa liquidità per cui i librai selezionano i testi da tenere, scarificando quelli dei piccoli editori meno vantaggiosi economicamente, librerie che chiudono, altre che scelgono il franchising e dunque smettono di essere “indipendenti”. Perfino la Grande Distribuzione perde rispetto al 2010 (era al 17,2 per cento, è al 16, 6). Non brilla per aumenti nemmeno Internet, solo lo 0,1 per cento in più per gli acquisti on line (nel dato però ci sono anche le librerie).

Capito il quadretto idilliaco? Vi siete fatti un’idea di quello che sta succedendo? Direi che i numeri parlano chiaro. Ora, ricordate cosa scrivevo io nell’articolo precedente, venti giorni prima del pezzo di Repubblica? I libri italiani sono pesantemente penalizzati dall’attuale sistema editoriale, sono promossi poco e male (quando riescono ad arrivare in libreria), perché gli editori riservano tutte le loro attenzioni ai libri stranieri. Avevo anche pubblicato una statistica fatta osservando le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. Il risultato è stato il seguente:

 

  • Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
  • Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
  • Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue

 

Ora, leggete cosa viene scritto nell’articolo di Repubblica:

Ma a penare più di ogni altro settore è la fiction. [...] Le ragioni sono tante; per esempio i titoli stranieri costano cari, tra passaggi dei diritti, compensi e quant´altro si acquistano a peso d´oro e quindi i titoli sono diminuiti.  

Questo passaggio, che non ha sollevato alcuna polemica, da nessuna parte, mi ha fatto venire i brividi. Siamo davvero ormai così assuefatti alla situazione attuale da non capire come il nostro mercato editoriale sia completamente fuori fuoco? Seguite il labiale: il settore fiction è in crisi perché costano troppo i libri stranieri. Se non siete ancora saltati sulla sedia sbavando come scimmie urlatrici della foresta amazzonica, avete più sangue freddo di quanto non ne abbia io, amici miei.

Nel mio articolo scrivevo:

Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.

Ecco che adesso su Repubblica, vi stanno dicendo la stessa cosa, ma colpevolmente, nessuno vi fa notare l’assurdità della situazione. Ed è ovvio che sia così: sono 50 anni che le cose vanno avanti in questo modo, ormai nessuno si ricorda, né può immaginarsi, com’era il mondo prima dell’invasione (quanto sono melodrammatico, benedetto il cielo…). Nessuno è capace, io per primo, perché siamo talmente abituati a vedere le librerie piene zeppe di libri americani (ed europei) che nemmeno ci poniamo il problema, anzi: ci siamo addirittura formati sui libri dei narratori americani! E lo abbiamo fatto perché la nostra generazione, anche volendo leggere libri italiani di genere, non ne trovava! La mia adorazione innegabile verso la narrativa americana, tuttavia, non può rendermi cieco. Non posso fingere di non vedere come la situazione sia talmente scappata di mano che oggi gli editori non potendo né volendo pubblicare autori italiani, sono costretti a diminuire le uscite di costosi testi tradotti, andando a far ovviamente calare i fatturati delle loro stesse aziende!

Insomma, si stanno suicidando da soli…

Qualcosa di simile, anche se con dinamiche differenti, è successo al cinema italiano, e forse farvi qualche esempio vi aiuterà a capire quello che è successo (e potrà ancora succedere) in editoria.

So che i più giovani tra voi, svezzati a botte di cinepanettoni, stenteranno a crederci, ma qualche decennio fa, i film li facevamo anche in Italia. Roba da pazzi, vero? Non facevamo solo storie di trentenni o quarantenni in crisi, no, si parlava di avventura, di fantastico, di fantascienza e orrore. Eravamo talmente bravi da insegnare agli americani come fare film horror e western. Negli anni sessanta e settanta si giravano storie di frontiera in set nostrani, con tale maestria e fingendoci così bene americani, da convincere gli americani stessi. Sergio Leone fece diventare Clint Eastwood una star e il suo modo di fare cinema fece scuola.

Ma non era tutto rose e fiori. Il trucco letale era sotto gli occhi di tutti. E finalmente arriviamo ai due signori nella foto di apertura, un fotogramma del filmone Lo chiamavano Trinità. Sapete chi sono, vero? Ma certo che lo sapete, sono Bud Spencer e Terence Hill. Lo sanno tutti, anche i paguri lo sanno. Io ci sono cresciuto coi loro film e ricordo ancora quando andai al cinema a vedere quel capolavoro assoluto che era Altrimenti ci arrabbiamo (1974), con lo stesso Donald Pleasence che poi fece il Dr. Loomis nell’Halloween di Carpenter (1978), avete presente? Un film con la scena più cult di tutta l’intera storia del cinema per quelli della mia età (e coi miei gusti cialtroni)…

Ora, alzi la mano chi appena ha visto la foto in testa a questo pezzo ha detto: “Toh, guarda Carlo Pedersoli e Mario Girotti.” E non imbrogliate che vi vedo e vi vengo a prendere uno per uno… Diciamolo chiaro e tondo: ma chi diavolo sono Pedersoli e Girotti? Quei due sono e resteranno per sempre Bud Spencer e Terence Hill, non c’è scampo. Lo sono e lo resteranno perché sono decine di anni che in Italia per fare il figo devi per forza avere un nome ammerigano, altrimenti non ti si fila nessuno. Un’intera generazione di attori e registi si è dovuta affidare al rassicurante abbraccio di uno pseudonimo anglofono, alimentando così la falsa illusione che anglofono fosse bello e fosse – soprattutto – l’unica soluzione possibile.

Il paradosso è che tutti sapevano che quell’omone barbuto non era americano:  santoddio, Carlo Pedersoli non era un tizio sbucato fuori dal nulla, è entrato nella storia per essere stato il primo nuotatore italiano a infrangere la barriera del minuto netto nei cento metri stile libero! Era famoso. Eppure non andava bene lo stesso. Non era sufficiente, e la sua fortuna l’ha avuta facendo nascere il suo alter ego Bud Spencer. Ma saremo o no una nazione di pazzi furiosi? E’ la stessa cosa del leggere autori italiani che pubblicano sotto pseudonimo: siamo felici di essere imbrogliati. E lo siamo da talmnte tanto tempo, che non ci rendiamo più conto di esserlo. L’inganno ci sembra l’unica realtà possibile e reagiamo con aggressività quando ci dicono che le cose non dovrebbero andare così.

Ma cosa vuole questa gente? Noi vogliamo fare gli americani! Noi vogliamo essere americani! Noi vogliamo leggere inglese, parlare inglese, vivere la vita di Grissom in CSI (ma guai a farci mangiare qualcosa di diverso dalla pasta Barilla, mondocane…)

Nel mondo del cinema, però, col passare degli anni, “fare” gli americani è diventato sempre più difficile, e il non aver cercato di percorrere una via italiana al cinema di intrattenimento, lasciando il campo all’imbattibile macchina dei sogni americana senza cercare una praticabile via nostrana, ha finito poi per rendere impossibile ogni tentativo. Mentre spagnoli e francesi hanno continuato a farlo (con ottimi risultati) a noi è stato detto che non eravamo più in grado (siamo bravissimi a darci la zappa sui piedi, di questo ce ne sia dato atto), e il risultato è stato quello di fare tabula rasa di un’industria forse povera, ma ricca di idee e inventiva, di professionalità e passione. Oggi non c’è più un ambiente dove far crescere un certo tipo di cinema, dove sperimentare, dove scambiare esperienze, e così facendo, chiunque voglia provare a fare un film (magari un horror) si trova da solo, in mezzo a un deserto immenso.

Se il malcapitato volesse poi sperare di racimolare due lire, dovrà fare un film in inglese. Perché con l’italiano non recupererà mai i suoi soldi. Come mai?, vi starete chiedendo. E’ molto semplice: nel mercato USA, nessuno vuole vedere un film doppiato (segnatevelo perché è importante). Può essere la peggiore porcheria di questo mondo, ma lo dovete girare in presa diretta e in lingua inglese, altrimenti il vostro filmetto ve lo guardate a casa vostra, e tanti saluti. Il cinema americano ha colonizzato il mondo, ma l’america è impermeabile ai film che provengono dall’estero. E la riprova sono la lunga serie di remake di ottimi film europei o giapponesi, rifatti pari pari solo per inserire attori e ambientazioni americane. Avete presente Blood Story, il recentissimo remake di Lasciami entrare tratto dal romanzo dello svedese John Ajvide Lindqvist? Oppure Quarantine, il remake fotocopia di REC di Balaguerò?

Remake fatti per lo stesso motivo: sul mercato americano nessuno è disposto a far fatica coi sottotitoli o ascoltare film doppiati. Per noi questa ritrosia è inconcepibile, ammettetelo. Per noi è normale, assolutamente normale, ed è qui che vi volevo portare. Sono passati talmente tanti anni che non ci poniamo nemmeno più il problema, e così è per la narrativa tradotta. Per noi è prassi: non lo è invece per americani e inglesi, e le classifiche di Amazon stanno a dimostrarlo. Si chiedono: ma perché dovrei leggere la storia di un paese che magari non so nemmeno dove cazzo stia sulla cartina, tradotto da un tizio che si spera possa essere bravo almeno quanto l’autore? Questo è il vero motivo per cui la narrativa italiana (e in genere, europea) non arriva negli USA. Non è un problema di qualità: a nessuno frega nulla di quanto sia bello o brutto un libro italiano, spagnolo o francese. La verità è che o siete un fenomeno da milioni di copie o nessuno negli USA vedrà il motivo di pubblicare un libro straniero avendo così tanti libri nostrani da proporre. Perché un americano si chiede: “Chi accidenti me lo fa fare di leggere un libro tradotto quando posso leggere nella mia lingua?”

Così ci ritroviamo con un’industria del cinema d’intrattentimento distrutta e colonizzata, e una dell’editoria che non è mai davvero nata. La critica paludata (qualcuno per caso ha detto Benedetto Croce?), l’esterofilia, il perbenismo, la spocchia, chissà cos’altro, fecero piazza pulita, nessuno prese sul serio gli autori italiani una cinquantina di anni fa (eccezion fatta per qualche caso rarissimo), e non ci si è più ricordati di loro, creando un vuoto. Vuoto che venne colmato importando tonnellate di narrativa americana (ottima, in molti casi). La richiesta c’è sempre stata, ma è stata soddisfatta solo con prodotti d’importazione.

L’Italia è un paese povero di materie prime.
Fra di queste, rientrano anche film e libri.
..

Ci scandalizziamo se importiamo le arance dalla Spagna, ma sono decenni che due nostri settori industriali (nemmeno tanto secondari), hanno una bilancia dei pagamenti import/export perennemente (e drammaticamente) in rosso. E questo, che vi scandalizziate o meno, è un problema squisitamente italico. Rambo e Guerre stellari, l’hanno visto in tutto il mondo, ma persino i Coreani fanno più film di noi. Stephen King è un mostro sacro, nessuno lo discute. Io lo adoro senza se e senza ma. Però solo in Italia, leggere King impedisce di pubblicare Giuseppe Brambilla.
Chiunque accidenti sia Giuseppe Brambilla…

E finalmente arriviamo all’ultimo passaggio di questo mio sproloquio. L’ultimo aspetto su cui vorrei rifletteste. Giuseppe Brambilla è un aspirante scrittore, fa concorsi, manda manoscritti, riceve molti rifiuti. E’ frustrato. Sa che è molto difficile pubblicare, ma insiste. Si arrabbia spesso perché vede pubblicati libri di suoi connazionali e si chiede: “Perché loro si e io no?”
Non sappiamo se Giuseppe sia bravo o meno, ma sappiamo che avrà pochissime possibilità di veder pubblicato il proprio libro. E il motivo non è che un suo collega italiano gli abbia fregato il posto… Giuseppe Brambilla non sarà pubblicato perché l’editore a cui ha mandato il libro, ha comprato a caro prezzo il libro di Joseph Jenkins, un suo coetaneo americano che ha scritto un libraccio spacciato come un grande capolavoro dal suo agente. Però Giuseppe non se ne rende conto, non capisce che in un mercato i cui volumi sono costituiti al 70, forse 80% da narrativa anglosassone, i pochi posti rimasti devono bastare per una intera nazione di aspiranti autori.E si incazza con il collega italiano, apre un blog e lo copre di insulti.

Mentre nessuno parla di Joseph Jenkins.

La situazione si incancrenisce e acutizza perché per questi nostri aspiranti autori non c’è il normale, naturale sbocco editoriale che c’è negli altri paesi. Nossignori, qui siamo pieni di Joseph Jenkins che provocano il contingentamento delle uscite in lingua italiana! Alcuni di questi autori stranieri sono una benedizione, è innegabile, ma altri sono ciarpame. Ciarpame pagato a caro prezzo, venduto come merce sopraffina. Ciarpame che magari è pari a quello prodotto da Giuseppe Brambilla… eppure assai più appetibile. Io mi chiedo solo questo: ma se negli USA ci sono mandrie di autori frustrati che si lamentano di non trovare sbocchi in un mercato così vasto (e a loro esclusivamente riservato), cosa dovrebbero dire i nostri Brambilla, in un mercato editoriale dove il passaporto fa la differenza?

 

 

 

 

 

“Publicare” un libro…

Date: 23 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Gaia Conventi, una scrittrice che ho come contatto su Facebook, segnala questa domanda su Yahoo! Answers. Rubo e ripropongo perché la domanda e la risposta che segue sono esempi illuminanti di come se è vero che l’editoria non sia in gran forma e gli autori italiani siano troppo spesso (a torto) bistrattati, è anche vero che non è tutto oro quello che luccica. Spesso chi afferma di saperla lunga su come funziona l’editoria italiana, parla solo per sentito dire. E dettaglio non del tutto trascurabile, a volte chi smania per pubblicare, forse farebbe meglio a pensarci bene prima di proporsi come autore… Può essere che non sia ancora pronto a fare il passo.
Può essere. Ma anche no. In fondo chi siamo noi per giudicare?

(il copia incolla è assolutamente fedele, refusi e sintassi sono quelli originali…)

DOMANDA

Publicare un libro ? e quanto a farlo publicare ?

io ho 18 anni quindi ho sentito dire che i profiti vanno all’autore del 75% anche oltre, pero` se il libro piace agli editori e possibile farlo publicare meno di un mese? e un’altra coa dove devo andare per prendere le proprieta del libro ?

RISPOSTA

ciao

intanto non credere a ciò che senti in giro ma piuttosto fai si che il tuo lavoro venga analizzato dall’inizio alla fine da un buon editore o per lo meno da un professore di lettere che si intenda di stesure e cose varie. Un mese è un po pochino.

Poi, tieni conto che dietro ad un libro (a parte le autobiografie) ci sono mille cose, mille persone, mille situazioni. In primis la trama (attenzione che non sia un plagio o un clone) perchè al giorno d’oggi ci sono milioni di persone che si alzano al mattino e iniziano a scrivere che Leonardo da Vinci era il fratello di Gesù Cristo o che gli alieni abitano sotto terra. No, non è così che funziona. Ci vuole innovazione rimanendo sempre nelal realtà almeno che non si scriva un “fantasy” ma a quel punto diventerebbe un libro come altri.

Cosa importante è sapere chi lo scrive di “mano” nel senso “chi lo butta su carta” se tu o uno scrobo pagato da te (esistono quelle persone che scrivono mentre tu detti, chiaramente a pagamento) E già li sono soldi da spendere. Se hai intenzione di scriverlo tu avrai bisogno sicuramente di un correttore “umano” di ortografia, sintassi e prosa. Se noti hai scritto, sulla domanda, per ben due volte la parola “publicare” con una “B” sola e sappi che se viaggi su questi errori avrai sicuramente bisogno di questo famoso correttore. E non parlo del correttore di word!

Poi, parlavo di idee copiate o plagiate. Attento perchè il tuo libro sarà analizzato da chi potrà (dovrà) darti il permesso di poter pubblicarlo. Ma se solo c’è una mezza idea che va a riferirsi a qualcosa di esistente allora verrai bloccato subito. I tempo sono comunque ben più lunghi di un mese prima di sentirsi dire “ok, pubblichiamo”. Una volta deciso che si può pubblicare devi cercare un editore che abbia voglia di spendere i soldi per la messa in stampa e la messa in commercio del tuo lavoro. E quindi altra analisi come la precedente e altra decisione. Se va bene si deciderà la stampa e la pubblicazione (all’inizio sarà minima se non di presentazione, quindi tipo che verranno pubblicare una decina di copie in 10 centri commerciali diversi giusto per vedere se il libro “tira oppure no”). Da li si decide il futuro del tuo libro e se hai fortuna anche il tuo. Sia chiaro che se hai a disposizione i soldini per autopubblicarti allora salti questa prassi. E sappi che non sono pochi questi soldini.

La trafila dell’editore converrebbe farla con l’assistenza di un avvocato/notaio che sappia consigliarti al meglio. Alcuni editori sono furbi. Partono da una tua idea per poi partorirne una loro e fregarti. Può anche essere che le copie di lancio vengano spesate da te per una certa percentuale e che dalla vendita tu non prenda (inizialmente) nulla per le varie spese e tassazioni che purtroppo ci sono. Insomma ci vuole un po di pazienza ma se sei un bravo scrittore alla fine dovresti spuntarala.

Prima di (e se) lanciare definitivamente il tuo libro sul mercato occupati della burocrazia “costi, guadagni, tasse” dovute alla vendita. Ti spiego: se il tuo libro viene messo in vendita a 18 euro da li devi tirar fuori le spese dell’editore (anche loro ci devono mangiare) costi di stampa, costi del venditore/libreria/fiera/biblioteca), spese notarili, tasse e royalti (permesso di pubblicazione) quindi alla fine a te potrebbero venire in tasca 3 euro (che sembrano pochini ma che diventano tanti se vendi 500000 copie). Al netto ti verrebbeo in tasca 1500000 di euro. Ma, attento, non correre, gli avvoltoi sono li sopra la tua spalla. Nella vita è tutta questione di fortuna e di “treno preso al momento giusto”. Vai coi piedi di piombo e affiancati di persone giuste.

Scrivere un libro non è solo “scrivere un libro” ma è qualcosa di più.

Se poi, alla fine di tutto, il tuo libro riscuote il giusto successo (parlo di successo tipo “il codice da vinci” o “harru potter”) allora non si sa mai. magari potrebbe diventare un estratto per qualche film. Attenzione, non dico che faranno il film del tuo libro (diventeressti miliardario) ma che potrebbero prendere spunto da alcune parti del tuo romanzo per creare una lungometraggio. Sappi che ti pagheranno i diritti.

Se posso darto in consiglio, come tipologia di libro, stai su thriller/paranormale che come argomenti sono molto suggestivi.

ciao e buona fortuna.

Uscire con una pornostar

Date: 09 novembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 0

Vi ripropongo integralmente l’articolo che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza incazzarmi, quindi lascio lo spazio ai miei due amici-molto-zen (che spero non me ne vorranno per questo mio accodarmi all’iniziativa) e taccio. Son cose che fanno alzare la pressione, queste.

Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”.  Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times  del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi  secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).

Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.

Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni,  la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate.  E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.

L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.