Intervista su Braviautori.com

Date: 15 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Roba mia, Scrivere  |  Comments: 0

Vi riporto il testo dell’intervista che ho rilasciato a Melania Colagiorgio per il sito Braviautori.com. Mi sono molto divertito a rispondere alle domande stuzzicanti di Melania, riguardo all’horror, alla scrittura e al mio romanzo Il Diacono, quindi vi propongo qualche stralcio, rimandandovi al sito originale per leggere tutte le domande.

Buon divertimento…

Come nasce la voglia di scrivere questo libro?

Più che voglia, necessità. Quando una storia ti tormenta per anni e cresce, cresce a dismisura, arriva un momento in cui la “devi” scrivere. Non puoi scegliere, perché se non te ne liberi scrivendo, ti tormenterà il rimorso di averla fatta morire. So che detta così sembra una cosa da fuori di testa… e forse un po’ lo è davvero.
Questa del Diacono, per me, era LA STORIA, quella con la S maiuscola. L’idea alla base del libro (che svelo solo alla fine) mi perseguita da un ventennio. Un diamante grezzo che ho lavorato con pazienza fino a che non mi è parso che non avesse più senso tenerlo lì rinchiuso nella mia testa. Le alternative erano due: una lobotomia o scrivere il romanzo. Purtroppo per il genere umano, ho scelto la seconda.

E prima ancora come la spieghi la scelta dell’horror? Pura passione?

Ho sempre avuto una certa predilezione per le vicende drammatiche, epiche e un po’ macabre. E dire che ho avuto un’infanzia tutto sommato priva di grandi traumi… L’approdo all’horror, quindi, lo vedo come una naturale evoluzione di questa innata passione. Credo che l’horror, più di ogni altro genere narrativo, sia “ossessionato” dalle domande cruciali che da sempre assillano l’uomo. Perché viviamo e moriamo? E dopo la morte cosa ci aspetta? Il Male e il Bene… Perché quindi perdere tempo con altre questioni quando qui c’è il centro di gravità attorno al quale tutto ruota?
Così come in Alien, il sintetico Ash diceva della creatura: “Ammiro la sua purezza. E’ un sopravvissuto.” Io dico lo stesso dell’horror. Possiamo anche considerarlo rozzo, primitivo, chiassoso, eccessivo… ma la verità è una e una soltanto: l’horror è una lama affilata in grado di scavare in profondità senza perdersi a tormentare l’epidermide delle cose. C’è chi non è “pronto” per questa (forse) sgraziata autenticità, e chi invece non ne può fare a meno.
Io ovviamente faccio parte della seconda specie.

L’Horror è un campo difficile, di nicchia, e ultimamente sono pochi quelli che riescono a produrre materiale originale , Pensi che nel mondo horror sia stato detto o letto o visto tutto? Si può arrivare all’assuefazione ed essere privati dell’entusiasmo per l’horror?

E’ stato detto tutto di tutto quanto, non solo per l’horror! Quanti libri o film fotocopia troviamo nel mainstream, nel thriller, nel romance, nella fantascienza? L’uomo racconta storie dall’alba dei tempi. Storie che vengono ripetute, modificate, adattate. Ma le emozioni umane, sempre quelle sono e sempre di quelle si parla. Amore, odio, rabbia, paura… sono queste le pietre angolari su cui si regge tutto l’impianto narrativo, e i meccanismi che implicano lo scatenarsi di tali emozioni, sono gli stessi oggi come ieri.
Da quando la stampa è diventata un processo “industriale” con l’invenzione dei caratteri mobili, questa attitudine ha creato un’esplosione di creatività. Considerando che sono secoli che questo avviene e che sulla Terra si sono succeduti miliardi di persone, il calcolo delle probabilità è drammaticamente avverso a qualsiasi pretesa di unicità. Quasi tutto quello che inventiamo si può far risalire a qualcosa che lo ha preceduto. Architettura, pittura, scultura, letteratura, sono intrisi di echi del passato. Che ci piaccia o meno, siamo il frutto di secoli di stratificazione sociale e culturale, di influssi, di suggestioni. Avere la pretesa di inventare qualcosa da zero, quindi, è un po’ ridicolo.
E’ anche vero, come dici, che alla fine si fa il callo a tutto. A volte invidio Bram Stoker o Edgard Allan Poe: immagino i loro lettori più “innocenti e ingenui” di come lo siamo noi oggi, quindi le storie di questi scrittori dovevano avere un effetto deflagrante sul pubblico. Io vorrei procurare gli incubi a chi mi legge, non farlo sbadigliare. Del resto, più approfondisci una materia, meno ti diverti, perché c’è sempre più raziocinio e sempre meno istinto. Per questo evito di abbuffarmi: voglio conservare ancora un po’ di appetito.

La lotta tra il bene e il male è un argomento trito e ritrito qual è stato secondo te l’elemento che ha fatto del tuo libro un successo?

Anche l’amore lo è, eppure continuiamo a innamorarci e a leggere storie d’amore. E la morte? Da quando esiste l’uomo, esiste la morte, eppure non si smette di scriverne… Sono semplicemente argomenti che sono parte integrante dell’essere umano e che continueranno a tornare, finché saremo su questo sasso nello spazio.
Quello che ho cercato di fare io, piccolo granello di sabbia in un titanico e inarrestabile ingranaggio, è stato di non prendere mai la strada più semplice, di complicarmi la vita. Perché – mi sono detto – se sorprendi te stesso, forse riuscirai anche a sorprendere il lettore. Ho fatto scelte “impopolari” forse, ma che molte volte hanno sortito l’effetto sperato.

La mentalità popolare ha ancora suggestione nei confronti dell’arcano del religioso e del misticismo, probabilmente perché non si capisce mai dove finisce la verità. So che tu hai compiuto diversi studi, viaggi e ricerche per carpire quante più esperienza riguardo all’esorcismo e varie cerimonie rituali, come le hai vissute queste esperienze e quanto di te crede davvero nel “mondo oscuro”?

Quando assisti a una messa di liberazione, durante la quale vengono effettuati diversi esorcismi, e tutti attorno a te sono fermamente convinti di stare assistendo a qualcosa di soprannaturale, ha davvero importanza se Satana sia reale o no? L’emozione che queste persone provano è tangibile, la puoi quasi respirare. Il rituale che recita il sacerdote lo senti con le tue orecchie così come le urla degli “indemoniati” trascinati a forza verso l’altare… Fanno davvero impressione. Ho visto una ragazzina trattenuta a stento da due uomini grandi e grossi. Lei crede di essere posseduta, ma non lo è? Bene, ma vai in quella chiesa, al tramonto, in mezzo a quelle persone, con l’odore dell’incenso, delle candele che bruciano, le litanie e gli inni ripetuti incessantemente… Senti le sue urla che rimbombano sotto le volte della chiesa…
Non importa che sia vero o no, perché quello a cui assisti, lo è. Eccome se lo è. Qualsiasi cosa succeda in quei momenti, ti garantisco che è più che reale e ti rimane appiccicato addosso, che tu creda o no.
Mi hanno raccontato cose alle quali, tutt’ora, non posso né voglio credere, perché semplicemente sono troppo assurde, sono caos in un mondo che (nonostante tutto) pensiamo guidato da un certo ordine naturale. Eppure l’idea che ci siano in mezzo a noi persone che credono queste cose REALI, è secondo me più spaventoso del fatto in sé.

Un caso editoriale pazzesco!

Date: 06 luglio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Ma l’avete notata anche voi, negli ultimi tempi, la curiosa esplosione di pazzeschi casi editoriali in Italia? Autori sconosciuti, il cui esordio è sempre “sorprendente” (e fin qui nulla di strano, è lessico promozionale), che vengono però immediatamente venduti in tutto il mondo, opzionati per il cinema, venduti in decine di migliaia di copie… e tutto senza essere nemmeno ancora arrivati sugli scaffali! Ce n’è stato uno che è addirittura andato in classifica, prima ancora di essere disponibile nelle librerie…
E’ tutto così stupefacente, non trovate anche voi?

Un caso può capitare. Ma se succedono in sequenza, uno dietro l’altro, lasciatemi dire che c’è del soprannaturale… Oppure altro non è che il nuovo trend della promozione editoriale, che impone di fare di OGNI nuovo libro un “caso editoriale” di risonanza internazionale? Mi chiedo: ma non è che a furia di gridare al lupo al lupo, alla fine anche questo modo di lanciare i libri risulterà inefficace? E dopo, come li promuoveranno i prossimi romanzi? Si dovrà andare oltre, immagino. Allora proviamo a immaginare le fascette che leggeremo tra qualche anno:

“Ancora prima di essere stato scritto, un autentico caso editoriale internazionale!”

“Un romanzo che è diventato cult anni prima della nascita del suo autore!”

“I diritti di questo romanzo sono stati venduti in tutta la galassia!”

“Nessuno sapeva il titolo, nessuno conosceva l’editore e nemmeno l’autore, eppure questo romanzo ha venduto un milione di copie! E non è nemmeno stato stampato!”

Forse sono ancora un po’ grezze come ipotesi, ma ci si può lavorare… vedrete che tireranno fuori qualcosa di efficace. Ne sono sicuro.

 

 

Primo teorema sull’editoria

Date: 30 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comment: 1

Spesso vengo contattato da aspiranti autori che mi chiedono “come fare per pubblicare un libro“. Trovo sempre maggiori difficoltà a rispondere, vuoi perché il mercato editoriale sta diventando sempre più caotico (ed uso un eufemismo), vuoi perché è sempre inutile generalizzare. Di una cosa però sono sicuro: che se si vuole pubblicare un romanzo horror, occorre essere consapevoli di quello che è lo stato delle cose. Non serve a nulla frignare e lamentarsi, occorre conoscere. Le cose stanno come stanno. Punto. Visto che mi ritrovo a ripetere sempre le stesse cose, ho deciso quindi di fare questo schemino semiserio da poter linkare ogni volta che mi fosse posta la fatidica domanda. Credo che valga più di mille discorsi.

A questo punto, se l’aspirante autore, presa visione della situazione, vorrà proseguire testardamente seguendo la sua sacrosanta ispirazione, sarà tempo di formulare il secondo principio. Prima o poi avrò il tempo per fare anche questo, ma non oggi.

Update: visto il grafico, credo che sarebbe più opportuno definire S come un coefficiente, piuttosto che una costante. E dire che ho pure fatto Analisi II in un’altra vita… Come rimuovere dalla propria mente ogni traccia di sapere e vivere felici e contenti.

Autori per il Giappone

Date: 26 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comments: 0

E’ con colpevole ritardo che vi segnalo una lodevole iniziativa ideata e organizzata da Lara Manni (autrice dei romanzi Esbat e Sopdet), al fine di portare un minimo di sollievo in quella terra martoriata che è oggi il Giappone.

Autori per il Giappone è un progetto che prende a esempio analoghe iniziative varate all’estero e che si propone di coinvolgere autori (noti, meno noti, esordienti e non) e lettori per raccogliere fondi da destinare a Save the Children. L’idea è semplice quanto efficace: chi scrive regala un breve racconto al sito Autori per il Giappone, e chi legge può fare una donazione a Save The Children.

Che leggiate o scriviate, quindi, andrà bene lo stesso. Prometto che contribuirò con un racconto alla causa. Lara ha lasciato la possibilità di contribuire con qualsiasi titpologia di racconto, ma vorrei provare a scrivere qualcosa ad hoc. Chi mi conosce sa quanto io sia lento a scrivere, ma ci voglio provare lo stesso.

Voi date un’occhiata al sito, leggete i molti racconti già giunti e poi non dimenticate di fare una piccola donazione.

Agli scrittori pesa la testa?

Date: 13 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comments: 0

Me lo sono sempre chiesto. Oppure sono i fotografi che credono che agli scrittori pesi la testa? Forse immaginano che tutte quelle parole racchiuse in un cranio e poco esercizio fisico siano un mix letale?
Di cosa sto parlando?
Di quelle foto orribili in cui ogni tanto, scrittori italiani e non, incappano loro malgrado: la terribile posa con la mano che sorregge il mento e le sue varianti, con dito indice appoggiato sulla guancia, oppure con il pugnetto appoggiato nell’arco che va dal mento alla tempia. Non parlo di una foto casuale, quella può capitare, è un gesto comune specie in pubblico. Parlo proprio di una foto in posa… Mi immagino la scena, a un certo punto, il fotografo  viene colto da un raptus. Ha resistito a lungo, ma non ce la può fare e pronuncia la frase fatidica: “Fammi una posa riflessiva, intensa…”

E lo scrittore, in tono pieno di sconforto: “In che senso, scusa?”

Fotografo: “Facciamo così, appoggia la mano sul mento e fai una faccia come se aspettassi il tram…

Il tram funziona sempre come immagine.

Il fenomeno dà poi vita a una sconfinata serie di imitazioni. Le più terribili. Aspiranti scrittori o esordienti, che vedendo i loro beniamini (ma anche no) in quella posa terrificante, pensano: “Adesso mi faccio una foto da scrittore così tutti capiscono che sono uno scrittore…” e vai di testine pesanti.

Non pensanti. Pesanti.

Ho raccolto qualche foto che vi incollo omettendo il nome dello scrittore. Ce ne sono di noti e meno noti, mostri sacri e artigiani, italiani e non. E’ un giochino divertente: vai su google, ricerca per immagini, metti il nome dello scrittore e vai. Quando scovi la testina pesante è una soddisfazione. Notate bene l’ultima foto che ho messo in questa pagina: il sottoscritto. L’ho messa accostandola indegnamente a cotanta bella gente e sebbene il ditino odioso  non sia sul mento. L’ho fatto se no poi pare che getto il sasso e nascondo la mano… e per dimostrarvi che nessuno è al sicuro!
(io però non aspettavo il tram, stavo guardando degli operai che scaricavano mobili da un camion).

Aderisci anche tu alla campagna Testine Pesanti: convinci un amico fotografo a bandire per sempre questa posa dal suo repertorio. Libera lo scrittore dalla schiavitù della mano sul mento.

Librerie, distribuzione e piccoli editori

Date: 03 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Una piccola premessa: questo post è figlio di una discussione che si è sviluppata sul mio profilo Facebook (una delle millemila…). La riporto qui cercando di fare un po’ il punto e ragionare a mente fredda. Non che possa aggiungere nulla di decisivo, o trovare delle soluzioni, ma mi spiace lasciare che la conversazione scompaia insieme a mille altre.

Leonardo, amico nonché “piccolo editore”, pubblica sul suo profilo una conversazione alla quale ha appena assistito in una libreria, tra un commesso e (il presunto) titolare della libreria…

Commesso: - Ma lo scatolone novità dei piccoli editori?
Titolare: - Non aprirlo. Tra un mese lo restituiamo così come è che facciamo meno fatica. E se qualcuno ce lo chiede, metti anche che due o tre persone lo facciano, è più la fatica e il casino che il guadagno.

La prima reazione è quella di fastidio, o per lo meno di sconforto. Libri che restano nello scatolone, l’illusione di editori e autori di essere disponibili presso la libreria, la triste realtà… Chi, come me, da sempre è vicino alla piccola e media editoria (l’horror è come la muffa: sopravvive al buio e nelle nicchie…), sa come sia difficile conquistare uno spazietto sugli scaffali. Le librerie pagano i libri a 30 gg (almeno), quindi quello scatolone può restare bellamente ignorato in magazzino senza che il libraio paghi un euro. Poi allo scadere, si rende e non si paga nulla. Il distributore che magari ha fatto pressione perché il libraio prendesse quei titoli (e lo ha fatto per accontentare l’editore che quei titoli ha stampato), è stato a sua volta stato accontentato. Ma vendite zero.

Ci dispiace tanto, questa roba proprio non vende, grazie e buonasera.
Già…

La libreria è una vera jungla. Una jungla sull’orlo del disastro ambientale. Conquistare uno spazio vitale in questo microcosmo di carta è un’impresa titanica. Per questo, la stragrande maggioranza dei titoli disponibili sul mercato vende cifre irrisorie: la notizia dell’esistenza di questi fantomatici libri raggiunge poche persone e quelle poche persone, una volta informate, non riescono a trovare il libro perché le librerie non lo tengono (o se lo tengono, lo nascondono!). Il che non rappresenta di per sè niente di particolarmente strano o drammatico, diciamo che è nell’ordine naturale delle cose. Non possono esserci migliaia di bestsellers ogni mese, molti dei libri stampati sono ciarpame, altri sono di dubbio interesse commerciale, altri ancora riguardano minuscole nicchie di interesse che per loro natura non potranno mai ambire a numeri stratosferici. C’est la vie, dicono i francesi.

Alla luce di quella che è la situazione attuale, credo che occorrerebbe una volta per tutte ammettere come – in Italia – il vero problema non sia pubblicare, ma vendere. E’ innegabile come oggi sia relativamente semplice arrivare a vedere il proprio nome sulla copertina di un libro. Le opportunità si sono decuplicate rispetto a vent’anni fa (quanti accidenti di editori ci sono?), con tutti i pregi e i difetti che tale esponenziale crescita comporta. Occorrerebbe una seria riflessione sulle speranze che certi libri possano avere di non finire al macero senza passare dal via.

La soluzione potrebbe essere stampare meno titoli e puntare su quei pochi che valgano davvero… Ma l’amico editore mi fa presente una verità sacrosanta:

la distribuzione impone (per avere una sorta di giro cassa e un effetto catena sant’antonio) un minimo di titoli.

Vero. Se non fai almeno 12 titoli all’anno, nessun distributore ti prenderà come cliente. Quindi gli editori sono costretti a pubblicare e pubblicare, solo per restare in questo giro vorticoso, un setaccio a maglie molto larghe nel quale poco si salva e molto si disperde.

Non a caso, Barbara, titolare di una libreria, chiosa:

Trovare tutto e subito sugli scaffali è utopia.
Anche il più volenteroso ed efficente libraio sulla faccia della terra sarebbe in difficoltà, avrebbe bisogno di una libreria a sei piani e solo per i minori (per non parlare degli editori che fanno saggistica o pubblicazioni specializzate!)

Una bella contraddizione, non trovate? Il sistema da un lato impone la continua produzione di contenuti, facendo crescere esponenzialmente l’offerta (ogni giorno escono circa 160 libri in Italia… ogni benedetto giorno), ma dall’altra parte le librerie esplodono sotto questa continua massa di prodotti in arrivo. Con i siti di vendita online, le cose migliono un po’, ma non si risolve il problema di fondo, anzi tendenzialmente non può che aggravarsi: disponibilità senza problemi, ma quanto alla visibilità…

Come porre rimedio a questa situazione, quando – per di più – i siti per “aspiranti scrittori” pullulano di ragazzi e ragazze che si lamentano di come in Italia sia impossibile pubblicare e che chiedono consigli per trovare un editore? Io non ho risposte, e comprendo il giusto desiderio di quanti vogliano scrivere (come non potrei empatizzare con loro?), ma quello che sta accadendo è sotto gli occhi di tutti e non vedo come evitare di parlarne. Non credo che gli eBook risolveranno alcunché, anzi, non faranno che moltiplicare esponenzialmente l’offerta, rendendo sostanzialmente sempre più cruciale il problema della visibilità e la polverizzazione delle vendite. Ci saranno, cioè, sempre meno titoli che riusciranno a vendere oltre una certa soglia e un oceano sconfinato di produzioni “di nicchia”, con un numero piccolissimo di lettori.

In fondo è quello che accade oggi con i siti Internet. Ne nascono ogni giorno. Ogni giorno apre un blog. L’audience è spalmata e diffusa, con rarissimi picchi di “ascolto” commercialmente sfruttabili. Ripeto me stesso: non so se ci sia del buono o del cattivo in tutto questo, so per certo che è diverso e dovremo adattarci, ci piaccia o meno, perché l’evoluzione (o involuzione?) temo sia inevitabile.

Video kill the writing stars

Date: 03 febbraio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comment: 1

Classifica dei libri più venduti la scorsa settimana (tratta da Tuttolibri):

  1. La versione di Barney – RICHLER (ADELPHI)
  2. Benvenuti nella mia cucina – PARODI (VALLARDI)
  3. Il profumo delle foglie di limone – SÁNCHEZ (GARZANTI)
  4. I dolori del giovane Walter – LITTIZZETTO (MONDADORI)
  5. Cotto e mangiato – PARODI (VALLARDI)
  6. Io e te – AMMANITI (EINAUDI)
  7. Il cimitero di Praga – ECO (BOMPIANI)
  8. La mappa del destino – COOPER (NORD)
  9. Canale Mussolini – PENNACCHI (MONDADORI)
  10. Appunti di un venditore di donne – FALETTI (B.C. DALAI)

Questa settimana non è nemmeno tanto male a voler vedere, ma comunque il 40% dei titoli in classifica (quelli evidenziati in grassetto) ha a che fare con la televisione o comunque col mondo dello spettacolo: Benedetta Parodi, Luciana Littizzetto, Giorgio Faletti. Se poi escludessimo da questa classifica gli stranieri, risulterebbe evidente di come la percentuale sia drammaticamente sbilanciata: su sette libri italiani in classifica, solo tre sono di scrittori. Uno è di uno scrittore che però viene dalla TV. Il resto è fuffa televisiva.

Vi sembra poco? Vi sembra congruo? Magari sì… Però è un fatto che la classifica dei libri più venduti in libreria sia ormai stabilmente presidiata dalla televisione. Sceneggiatori TV, comici TV, presentatori TV, giornalisti TV, e poi ci sono gli attori, le attrici, le escort, i politici…

Gli scrittori-scrittori stanno sparendo? Oppure sono i geni del marketing, quelli che dominano il mondo dell’editoria, che li stanno facendo sparire?

Darle e prenderle…

Date: 04 dicembre, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Immagina di essere un pugile o un praticante di una qualsiasi arte marziale che preveda incontri con un knock-out. Ti alleni per anni, duramente, fai la tua gavetta in palestre male in arnese, prive di attrezzature e con le pareti gonfie di umidità. Prendi un sacco di botte e magari riesci a rifilare quando ti capita un colpo niente male, così dimentichi il naso gonfio e pulsante e cerchi di pensare solo a quel gancio che hai piazzato, magari per una botta di culo che temi non si ripeterà mai più. Però ti fa sentire bene, ti fa sentire di meno il dolore, quindi va bene. Lavori sulla velocità, sul fiato, sui fondamentali, speri di diventare bravo prima di esserti giocato tutti i legamenti. Il tempo passa, i lividi si accumulano…

Guardi a quelli bravi, che raramente sono italiani: hanno tutti nomi esotici e vite straordinarie. In fondo ti senti un idiota, tu che vieni da una cittadina di provincia, banale e noiosissima, dove il disagio peggiore sono i pullman che arrivano con quindici minuti di ritardo e il sindaco che non rimpiazza le panchine rotte nei parchi. Tutti, attorno a te, ti dicono che non hai il fisico, che non ce la puoi fare perché gli altri, gli stranieri, quelli sì che sono tosti. Noi italiani, si sa, siamo solo pizza, mandolino, la mamma e l’aperitivo il venerdì sera. Ti dicono: non abbiamo la stoffa, perché perdi tempo? Occupati di altro. Gioca a pallone, razza di cretino! Così poi ti sbatti la velina di turno, invece che farti sbattere su di un ring da un cristiano coi pugni pesanti come incudini.

Quegli altri invece, gli americani, o i giapponesi, o qualsiasi altro popolo compresa Papua – Nuova Guinea, pare che il fisico e le capacità ce le abbiano. Come se il buon Dio (o chi per esso), avesse scordato nel nostro DNA un qualche diavolo di gene, fottendoci l’attitudine alla lotta. Che strano, vero?

Se poi – per un miracolo che nemmeno Lazzaro o il Mar Rosso davanti agli ebrei in fuga – arrivi a disputare un incontro di quelli seri, ti ritrovi sul ring con una mano legata dietro alla schiena. I tuoi avversari combatteranno senza handicap, mentre a te, non solo tocca combattere con una mano sola, ma avrai dovuto guidare sino al Palazzetto dello Sport, ti dovrai mettere da solo i guantoni e il tuo angolo sarà deserto. Guardi dall’altra parte, invece, e vedi il manager, il massaggiatore, il preparatore, lo psicologo, il visagista, l’addetto stampa…
Va da sé che l’esito dell’incontro è scontato. Anche se sei bravo, il più bravo, ti suoneranno come un tamburo perché non giochi ad armi pari, non puoi far vedere davvero quanto vali perché non ti consentono di dimostrarlo al pari dei tuoi colleghi e il giorno dopo lo scontro, dopo che avrai riportato a casa i tuoi lividi, i tuoi dolori, le ossa rotte, avranno pure il coraggio di dirti: “Beh cazzo, gli stranieri sono davvero tosti, mica come te che sei una mezzasega e sei finito al tappeto al primo round”.

Ecco, io vorrei che mi slegassero la mano. Non chiedo proprio tutto l’angolo pieno di gente e i servizi in TV come il mio avversario, vorrei solo poterle dare anche io, senza l’handicap. Questa credo sia la situazione dell’horror italiano. Nessuno, fino ad oggi, è stato mai messo in condizione di disputare un incontro ad armi pari. Bravo o meno bravo che fosse. Nessuno. E questo è un dato di fatto.
Quindi sono un sacco di botte, da ogni direzione possibile.
Ma adesso chiedimi se mi è dispiaciuto prenderle…

Questo mio intervento è stato inserito in un articolo sulla situazione dell’horror italiano, insieme a quello di altri autori quali Danilo Arona, Gianfranco Manfredi, Adriano Barone, Samuel Marolla, Erando Baldini, Francesco Dimitri, D’Andrea G.L.

Di nuovo, l’horror italico

Date: 29 novembre, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0
Di nuovo horror italiano. Questa volta è Danilo Arona che ne parla in un (dottissimo) commento al mio romanzo, che vi consiglio di non lasciarvi scappare (parlo del commento).
(Però pure il romanzo…)
L’introduzione al pezzo insiste sul discorso che ho già affrontato io stesso in alcune interviste rilasciate in questi giorni, come vi ho già riportato in articoli come questo oppure quest’altro.
Danilo, che ha un’invidiabile memoria storica, torna sulla faccenda degli autori italiani, con quelle che in un processo all’americana, definiremmo prove chiave.

L’horror italiano da anni è impegnato in un’ardua e difficile tenzone. Conquistare quella sostanziosa fetta di pubblico che non compera il genere per partito preso se l’autore esibisce nel cognome i suoi normali ascendenti nazionali. Non è storia nuova. Se qualcuno in età avanzata si ricorda di come nacque al cinema l’imprescindibile filone del western all’italiana, si rammenterà forse che Sergio Leone firmò Per un pugno di dollari come “Bob Robertson”, non certo per vergogna ma per favorire il destino commerciale di un film, sulla carta, considerato anomalo.
O, andando ancora indietro nel tempo, si potrebbero citare tornando all’horror letterario i leggendari “Racconti di Dracula”, pubblicazione da edicola di Farolfi Editore, dove i vari autori anglosassoni erano tutti straordinari professionisti della parola di nostrana ascendenza. O, venendo più in qua, potremmo menzionare i pochi numeri della collana, sempre da edicola, chiamata “Maniac”, in cui certi autori che si presentavano come Steven H. Farmer e Frank Crawford erano in realtà gli amici, antesignani per il genere, Massaron e Nerozzi. Senza dimenticare un certo Frederick Kaman, ovvero l’incommensurabile uomo dai mille volti, Stefano Di Marino.

Sì, ho capito. Sto già scantonando. Ma l’antifona è chiara. L’horror italiano ha sempre dovuto fare i conti con dei problemi d’identità. Nonché una storia alle spalle di “tentativi”. Qui, dove sto scrivendo, possiedo una biblioteca sul punto di accartocciarsi su sé stessa soltanto formata da tentativi italici. Editoria alta e, per capirci, underground. Quasi tutti tentativi con un seguito editoriale – i famosi numeri che “contano” – dal fiato cortissimo. E dentro ci stanno cose straordinarie che non inizio neppure a citare, perché poi giustizia imporrebbe di citare tutti. Però, a volo radente sui marchi editoriali, leggo: Camunia, ACME, Addictions, Larcher, ADNKronos, Tranchida, Il Foglio Letterario, Flaccovio e altri ancora. Senza ignorare che sono usciti sporadici horror italiani, anche presso le cosiddette major. Una situazione, a dir poco, instabile almeno sino all’avvento di Gargoyle Books, inizialmente deputata a pubblicare solo autori stranieri, ma poi apertasi per assoluta convinzione al nostro mercato interno forte di autori di notevole prestigio (Dimitri, Manfredi, Vergnani e il duo Pezzini/Tintori sul fronte saggistico). Fermi restando che un autore italiano nell’identico catalogo è destinato a vendere di meno di un suo collega americano per il pregiudizio di cui sopra, la politica della casa editrice romana ha di fatto inaugurato un percorso nel quale è legittimo intravedere qualche barlume di stabilità e di allargamento di confini editoriali: da Einaudi a Marsilio, da Salani alla Nord, si sono riscontrate uscite non di poco conto nel genere praticato dai “nostri”. Senza dimenticare quella perla d’eccellenza che risponde al nome di Edizioni XII, che ha concesso all’horror e al fantastico italiano tutto lo spazio possibile, e il generosissimo tentativo, ancora da edicola, messo in piedi da Alan D. Altieri con la collana ibridante EPIX nella quale gli autori italiani hanno avuto grande vetrina, ma – a parere esclusivo di chi scrive – sono stati ingenerosamente ripagati.

A proposito di horror, Diacono e libri…

Date: 12 novembre, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Riflessioni, Scrivere  |  Comment: 1

E’ appena uscita su Liberi di Scrivere una mia intervista sul Diacono, sull’horror e sul rapporto tra cinema e letteratura. Son cose delle quali avrei voluto parlarvi da tempo qui sul blog, quindi approfitto della bella (e impegnativa) intervista di Valentino G. Colapinto e vi propongo un estratto della rivista. A questo indirizzo il testo completo dell’intervista.

Dopo aver letto Il Diacono, la domanda sorge spontanea: credi nel Diavolo o in altre forze maligne soprannaturali? Sei cristiano? In ogni caso, immagino che l’Esorcista sia uno dei tuoi film preferiti.

Ci ho creduto ciecamente, finché non ho messo la parola “fine” in fondo al manoscritto. Non puoi pretendere di riuscire a sospendere l’incredulità del lettore, se tu per primo non ti metti in gioco. Per quasi due anni ho cercato di essere assolutamente ricettivo, ho alzato le antenne e ho lasciato che i personaggi del romanzo (dei sociopatici, lasciamelo dire) fossero per me reali, persone fisiche delle quali mi limitavo a raccontare la storia, senza inventare nulla. Molte delle scelte operate in corso d’opera sono state del tutto inaspettate e dettate solo dal susseguirsi degli eventi e dal profilo psicologico dei personaggi. In poche parole, sono stato un biografo, niente di più.

Sul fatto che io creda o no nel diavolo, posso solo dirti che ho appena preso un micino tenerissimo, che adoro da morire: è nero, ha gli occhi gialli e l’ho chiamato Lucifero. I casi sono due: o sono un insidioso adoratore del demonio, o non me ne può fregare di meno…

Del resto la Chiesa stessa non ha ancora deciso se credere o no a Satana. Gli insegnamenti ai sacerdoti sono all’insegna del razionalismo, e Satana è stato declassato allo status di allegoria delle umane debolezze. Che fine ingloriosa per il Principe delle Tenebre. Posso solo immaginare quanto starà rosicando.

Detto questo, lasciami aggiungere che – a mio avviso – le tematiche affrontate dalla religione sono il materiale più interessante in assoluto per un autore di horror. Per me l’horror teologico/apocalittico è l’horror tout court, non faccio distinzioni. Parliamo di anima, di bene e male, di vita dopo la morte, di lotta per la salvezza del genere umano o della sua dannazione, di creature soprannaturali terrificanti, di metafisica, vita e morte… Si può chiedere di più?

Com’è nato il personaggio del Diacono? In qualche misura ritieni che ti rispecchi?

Devo andare indietro di almeno venticinque anni. L’idea mi venne mentre ero in vacanza, sulla riviera romagnola. C’era un tempo schifosissimo, ma andai lo stesso in spiaggia: mi piacciono i temporali e vederli scatenarsi sul mare è uno spettacolo unico. I fulmini che scoccano tra un mare di piombo e il cielo di ardesia… i tuoni che ti vibrano dentro da tanto sono forti e vicini. Era uno scenario potente, esaltante e oscuro. Immaginai lì l’idea alla base del romanzo, la rivelazione finale. Per questo ne Il Diacono piove sempre.

Sul come e perché mi venne quell’idea, però, non ho spiegazioni. Arrivò e basta. Spesso succede così. Davanti a quel mare in tempesta mi venne un pensiero lucido: “Cosa succederebbe se…”

Da lì in poi ho continuato a modificare, aggiungere, ripensare, cancellare e rifare daccapo, ma non mi sentivo pronto ad affrontare l’impresa del romanzo. Così ho iniziato a scrivere e pubblicare racconti, considerandoli una palestra per arrivare ad acquisire la “resistenza” necessaria a calarmi nell’universo che avevo creato senza venirne spappolato. Non volevo sprecare l’occasione, così ho lavorato a testa bassa fino a quando decisi di testare il personaggio su Horror Mania. Dovetti modificare un po’ di cose per renderlo più semplice e gestibile dai lettori, e non svelai mai il segreto custodito alla base della storia. Segreto che, ovviamente, nel romanzo diventa il fulcro centrale della vicenda.

Ho aspettato che Horror Mania chiudesse, ho lasciato decantare un po’ le cose e quando Paolo De Crescenzo mi ha convinto che era tempo di buttarsi, mi sono buttato. Ritengo che scrivere un romanzo debba essere un atto consapevole, e volevo che tutto fosse pronto per quello che considero un “evento” nella mia vita. Sapevo che scrivere questa storia mi avrebbe provato e così è stato. Però sono sopravvissuto ed è quello che conta, no?

Riguardo alla seconda parte della tua domanda, credo che ci sia qualcosa di me in ogni personaggio. Magari solo un granello di sabbia, ma buoni o cattivi che siano, c’è. Forse io sono tutti loro, mentre nessuno di loro è me. Quindi, da oggi, puoi chiamarmi Legione.

Non è molto rassicurante come risposta, vero? Come puoi vedere, quando poco fa ti dicevo che scrivere Il Diacono mi ha provato, non scherzavo.

Come scrive giustamente Paolo De Crescenzo nella prefazione al Diacono, hai uno stile molto cinematografico ed essenziale, privo sbavature e inutili fronzoli e degno di un autore maturo. Quali ritieni essere i tuoi modelli e maestri, se ce ne sono?

Certo che ce ne sono, e ce ne sono tanti, perché da ogni autore si può imparare qualcosa. Si deve leggere tantissimo, autori diversi e non solo autori tradotti. La maturazione di uno stile è un processo lungo e difficile; sono solo all’inizio del mio percorso, un viaggio che credo non debba finire mai, perché quando ci si ferma, quando si smette di studiare e imparare, allora tanto vale smettere. Tutti i grandi della narrativa horror e thriller contemporanea mi hanno dato qualcosa; chi in termini di stile, chi per il ritmo o per l’uso dei dialoghi, ma sto cercando di metabolizzare ogni spunto per proporlo seguendo la mia sensibilità, lasciando a briglia sciolta la mia creatività per ottenere un unico risultato: prendere alla gola il lettore sin dalla prima riga e non mollarlo finché non scrivo la parola fine.

Non può esserci altro modo di scrivere per me. Impatto diretto, velocità e ritmo, nessuno sconto, nessuna censura, ma nemmeno nessun compiacimento per inutili scene di bassa macelleria. Per ottenere questo risultato, ne Il Diacono ho fatto diverse scelte “drastiche”.

Mi piace rischiare.

Sei uno dei maggiori esperti italiani di horror. Secondo te, è ancora possibile riuscire a spaventare un lettore smaliziato con un romanzo dell’orrore, dopo tutta l’abbuffata di splatter e horror più o meno estremo che abbiamo assimilato in questi decenni al cinema, in tv, nei fumetti e nei videogiochi?

Credo che la narrativa non possa né debba inseguire il cinema nello spavento della porta che sbatte o dell’urlo improvviso. Si possono usare come espedienti – non dico di no – aggiungono un pizzico di sale, ma non reggono la distanza. Il cinema ne fa largo uso, perché non ha i mezzi della narrativa, mentre nel romanzo – viceversa – non hai colonna sonora né gli effetti speciali: gli unici effetti speciali sono la testa dello scrittore e quella del lettore. Si lavora in coppia, quindi non puoi barare, né lasciare che la tua vanità ti porti a mostrare quanto sei bravo perdendoti per strada il lettore. Se si accorge che reciti, sei fottuto e si distrae.

Per questo non amo i fronzoli, per questo detesto sentire la voce dell’autore. La lingua che si usa è importante. Mentre scrivo, io non esisto, ci sono solo loro, i miei personaggi. L’autore è un’inutile, noiosa zavorra; si deve levare di mezzo e lasciare che i personaggi volino, sfreccino come missili dritti al cervello e al cuore del lettore, o resteranno solo fantocci di carta. Quando in una pagina la voce dell’autore sovrasta quella dei personaggi, provo un senso di fastidio. La percentuale di libri che sto mollando a metà lettura a causa di questo vizio, si è alzata drasticamente.

La narrativa horror, oggi, deve fare i conti con cinema e videogame: montagne russe emotive che svezzano i ragazzini, creando macchine da guerra pronte a tutto. Se non si capisce questo, se si va avanti a scrivere horror come lo si faceva venti o trent’anni fa, la scommessa è persa. Tanti saluti, game over. I meccanismi della paura sono sempre gli stessi, ma sono cambiate le modalità per metterle in atto e ne Il Diacono ho provato a forzarne i limiti.

Credo che ci siano ancora margini per fare di peggio. Molto peggio. Vedremo col mio prossimo esperimento fin dove riuscirò a spingermi…

Passiamo all’horror cinematografico. Non ritieni altresì che i film dell’orrore – troppe volte, purtroppo, stereotipati e indirizzati a una platea di teenager – siano stati forse superati in “orrore” dalla realtà stessa, vedi l’11 settembre, le decapitazioni in diretta tv o le torture praticate dall’esercito americano? Qual è il senso dell’horror oggi e a quali obiettivi deve puntare?

Come sostengo da qualche tempo, l’horror cinematografico è schiavo del fardello del budget, per questo campa di remake o di teen movies. Una stanza, due personaggi e tanto sangue finto. Questo è il film che viene fatto e rifatto all’infinito, cambiando dettagli e riscaldando la minestra. L’horror al cinema è una macchina per soldi, perché con poco realizzi un film che puoi vendere in tutto il mondo. Però non significa che se incassi tanto hai fatto un bel film…

Poteva ancora funzionare nei gloriosi anni ’80, ma per la miseria son passati trent’anni: quanti Evil Dead, Chainsaw Massacre, Venerdì 13 e Amityville dovremo rifare, prima di capire che non si può stiracchiare all’infinito lo stesso canovaccio? L’ultimo vero evento di cui abbia memoria è stato il The Ring di Gore Verbinski.

L’errore madornale – più o meno incidentale – è stato quello di voler a tutti i costi proporre un horror sempre meno soprannaturale, sempre più concreto, ed è qui che iniziano i guai, perché sai che c’è? A me terrorizza di più un telegiornale che Saw. Saw mi diverte, il TG mi crea ansia.

Non potrai mai sorpassare le nefandezze della realtà, perché da una parte c’è gente che muore davvero, dall’altra no. Facile e terribile al tempo stesso, non credi?

Se la platea fa il tifo durante le torture degli sfigati di turno, come regista – mi spiace – ma hai fallito il tuo obiettivo. Stai mettendo in scena un Luna Park, non un horror movie. Solo che adesso si fanno film per far sghignazzare le platee… Io le voglio ammutolite dalla paura, agghiacciate di terrore, altro che sentire sgranocchiare il pop corn!

Il caso Halloween è per me emblematico: il cult di Carpenter, nelle mani del pur capacissimo Rob Zombie, è diventato uno slasher qualsiasi. Troppe spiegazioni, troppe giustificazioni, troppa macelleria, poco coraggio. Occorre lasciare zone oscure, parlare di cose che non potremo mai spiegare, creare il disagio, non spiegarlo! Il mostro deve restare mostro e non me lo devi psicanalizzare, sennò diventa un disadattato qualsiasi e bruci tutto il fascino dell’ignoto.

L’horror è buio e mistero, inspiegabile e sublime terrore. Se non lo capisci, se non lo accetti per quello che è, il thriller è il genere che fa per te allora. È un genere degno che funziona benissimo. Ma occorre decidere da che parte stare.

Scendendo più nei particolari, preferisci l’horror viscerale e materialistico del torture porn (Hostel, Martyrs, À l’intérieur…) oppure quello più sottile e psicologico dell’estremo oriente (The Ring, The Grudge, Two Sisters…)?

Non amo i torture porn, perché mi annoiano. L’idea del primo Hostel era stimolante, ma il seguito mi ha deluso. Vedere una sequenza di morti, più o meno creative, non mi trascina. Mi disgusta, magari, mi disturba, ma non colpisce la mia immaginazione e io sono uno che si stufa in fretta. Sono film “bidimensionali”: se ti occupi solo del mio stomaco e non del mio cervello, non stai facendo bene quello che fai. Vorrei vedere più film come The Ring (quello USA), come quelli di Carpenter (su tutti Il Signore del Male), oppure L’Esorcista (il primo), L’avvocato del Diavolo, Angel Heart, 30 giorni di buio, Alien, Punto di non ritorno, Hellraiser… Chiedo troppo?