Chi Sono?

Dopo un’infanzia passata a creare con i mattoncini LEGO mondi fantastici (perennemente sull’orlo della distruzione) ed edifici ipertecnologici con mille passaggi segreti, ho cercato di continuare l’attività su una scala diversa, studiando Architettura. Bella trovata… Riguardo agli edifici tecnologici, ero a posto.
Tuttavia, non sapevo come risolvere la questione rimasta in sospeso.
Mi riferisco alla faccenda della creazione di universi vicini al collasso, per intenderci.
Avevo due vie da percorrere: la prima era quella di diventare un Dittatore Sanguinario o – a scelta – uno di quegli architetti che disegnano cazzate inenarrabili e hanno pure il coraggio di firmarle, definendole arte. La seconda ipotesi era di diventare un architetto “normale”, imbrigliando però la mia oscura spinta creativa in qualcosa di meno disastroso per il genere umano.
Fu così che decisi di scrivere.
Il genere umano era al sicuro, almeno la (larga) porzione di esso che evita i libri.
A dire il vero, circa venti anni fa, fu colpa di un libro in particolare se la soluzione scrittura deflagrò nella mia mente. Parlo del primo romanzo di Stephen King che mi sia mai capitato sotto mano, Misery. Da allora non ho mai smesso di leggere King né di scrivere, una cosa che mi accomuna a una infinita schiera di miei simili.
La vita, per un aspirante autore di horror che ambisce sterminare il maggior numero possibile di esseri umani da lui creati, non era facile ai miei tempi. Non lo è nemmeno oggi, tutto considerato, ma allora lo era di più. Fidatevi e non iniziate con i soliti “sì, ok, ma io…”.
Era difficile.
Internet come la intendiamo oggi era ancora di là da venire e gli assurdi racconti che creavo, cose che di solito riguardavano mostri osceni racchiusi in ville decadenti, prendevano polvere in un cassetto. Era comunque molto bello anche così.
E parlo sul serio.
Scrivere, creare, era – ed è tutt’ora – la cosa che mi appagava di più.
Ma parlavamo di frustrazioni, se non sbaglio. Ecco allora che arriva il tasto dolente: la pubblicazione. Ricordo che all’epoca c’erano solo le fanzine, ma era un vero casino tenere i contatti. Niente email, solo arcaiche lettere e il maledetto postino che non arrivava mai. E poi le “fanza” erano poche, spesso pessime, distribuite male. Soprattutto, di dedicate solo all’horror non c’era quasi nulla. Almeno del quale mi giungesse notizia.
Mica era facile… come la diffondevi la notizia della nascita di una nuova fanza se non potevi spammare e infestare i forum altrui per annunciare la nascita del tuo figlio di carta?
Una bella seccatura.
Dovevo sempre trovare ospitalità su cose dedicate al fumetto, al fantastico, o scrivere su riviste di letteratura, che ovviamente consideravano l’horror come un bambino di sette anni potrebbe considerare i broccoli.
Cacca. O poco più.
Fu così che dopo aver creato e iniziato a sviluppare una fanzine cartacea, capii che il vero futuro era la rete. Internet. Era una cosa talmente di nicchia che un appassionato di horror non poteva non considerarla casa propria! Comprai un modem e diedi un’occhiata in giro. In italiano, allora, non c’era quasi niente. Si viaggiava a 14,400 Kb ed era già un bell’andare.
Non c’era niente di quello che c’è oggi.
Mi guardai un po’ in giro, studiai quel tanto che bastava e nel 1996 decisi che era ora di ricominciare coi mattonicini, progettando la prima rivista on line di cultura horror in lingua italiana. Si chiamava IT in onore del romanzo capolavoro del Re di Bangor.
La rivista, si sviluppò velocemente e coagulò (il verbo non è usato a casaccio, visto l’argomento) attorno a sé un folto gruppo di autori e critici. Decisi così di dare vita a Horror.it il primo portale che l’horror italiano abbia mai visto. Sono anni in cui la rete è ancora agli albori, ma sono mitici. Da quel momento in poi è stato tutto un florilegio di incontri, nuove amicizie, scazzi e soddisfazioni, perché – guardaunpo’ – noi appassionati di horror abbiamo scoperto di essere tanti e di poter fare qualcosa tutti insieme.
Molte sono state le iniziative (sia per quanto riguarda il mio primo amore, la narrativa, sia per quanto riguarda più in generale l’editoria), e altrettante mi auguro di poterne vivere ancora. Credo che scrivere non sia un punto di arrivo, ma un percorso. Non si finisce mai di imparare, non si finisce mai di cambiare il modo di vedere le cose… Ed è questa la parte bella. Viaggiare con la mente e trovare sempre nuovi, interessanti compagni di viaggio.
Se volete, possiamo fare un pezzo di strada assieme.
Avete portato i LEGO?





