… da piccolo detestavo questo cartone che pur parlando di misteri e fantasmi, aveva un tasso di antipatia talmente alto da rendermelo insopportabile. C’erano troppi scemi nel gruppo, e la tipetta coi capelli a scodella e gli occhiali da segretaria finto-sexy era troppo saccente. Ecco perché la vignetta che vi propongo oggi mi ha fatto ridere di gusto.
Gaia Conventi, una scrittrice che ho come contatto su Facebook, segnala questa domanda su Yahoo! Answers. Rubo e ripropongo perché la domanda e la risposta che segue sono esempi illuminanti di come se è vero che l’editoria non sia in gran forma e gli autori italiani siano troppo spesso (a torto) bistrattati, è anche vero che non è tutto oro quello che luccica. Spesso chi afferma di saperla lunga su come funziona l’editoria italiana, parla solo per sentito dire. E dettaglio non del tutto trascurabile, a volte chi smania per pubblicare, forse farebbe meglio a pensarci bene prima di proporsi come autore… Può essere che non sia ancora pronto a fare il passo.
Può essere. Ma anche no. In fondo chi siamo noi per giudicare?
(il copia incolla è assolutamente fedele, refusi e sintassi sono quelli originali…)
DOMANDA
Publicare un libro ? e quanto a farlo publicare ?
io ho 18 anni quindi ho sentito dire che i profiti vanno all’autore del 75% anche oltre, pero` se il libro piace agli editori e possibile farlo publicare meno di un mese? e un’altra coa dove devo andare per prendere le proprieta del libro ?
RISPOSTA
ciao
intanto non credere a ciò che senti in giro ma piuttosto fai si che il tuo lavoro venga analizzato dall’inizio alla fine da un buon editore o per lo meno da un professore di lettere che si intenda di stesure e cose varie. Un mese è un po pochino.
Poi, tieni conto che dietro ad un libro (a parte le autobiografie) ci sono mille cose, mille persone, mille situazioni. In primis la trama (attenzione che non sia un plagio o un clone) perchè al giorno d’oggi ci sono milioni di persone che si alzano al mattino e iniziano a scrivere che Leonardo da Vinci era il fratello di Gesù Cristo o che gli alieni abitano sotto terra. No, non è così che funziona. Ci vuole innovazione rimanendo sempre nelal realtà almeno che non si scriva un “fantasy” ma a quel punto diventerebbe un libro come altri.
Cosa importante è sapere chi lo scrive di “mano” nel senso “chi lo butta su carta” se tu o uno scrobo pagato da te (esistono quelle persone che scrivono mentre tu detti, chiaramente a pagamento) E già li sono soldi da spendere. Se hai intenzione di scriverlo tu avrai bisogno sicuramente di un correttore “umano” di ortografia, sintassi e prosa. Se noti hai scritto, sulla domanda, per ben due volte la parola “publicare” con una “B” sola e sappi che se viaggi su questi errori avrai sicuramente bisogno di questo famoso correttore. E non parlo del correttore di word!
Poi, parlavo di idee copiate o plagiate. Attento perchè il tuo libro sarà analizzato da chi potrà (dovrà) darti il permesso di poter pubblicarlo. Ma se solo c’è una mezza idea che va a riferirsi a qualcosa di esistente allora verrai bloccato subito. I tempo sono comunque ben più lunghi di un mese prima di sentirsi dire “ok, pubblichiamo”. Una volta deciso che si può pubblicare devi cercare un editore che abbia voglia di spendere i soldi per la messa in stampa e la messa in commercio del tuo lavoro. E quindi altra analisi come la precedente e altra decisione. Se va bene si deciderà la stampa e la pubblicazione (all’inizio sarà minima se non di presentazione, quindi tipo che verranno pubblicare una decina di copie in 10 centri commerciali diversi giusto per vedere se il libro “tira oppure no”). Da li si decide il futuro del tuo libro e se hai fortuna anche il tuo. Sia chiaro che se hai a disposizione i soldini per autopubblicarti allora salti questa prassi. E sappi che non sono pochi questi soldini.
La trafila dell’editore converrebbe farla con l’assistenza di un avvocato/notaio che sappia consigliarti al meglio. Alcuni editori sono furbi. Partono da una tua idea per poi partorirne una loro e fregarti. Può anche essere che le copie di lancio vengano spesate da te per una certa percentuale e che dalla vendita tu non prenda (inizialmente) nulla per le varie spese e tassazioni che purtroppo ci sono. Insomma ci vuole un po di pazienza ma se sei un bravo scrittore alla fine dovresti spuntarala.
Prima di (e se) lanciare definitivamente il tuo libro sul mercato occupati della burocrazia “costi, guadagni, tasse” dovute alla vendita. Ti spiego: se il tuo libro viene messo in vendita a 18 euro da li devi tirar fuori le spese dell’editore (anche loro ci devono mangiare) costi di stampa, costi del venditore/libreria/fiera/biblioteca), spese notarili, tasse e royalti (permesso di pubblicazione) quindi alla fine a te potrebbero venire in tasca 3 euro (che sembrano pochini ma che diventano tanti se vendi 500000 copie). Al netto ti verrebbeo in tasca 1500000 di euro. Ma, attento, non correre, gli avvoltoi sono li sopra la tua spalla. Nella vita è tutta questione di fortuna e di “treno preso al momento giusto”. Vai coi piedi di piombo e affiancati di persone giuste.
Scrivere un libro non è solo “scrivere un libro” ma è qualcosa di più.
Se poi, alla fine di tutto, il tuo libro riscuote il giusto successo (parlo di successo tipo “il codice da vinci” o “harru potter”) allora non si sa mai. magari potrebbe diventare un estratto per qualche film. Attenzione, non dico che faranno il film del tuo libro (diventeressti miliardario) ma che potrebbero prendere spunto da alcune parti del tuo romanzo per creare una lungometraggio. Sappi che ti pagheranno i diritti.
Se posso darto in consiglio, come tipologia di libro, stai su thriller/paranormale che come argomenti sono molto suggestivi.
Lo so, il titolo grida vendetta, ma leggete fino in fondo e capirete. In realtà questo post avrei dovuto pubblicarlo circa 10 giorni fa, poi sono successe cose e l’ho messo in stand-by. Adesso che ne sono successe altre (continuano a succedere cose, dannazione), l’ho scongelato. E riscritto alla luce di quanto è accaduto.
Come forse saprete – e se non lo sapete, ve lo sto per dire – qualche giorno fa, è stato annunciato che il mio “vecchio” editore avrebbe cambiato la propria linea editoriale. A quanto pare non c’è più posto per l’horror come lo intendiamo e soprattutto, gli autori italiani non riceveranno più le attenzioni che meritano (a essi sarebbe riservata solo la pubblicazione in eBook). Sapete quanto poco io gradisca l’eBook, non tanto come mezzo in sé, quanto come “sistema”. Gli strumenti non hanno colpe: chi li usa in maniera sbagliata invece sì. Questo porta a distorsioni poco simpatiche nel sistema editoriale e anche per questo, avevo inizialmente deciso di rinunciare a proseguire su una certa rotta, interrompendo lo sviluppo del Diacono 2, un romanzo al quale tengo molto e che scriverò solo se potrò pubblicarlo in maniera adeguata all’affetto che provo per il progetto.
In seguito al mio comunicato scarno e cialtrone (come mio solito), sono stato contattato da un altro editore che già conoscevo per la cura con cui gli avevo visto confezionare e promuovere alcuni libri. Si sono detti interessati a discutere del progetto e nelle prossime settimane proporrò loro una struttura così da illustrare cosa voglio fare. Visto che la trattativa è ancora in corso e ci vorrà tempo, mi scuserete se non vi anticipo nulla, ma non mi parrebbe corretto nei confronti di questo editore.
Comunque vada, mi fa piacere che si siano interessati a me e ancora di più, mi fa piacere aver ricevuto in queste ore il sostegno e il supporto di tantissimi tra voi. I messaggi che mi arrivano sulla bacheca di Facebook e in privato sono pieni di affetto, entusiasmo e impazienza per il Diacono 2, e voglio pubblicamente ringraziarvi, non tanto per il calore che riuscite a trasmettermi, quando per l’indispensabile energia che mi infondete, senza la quale, lo ammetto, sarebbe davvero dura continuare a scrivere in un mercato editoriale come il nostro.
Sarà (è, in effetti) il momento duro/durissimo di cui sopra, ma qualche circuito sembra essere saltato, qualche ingranaggio andato fuori asse . Non adesso, non oggi, per carità, solo che adesso, oggi, le conseguenze e gli effetti sono più evidenti e probabilmente più gravi. E dunque: ognuno fa quel che vuole. E spesso non è il che cosa ma il come (in parte si ritorna alle “curiose interpretazioni” di cui abbiamo parlato prima). E nessuna regola, nessun patto vale più. E allora si spreme lo spremibile, si commissiona il commissionabile, si ordina in automatico quello che va ordinato ai “fornitori di contenuti ad hoc” (gli scrittori, ovvero coloro che scrivono, tanto per ricordarlo, anche se il vecchio “content is king”, il contenuto è re, viene già sostituito dall’ “experience is king”, ovvero non importa che cosa si ha davvero in mano ma quello che ci si costruisce attorno…
Il momento è durissimo (lo è per tutti, in qualunque settore, non solo quello editoriale), e proprio perché è dura, per un autore che non fa il comico di professione, che non è un politico, un presentatore TV, una pornostar, un calciatore, un ex-terrorista, un qualsiasi maledetto freak pescato nella società civile, insomma, per un povero cristo che come unica colpa ha quella di scrivere-e-basta, è dura davvero perché senza avere alle spalle un editore che creda in te e voglia promuoverti, non vai troppo lontano.
L’ho già detto in una intervista in occasione del Diacono: troppo spesso chi scrive di genere e ha un passaporto italiano, non può combattere ad armi pari. Ha una mano legata dietro la schiena e nonostante questo handycap, gli si rimprovera di prendere troppi ceffoni dai colleghi stranieri. Colleghi stranieri che arrivano in Italia pompati a mille e con promozioni di tutto rispetto. Del resto bisogna rientrare dei cospicui anticipi versati loro, quindi bisogna che vendano! E allora vai di promozioni, fascette, iniziative editoriali. Se penso che il mio Diacono praticamente me lo sono promosso e lanciato quasi da solo (il periodo non era dei migliori a causa di problemi di varia natura che non sto a elencarvi), un po’ mi sento figlio della schifosa, ma in Italia è così che funziona e lo facciamo con gioia perché in fondo ci piace quello che facciamo, quindi chi se ne frega. Va anche bene così.
Basta che non si facciano paragoni, altrimenti ci viene da chiedere: ma su questi nostri libri, quanto avete investito? E quanto avete investito sui tanto amati best sellers americani, libri che arrivano in Italia con un battage pubblicitario già costruito e funzionante e per questo straordinariamente avvantaggiati?
Già, forse il problema è proprio questo. Altrove (Stati uniti, Francia, Germania, Nord Europa, Spagna…), gli editori stranieri scoprono talenti o presunti tali, li coccolano e fanno montare il caso. Fanno in modo di vendere sfracelli in patria e poi li propongono all’estero (spesso a caro prezzo) sia che in mano abbiano un poker o una scala mancata. Il bluff in editoria funziona come nel poker. Forse meglio. In Italia, invece, ci comportiamo tale e quale alle nostrane squadre di calcio: si importano giocatori stranieri già collaudati, strapagandoli, si fanno squadre senza giocatori italiani, nessuno più investe sui vivai e poi quando gioca la Nazionale prendiamo calci nel culo anche dal Bangladesh.
Semplice e pulito.
Il pubblico, la domenica si diverte lo stesso, ciascuno ha il suo idolo, i giornali vendono e le trasmissioni TV si riempiono di contenuti. Ma quando si arriva agli Europei o ai Mondiali, ci ricordiamo quale enorme cazzata abbiamo fatto e gridiamo allo scandalo. Dura poco però, perché poi la Serie A ricomincia e tutto passa…
Se pensate che io stia esagerando, date una occhiata a questa piccola ricerca che ho condotto nelle passate settimane. Ho monitorato le classifiche di vendita di Amazon, contando su 100 libri in classifica, quanti fossero autoctoni e quanti importati dall’estero e tradotti. L’ho fatto monitorando i maggiori siti nazionali che ha aperto Amazon: USA, UK, Germania, Francia, Spagna e Italia. I valori cambiano di poco, di giorno in giorno, quelle che vi propongo sono delle medie, delle tendenze che grossomodo danno l’idea dello stato in cui versano i mercati editoriali negli stati presi in esame.
Best sellers su Amazon USA: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon UK: 100% autori di lingua inglese (USA e UK)
Best sellers su Amazon Francia: 80% autori francesi, 20% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Germania: 70% autori tedeschi, 30% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Spagna: 55% autori spagnoli, 45% libri tradotti da altre lingue
Best sellers su Amazon Italia: 40% autori italiani, 60% libri tradotti da altre lingue
I numeri possono cambiare di qualche unità, ma le tendenze sono quelle che vi ho riportato sopra. Se andassimo ad analizzare le classifiche per genere, il dato italiano diventerebbe drammatico (quando Il Diacono era andato al numero 1 dei più libri horror più venduti su Amazon, solo il 5% dei libri in classifica era italiano…). Questo significa che può essere che negli USA o Inghilterra ci sia nella lista dei bestsellers un libro di un autore tradotto, ma è un evento raro. Non è la regola, come avviene nel nostro Paese. La tendenza è quella che vedete: gli americani vogliono leggere libri americani. E se non ci credete, vi racconterò un giorno di cosa voglia dire proporre un romanzo italiano negli USA. Ne so qualcosa e le risposte sono state illuminanti, credetemi.
Qualcuno più scettico potrebbe anche dirmi che questo succede solo per i best sellers, che magari ci sono migliaia di libri tradotti negli USA. Vero. Ma è interessante notare comunque come all’estero (vale anche in Francia e Germania) fra i best sellers, la percentuale di libri prodotti nella propria nazione sia maggioritaria rispetto a quelli tradotti. In Italia questo non accade e basta dare un’occhiata agli scaffali di una qualsiasi libreria per rendersi conto di come stiano davvero le cose. Tutto ciò ha origini lontane, lo potremmo far risalire alla reazione per il ventennio fascista e la chiusura a tutto quello che veniva dall’estero? All’entusiasmo per la liberazione a opera degli Stati Uniti? Alla voglia di sentirci anche noi americani che ci colse negli anni del dopoguerra e del boom economico?
Qualunque sia la ragione, è innegabile che tutti noi siamo a tal punto condizionati da trovare “provinciali” le storie ambientate in Italia e se i protagonisti non si chiamano John o Frank ci suona male. Siamo tutti figli di Salgari, forse? Preferiamo ambientare storie in paesi che nemmeno conosciamo piuttosto che fare come Stephen King che scrive quello che avviene nel cortile di casa sua? Se vi stupite di questa mia affermazione, significa che ho ragione. Siamo così condizionati che ci pare normale conoscere meglio Castle Rock di Milano.
In tutto questo discorso, badate bene, non ho mai parlato di qualità dell’oggetto libro. Non mi interessa. E non influisce minimamente su quanto vi sto dicendo. Ricevo costantemente libri di ogni tipo e genere e trovo talmente tanto ciarpame tradotto da avere la nausea per i prossimi 300 anni. Il fatto è che quando esce un libro italiano, questo viene vivisezionato e se non risulta meno che perfetto, spesso viene massacrato. La cosa potrebbe anche andarmi bene, se fosse una pratica estesa a tutto il mercato, ma così non è perché – vi garantisco – in commercio ci sono di quelle porcherie che gridano vendetta, in hard cover, con fascette eccezionali, reperibili ovunque, dagli autogrill ai supermercati e di questi volumi non troverete una sola riga di critica. Nè positiva né negativa. Silenzio. Questi libri hanno il loro mercato, vendono e gli editori sono convinti che vada tutto bene, quindi continuano a farli. Questo non significa che non bisogna recensire i libri o non dire che fanno schifo se fanno schifo: questo significa che ciò accade sempre per i libri italiani (numericamente limitati e quindi perfettamente monitorabili nel loro insieme), mentre è impossibile che avvenga per ogni libro made in USA che esce nel nostro paese.
Per ogni brutto libro italiano vivisezionato e massacrato, un migliaio di brutti volumi americani passano senza colpo ferire, vendendo senza che nessuno se ne accorga nemmeno.
E’ come se il mercato editoriale fosse un enorme Iceberg. C’è una piccolissima quantità di libri esposti alle intemperie, al sole che li scioglie, al vento che li consuma rendendoli poco appetibili, ma sotto il pelo dell’acqua, silenziosa e immane, c’è la massa di libri davvero importante e pericolosa, quella che schianta la fiancata del Titanic e lo affonda. Quella massa di libri che costituisce la spina dorsale e – drammaticamente – il vero problema dell’editoria italiana. Inarrestabile e per questo indispensabile, sommerso tanto che si stenta a percepirne le reali dimensioni, e per questo defilato. Sappiamo che c’è, la sotto, ma non ce ne curiamo. Preferiamo dare la colpa di ogni male a quei pochi libri esposti al sole e al vento lassù in cima.
La massa di libri tradotti è una zavorra incredibile. E’ vero, è comodo proporre libri già collaudati all’estero che arrivano da noi ammantati di un irresistibile fascino esotico, ma se da un lato questo può apparire come un risparmio e un vantaggio, dall’altro, alla lunga, si dimostrerà un costo letale. Cerchiamo di pensare all’industria editoriale americana e forse capiremo meglio: perché riescono a promuovere così bene i loro libri anche quando non si tratta di capolavori? Perché hanno più risorse dei nostri editori, mi pare evidente. E perché? Perché l’editore americano scopre talenti che gli costano poco o niente, non li deve tradurre sostenendo costi inutili, e li può promuovere per farli esplodere.
Ricordatevi: in editoria conta più la promozione che il contenuto. Purtroppo, direte voi. Se non sai che esiste quel bel romanzo in libreria, non lo puoi comprare. Ma se ovunque ti volti, vedi iniziative promozionali, allora alla fine cedi e corri a comprarlo. E questo accade indipendentemente dal passaporto dell’autore. Dire che gli italiani abbiano meno appeal, è falso. E lo dimostrano in maniera inoppugnabile due editori che in questi ultimi mesi stanno dimostrando come il marketing editoriale possa promuovere anche un autore italiano dando ottimi risultati in libreria. Pensate a Marsilio col romanzo di Roberto Costantinioppure alla Newton col romanzo di Marcello Simoni (ma anche con quelli della Ghinelli e di altri perfetti sconosciuti italiani che sono stati lanciati alla grande da un sapiente lavoro editoriale). Non è questione se il libro sia bello o brutto, ma se lo vuoi promuovere o no!
Ci sono autori stranieri che vengono pagati profumatamnte solo per poterseli tenere in catalogo, soldi che non saranno recuperati dalle vendite in libreria, ma che sono ripagati in prestigio. Autori americani pagati a peso d’oro perché del loro (brutto?) libro viene fatto un film e quindi garantirà visibilità. Che siano belli o brutti i loro libri, non importa quasi nulla: conta cosa riescono a garantire in termini di resa commerciale. Ora immaginate l’esordiente italiano, sconosciuto, magari di talento. Paragonatelo a uno dei due modelli di autore di cui sopra e chiedetevi: è una lotta ad armi pari?
Vi ripropongo integralmente l’articolo che due amici hanno a loro volta pubblicato a “blog unificati”: Giovanni Arduino e Lara Manni. Ve lo propongo così com’è perché non riuscirei a scrivere le stesse cose senza incazzarmi, quindi lascio lo spazio ai miei due amici-molto-zen (che spero non me ne vorranno per questo mio accodarmi all’iniziativa) e taccio. Son cose che fanno alzare la pressione, queste.
“Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”. Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).
Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.
Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni, la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate. E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.
Date: 21 ottobre, 2011 | Posted By: Andrea | Category: Libri | Comments: 0
Questa è una delle storie surreali che accadono nel nostro paese, dove tutto si incasina a tal punto che nessuno pare avere torto o ragione, e chi sta a guardare non può fare altro che sospirare esasperato. La storia (che sta montando di ora in ora) è riassumibile in poche righe:
Il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, sarà in vendita da mercoledì 19 ottobre, ma i librai sardi indipendenti hanno deciso di rinunciare allo sconto imposto del 25% dall’editore Rizzoli.
Fatta la legge trovato l’inganno, verrebbe da dire. E’ appena stata applicata la nuova legge sul libro, e già siamo agli sconti selvaggi e alle proteste. La storia è iniziata male e finirà peggio. Gli organi di stampa stanno ribattendo la lettera dell’associazione dei librai indipendenti. Ve la ripropongo e occhio ai grassetti…
«Caro Gianrico, i librai indipendenti della Sardegna hanno deciso di non vendere il tuo libro con lo sconto del 25%. Niente di personale, resta immutata la nostra stima nei tuoi confronti, così come non cambierà il grande affetto dei lettori sardi verso di te e del tuo nuovo libro. Ma siamo stati messi di fronte a un vero e proprio ricatto da parte del tuo editore, che non ci ha avvisato dell’intenzione di “svendere” il tuo nuovo libro applicando uno sconto che normalmente si riserva alle collane di libri già in catalogo, e soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”. Siamo di fronte al classico inganno che il tuo editore ha pensato di trovare subito dopo l’applicazione della legge sul libro, legge per l’approvazione della quale tu ti sei speso tanto, a difesa di editori e librai non omologati, e più in generale per garantire la massima diffusione di tutti i libri, di tutti gli scrttori, non solo quelli di proprietà dei cinque grandi gruppi editoriali italiani. Noi non possiamo applicare quello sconto, che invece la grande distribuzione può tranquillamente sopportare grazie alle percentuali quasi doppie rispetto alle nostre con cui acquista i libri dai grandi editori»
Letto? Bene.
In giro per la rete, già si leggono commenti di questo tono: “I librai piccoli devono sparire, sono anacronistici, stanno danneggiando i lettori e li obbligano a spendere di più!“.
Questo è il ritornello più diffuso. Ma hanno davvero torto marcio i librai sardi? Va da sè che con questa mossa rischiano l’autogol d’immagine, ma quello che mi interessa di più è capire come questi fatti ci siano dati in pasto. Mi chiedo come mai nessuna delle testate giornalistiche impegnate nella querelle provi ad analizzare un po’ i fatti.
Io qualche domanda me la sono posta. Per esempio, mi chiedo come mai siano i librai indipendenti Sardi a fare partire questa rivolta. Forse la loro associazione è più coesa delle altre? Forse la loro situazione economica è peggiore delle altre? Perché nessun giornalista di nessuna testata ci ha tenuto a spiegare questa singolarità? Che diavolo succede proprio in Sardegna?
Chissenefrega, direte voi, ma è la prima volta che succede una cosa simile. Voi non siete curiosi di sapere perchè? Io sì… E già che ci siamo: c’è qualcuno che voglia indagare come questo sconto sia “digerito” altrove in Italia? Va bene a tutti? Sono tutti sulla stessa barca?
Nonostante siano domande interessanti, sono questioni di poco conto se paragonate alla totale assenza di commenti critici su questo comunicato. E’ ovvio che messo così, sia parecchio irritante per i lettori che vedono sfumare la possibilità di risparmiare 4,75 euro sul prezzo di copertina. Non hanno tutti i torti, ma vi invito a pensare a questa situazione:
Sotto Natale, la libreria Pincipallo decide di scontare tutti i libri in vendita del 25%. Il titolare della libreria si augura di vedere un fiume di gente comprare quei libri scontati. Però, dopo aver pubblicizzato la campagna sconti, riunisce i suoi commessi e annuncia che data la promozione, i loro stipendi per quel mese saranno decurtati del 25%. Un quarto del totale.
E’ ingiusto, dite? E perché mai? Il libraio, scontando i suoi libri del 25%, incasserà meno e quindi è giusto risparmiare qualcosa, no?
No. E’ ovvio che non è giusto.
Perché se fai una promozione per vendere il tuo prodotto, sei tu a doverti fare carico degli oneri. Funziona così. Eppure alle librerie indipendenti è stato imposto di guadagnare meno. O di non vendere quel libro se non possono sopportare questo sconto..
“soprattutto non ha applicato alle nostre librerie quel sovrasconto che deve garantire anche alle piccole e medie librerie di poter partecipare a questa “promozione”.
Lasciate perdere che si parli di libri, ma da che mondo è mondo, in ogni comparto merceologico, se un produttore del bene X attiva una campagna promozionale sul bene X, di solito pratica ai rivenditori uno sconto extra sul normale prezzo di acquisto in modo da rifonderli di questa promozione. Se si pubblica un libro che costa 19 euro, alle librerie si pratica il consueto sconto su questo prezzo di copertina, e appena arriva sugli scaffali, l’editore annuncia che quel libro si deve vendere col 25% di sconto, i librai hanno ragione a incazzarsi, perché la cosa più elementare sarebbe quella di dire: caro editore, perché lo sconto che mi pratichi è sui 19 euro di copertina e non sui 14,25 a cui il libro sarà effettivamente venduto?
Lo so, magari siete ancora fissi sul chissenefrega, ma credo che questo modo di fare sia piuttosto incomprensibile. E’ un po’ come annunciare ai quattro venti che si vuole diventare donatori AVIS, ma poi mandare un amico a fare il prelievo. Una specie di armiamoci e partite, insomma…
Forse questa è una manovra per levarsi di torno le piccole librerie, le librerie indipendenti. Non lo so. La protesta delle librerie sarde, per di più, suona ridicola, perché potranno anche vendere a prezo pieno i loro libri, ma Amazon – se non sbaglio – appare anche sui server dell’isola, quindi state tranquilli che i lettori più sgamati non metteranno nemmeno piede in libreria. L’unica cosa certa è che in questa faccenda nessuno ci fa una grande figura.
Come troppo spesso accade in Italia negli ultimi tempi…
Adesso vogliono pure devastare gli zombie. Il romanticume dilagante e farlocco, si sta inesplicabilmente cibando di tutto l’immaginario orrorifico che fino a qualche anno fa era di nostra esclusiva (e amorevole) competenza. Dopo aver pasteggiato coi vampiri, rendendoli talmente indigesti da risultare insopportabili, aver piluccato con Angeli, Demoni, Streghe e Licantropi, pare che raschiando il fondo del barile si sia avventato sugli zombie. Lo so, la mente vacilla dinnanzi a una simile eventualità, ma se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, capirete che è peggio di quanto sembri.
Il romanzo che il 28 ottobre sarà edito anche in Italia (sì, anche qui, non c’è scampo) si intitola WARM BODIES. Corpi caldi. E parla di zombie. Morti viventi. Già dal titolo, si subodora il sentore di sonora cazzata. Ma è un bene che sia così, in questo modo da subito capiamo con cosa abbiamo a che fare. Il libro ha già fatto sfracelli negli USA, tanto che ne stanno ricavando un film. Com’è ovvio aspettarsi, sarà un successo anche da noi, perché si sa, abbiamo un coefficiente di resistenza alla penetrazione dei fenomeni mediatici d’oltre oceano pari alla temperatura dell’inverno siberiano.
Ma leggiamo qualcosa a proposito di questo volume (copiando e incollando dal sito dell’editore, lo stesso di Twilight…):
Il primo romanzo che vi farà innamorare di uno zombie. R è un ragazzo in piena crisi esistenziale: è uno zombie. Non ha ricordi né identità, non gli batte più il cuore e non sente il sapore dei cibi, ma nutre molti sogni. La sua capacità di comunicare col mondo è ridotta a poche, stentate sillabe, ma dentro di lui sopravvive un intero universo di emozioni. Un universo pieno di stupore, di nostalgia. Un giorno, mentre ne divora il cervello, R assaggia i ricordi di un ragazzo. Di lì a poco, per lui cambierà ogni cosa; intreccia una relazione con la ragazza della sua vittima, Julie, e sarà per lui un’esplosione di colori nel paesaggio grigio e monotono che lo circonda. Perché l’amore per lei lo trasformerà in un uomo (e in un morto) diverso, più combattivo e consapevole.
Di qui avrà inizio una guerra feroce contro i suoi compagni d’un tempo, e una rinascita, le cui conseguenze saranno del tutto inimmaginabili… Divertente, dark, forte di una scrittura acuminata e intelligente, Warm Bodies esplora cosa accade quando il freddo cuore di uno zombie viene tentato dal calore dell’amore umano.
I grassetti sono miei. Le “perle” narrative, invece, dell’autore del romanzo. Dichiaro qui, subito, che – contrariamente a quanto sostengo da una vita – non c’è bisogno di leggere il libro per capire che trattasi di boiata furibonda. Il mio sesto senso e mezzo di ragno schiacciato, al solo leggere di un ragazzo in piena crisi esistenziale perché è uno zombie, mi urla di emigrare in un paese dove questa roba non possa raggiungermi. Mai. Vi prego: posso arrivare a digerire che un vampiro sbrilluccichi e si innamori del suo pasto, ma che uno zombie, un cadavere che cammina, abbia crisi esistenziali, davvero, mi fa male al cuore.
E io, al contrario del suddetto morto, un cuore che batte ce l’ho ancora.
«Mai avrei pensato di potermi innamorare così tanto di uno zombie». Stephenie Meyer
Signora Meyer, taccia, la prego. Abbia pietà, di casini ne ha già combinati abbastanza, si accontenti e lasci fare.
Dicevamo, il cuore. Il cuore che non batte nel petto dello zombie dovrebbe fare il paio con un cervello andato in pappa, in grado al massimo di far deambulare il morto in cerca di umani da straziare e farlo ruggire sgraziato e rumoroso. Puro istinto, insomma. E istinto malefico, se capite quello che voglio dire. Già questa è una cosa che prendiamo per buona, inverosimile ma accettabile. Ora, se mi parlate di un ragazzino zombie che avrebbe bisogno dei consigli della rubrica della posta di Cioè perché in piena crisi esistenziale post-mortem, come diceva Flaubert: io mi incazzo. Se mi dite che nutre molti sogni a me viene la bava alla bocca. Se insistete dicendo che dentro di lui sopravvive un intero universo di emozionimi viene voglia di prendervi la testa tra le mani e tenervela stretta mentre vi urlo in faccia: “Mi spieghi di cosa cazzo stai parlando?!?”
«Warm Bodies è una lettura grandiosa». Josh Bazell, autore del bestseller Vedi di non morire
Vedi di non rompere, Josh.
La cosa che più mi terrorizza di questo libro, è la spaventosa somiglianza con Twilight. Ecco perché Stephenie Meyer è la più grande supporter di questo romanzo, tanto da averne fatto acquisire i diritti alla stessa casa di produzione cinematografica della saga di Twilight. La signora lo ha letto, poi ha esclamato: “Oh Jesus! E’ meraviglioso! E’ uguale al mio romanzo!”
In effetti c’è un morto che cammina (qui lo zombie, là un vampiro) che invece di divorarsi la disadattata di turno, se ne innamora, senza se e senza ma. La sua vita cambia e decide di rinnegare la sua natura combattendo contro i suoi simili pur di fare trionfare l’ammmore. Paro paro Twilight.
Se questo fragile canovaccio poteva reggere coi vampiri della Meyer grazie alla fama di seduttori di cui da sempre godono i succhiasangue, con gli zombie di Marion il tutto diventa così assurdo da essere doloroso. No, dico, immaginate la scena… Lui (in rapida e nauseante decomposizione) va al cinema con la sua lei. Emozionati, contano di darsi il primo bacio e sul più bello, due file più indietro…
“Hey, chi cazzo ha fatto entrare nel cinema un muflone bagnato? Santoddio aprite le finestre che si muore dalla puzza!“
E’ così che deve andare, lo sapete anche voi. Ogni altra invenzione è una sciocchezza. E poi, lasciatemi dire che appena ho letto della storia d’amore tra lo zombie e la ragazza, la prima cosa che mi è venuta in mente è un siparietto triviale ma illuminante…
- Amore sono eccitatissimo, dai facciamolo! - Sei sicuro? Sicuro sicuro? - Sì, sì, dai… infila la mano nei boxer e delicatamente… - OPS! - E che cazzo! Ti avevo detto di farlo delicatamente! - Ma io sono stata delicata, solo che… m’è rimasto in mano! E Adesso? - Aspetta che ho il nastro isolante in tasca…
Vedete, se c’è una cosa su cui possiamo contare è che gli zombie sono schifosi. Sono lividi, smunti, dementi, puzzano di carogna perché sono carogne. Gli zombie si decompongono e perdono pezzi. Sì, anche quei pezzi! E se già ci siamo dovuti sorbire vampiri-non-trombanti, l’idea di un manuale di sesso per non morti non ci entusiasma. Siamo all’apoteosi della sublimazione dell’astinenza come rappresentazione dei timori adolescenziali nei confronti del sesso. Qui non lo puoi fare se no il partner si smonta.
E non parlo di calo del desiderio.
Perde proprio i pezzi.
Ma alla macchina dell’intrattenimento cazzaro made in USA questo non importa. Ci diranno che è una commedia romantica che indaga sui timori e le ansie comuni alla popolazione giovanile. Sì, certo, e io sono Pamela Anderson. La metafora, per quanto facile, necessita di un supporto degno. Un cadavere putrefatto non è degno per niente. Lo zombie è un tragico simbolo della spersonalizzazione delle masse, è il simbolo della morte che prevale sulla vita, è l’ossessione del diverso che invade le nostre città e le consuma. Questa trovata dello zombie illanguidito che vede la sua vita riempirsi di colori, davvero, non ce la meritavamo.
Ricordatevelo quando andrete in libreria. Ogni copia di Warm Bodies venduta fa piangere un povero zombie…