Betelgeuse sta per esplodere! (forse)

Date: 06 marzo, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame  |  Comments: 3

La stampa italiana è straordinaria. Si innamora di qualsiasi sciocchezza arrivi dagli USA o di qualsiasi pettegolezzo circolante sulla rete e lo spaccia come verità assoluta. Ne abbiamo esempi tutti i giorni, e oggi me n’è capitato sotto mano uno nuovo: l’esplosione di Betelgeuse, una supergigante rossa della costellazione di Orione.

La notizia sta rimbalzando (di nuovo) sui social network all’urlo di “La terra avrà due soli!” riprendendo una news battuta da Affaritaliani.it proprio stamattina:

Secondo lo scienziato australiano Brad Carter, una delle stelle più luminose della costellazione di Orione, chiamata Betelgeuse, sarebbe prossima ad un’esplosione che la trasformerebbe in supernova, col risultato che per una o due settimane il nostro pianeta Terra potrebbe avere una sorta di secondo Sole che, di fatto, farebbe sparire la notte. E il tutto potrebbe avverarsi entro la fine del 2012, ma in Cina l’hanno già visto…

Ora, come sapete, io non faccio l’astrofisico ma sono un appassionato della materia. E dell’esplosione di Betelgeuse avevo già sentito parlare. Il punto è che la notizia – in buona sostanza – è una bufala, dovuta a un malinteso. Capita, direte voi. Sì, ma questa cantonata l’aveva già presa il Corriere della Sera a gennaio! Io mi chiedo: siamo a Marzo e ancora circola questa “falsa” notizia? Ma soprattutto, visto che Google è accessibile a tutti, nessuno dei giornalisti che in questi giorni stanno ribattendo la notizia su un numero importante di siti ha pensato di fare una ricerchina impegnando dai 15 ai 30 secondi del proprio tempo?

Vediamo quindi che molto prima di Affaritaliani.it, anche Blitzquotidiano.it il 24 gennaio scriveva:

La previsione dell’astrofisico Brad Carter dell’università del Queensland, Australia, ha un retrogusto ‘apocalittico’: nel 2012 la Terra potrebbe essere illuminata da ‘due soli’. La stella supergigante rossa Betelgeuse, nella costellazione di Orione, è la nona più brillante nel cielo notturno ed è ormai agli stadi finali della sua vita, che terminerà con l’evoluzione in supernova.
Il ‘presagio’ di questa sua evoluzione, che implica un’esplosione violenta che illuminerà il cielo anche di notte e sarà visibile dalla Terra per una settimana o forse due, dipende dalle osservazioni degli astrofisici, che hanno evidenziato come la stella, molto massiccia, stia espellendo gran parte della sua massa a grande velocità, chiaro sintomo di un collasso gravitazionale ‘imminente’.

In questo caso, l’articolo prosegue poi con un pippone sui Maya che davvero non si capisce cosa diavolo abbia a che fare. Anche Tiscali.it il 26 gennaio parlava della esplosione imminente ma grazie al cielo, aggiungeva un paragrafo che metteva in dubbio la notizia:

Non tutti concordano con Carter – Massimo Turatto, direttore dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Trieste, non esiste modo di prevedere quando Betelgeuse esploderà. “Sappiamo con certezza che stelle di questo tipo al termine della loro evoluzione si autodistruggono. Tutto il materiale viene espulso nello spazio interstellare a una velocità di 30mila chilometri al secondo e si sprigiona una quantità impressionante di energia. Alla fine, al posto della supergigante rossa si formerà una stella di neutroni estremamente compatta o, in alternativa, un buco nero. Betelgeuse è una supergigante rossa ormai in fase terminale, ma potrebbe morire domani come fra milioni di anni”. Secondo alcuni, inoltre, l’esplosione non darà vita ad un “secondo sole”: sarebbe al massimo il terzo corpo celeste temporaneamente più luminoso in cielo, dopo la Luna e la nostra stella.

Insomma potrei andare avanti così per molto, ma il senso resta questo: a Gennaio sono stati molti i siti a prendere questa cantonata. Tuttavia a Marzo, parlare ancora di esplosioni imminenti di Betelgeuse è davvero inconcepibile, visto che, tra l’altro, la notizia è stata ampiamente smentita a dopo la sbornia di entusiasmo generata dal malinteso. Cercando su Google, chiunque incapperebbe ad esempio in questo link: Aiuto, scoppia Betelgeuse! (ma è una bufala). L’articolo è del 7 febbraio scorso e dice chiaro e tondo:

Il 24 gennaio scorso un articolo sul “Corriere della Sera” annunciava la possibile esplosione della stella Betelgeuse nel 2012. Si trattava in realtà di una bufala, nata dal fraintendendimento di alcune dichiarazioni del fisico australiano Brad Carter. Betelgeuse è una supergigante rossa e prima o poi diventerà una supernova. Ma che accada nel prossimo anno è del tutto improbabile, e comunque nessuno è in grado di fare una previsione del genere.

Insomma, come troppo spesso accade, le bufale circolano a una velocità folle, e sono inarrestabili, perché anche dopo essere state smascherate, tornano periodicamente ad affacciarsi sul web, che ha memoria storica brevissima e continua a proporre e riproporre sempre le solite minchiate.

Prima di lasciarvi, vi propongo uno stupendo video dove si comparano le dimensioni degli oggetti celesti conosciuti. Guardatelo a tutto schermo e con l’audio, possibilmente. Ne vale la pena.

I bagagliai di Tarantino

Date: 03 marzo, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Cinema, Immagini e Foto  |  Comments: 2

AFS (Addams Family Syndrome)

Date: 29 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comments: 2

Oggi sono costretto a parlarvi di una pandemia inarrestabile, la AFS, un flagello che da decenni miete migliaia di vittime nel disinteresse generale. E’ una sindrome subdola, che tuttavia può essere riconosciuta con relativa semplicità. Colpisce solitamente scrittori, giornalisti e critici appartementi al fenotipo “mainstream” e provoca in tali soggetti un difetto di percezione. In poche parole, fa sì che questo gruppo di individui, una volta contagiato dalla AFS, osservando dei loro simili appartenenti al fenotipo “fantastico” non riescano a riconoscerli come esseri umani impiegati in attività culturali di genere diverso, ma li vedano solo e solamente così:

Vi faccio un esempio che forse chiarirà meglio gli effetti di tale sindrome. L’autore PANCRAZIO SUPEREGO – autore di fortunati romanzi storici, sociali, impegnati politicamente e recensiti sulle maggiori testate nazionali – ogni volta che vede un gruppo di persone intente a discutere di argomenti attinenti – ad esempio – l’horror, non riesce a percepire queste persone come suoi simili intenti a svolgere un’attività culturale degna di rispetto, perché il suo cervello affetto dalla AFS distorce la realtà a tal punto che ai suoi occhi incolpevoli, queste persone appariranno negli eccentrici panni di Gomez, Morticia e Zio Fester, intenti a combinare chissà quale stramberia da freaks.

PANCRAZIO SUPEREGO, quindi, si comporterà esattamente come uno dei tanti vicini di casa Addams, nella fiction. Li osserverà dalla finestra sbalordito, magari andrà a far loro visita chiedendo cortesemente di smetterla di dissotterrare cadaveri in giardino e puntualmente tornerà a casa sconvolto dall’accoglienza del maggiordomo Lurch. Magari fuggirà anche urlando di terrore. Questo, ovviamente, sotto gli occhi attoniti degli appassionati di horror di cui sopra, che tale e quale la coppia Gomez e Morticia, guarderanno il malcapitato visitatore che fugge urlando e si domanderanno: “Ma cosa diavolo aveva da strillare tanto?” Impossibile per questi capire il terrore negli occhi di PANCRAZIO SUPEREGO, perché il problema non è loro: sta tutto nella testa di Pancrazio. E’ L’AFS che gli mostra una realtà distorta, nascondendo ai suoi occhi la verità.

Esiste una cura per questa terribile malattia? Sì, esiste. Ma è un vaccino assai raro e non ancora approvato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, basato su una molecola conosciuta con la siglia “SCAM” sintetizzata dalle proteine “Studio della materia“, “Conoscenza“, “Apertura Mentale“. Mi chiedo cosa aspetti l’OMS ad approvare la SCAM consentendo in questo modo la vaccinazione di massa di tanti intellettuali prima che sia troppo tardi, ma mi rendo conto che gli interessi in ballo non siano tali da poter giustificare i costi della ricerca e produzione. Alle grandi aziende farmaceutiche non importa nulla, in fondo, del destino di quella minoranza appartenente al fenotipo “fantastico“, soprattutto nella versione “horror“. Più facile continuare a escluderli da qualsiasi circolo culturale perché inorriditi dall’aspetto loro fallacemente attribuito dall’AFS, piuttosto che curare i malati con la SCAM.

Non resta quindi che consigliare ai soggetti più indifesi, cioè coloro che saranno oggetto della visione distorta provocata dall’AFS, di studiare i sintomi così da riconoscere questa sindrome in ogni sua perniciosa manifestazione: in questo modo, noi sapremo che la persona che abbiamo davanti altri non è che uno sfortunato essere umano afflitto da una terribile malattia e non lo apostroferemo come pensiamo meriti, quando il soggetto ci tratterà come fossimo dei pazzi, né lo apostroferemo come vorremo quando il soggetto afflitto da AFS sparerà una sonora cazzata sul nostro genere preferito.
Egli non sa. Non può sapere né vedere. E va perdonato per questo.

Quindi laddove voi leggiate definizioni quantomeno offensive riguardo il genere che prediligete, se vedete a esso attribuita l’infamante definizione di GHETTO (anche se il soggetto malato tenti di addolcire tale definizione aggiungendo il solito raffermo paio di virgolette e qualche infantile excusatio non petita), o se sentirete pontificare sulla distinzione tra LETTERATURA e NARRATIVA, tra REALE e FANTASTICO, sappiate che siete di fronte a una persona malata. Trattatela quindi con l’accondiscendenza e le attenzioni che egli merita, sorridendogli amichevole e facendogli capire che sì, ha ragione lui. Va tutto bene e le cose sono esattamente come dice.

Non cercate di strapparlo dalla visione deformata della realtà che appare ai suoi occhi, potrebbe essere pericoloso. Sarebbe come svegliare un sonnambulo. Accuditelo amorevolmente e lasciatelo fare. Passerà…

Diffondi questo messaggio. Pubblica questo banner. Aiutaci a diffondere la consapevolezza che la AFS è una malattia e che come tale vada curata! Non lasciare tanti intellettuali italiani soli con loro stessi, aiutiamoli!

Tre anni di studio per sparare una cazzata

Date: 16 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame, Riflessioni  |  Comments: 3

Come ogni mattina, anche oggi ho dato un’occhiata ai siti dei quotidiani online per sapere se durante la notte è arrivato o no l’Armageddon (mai farsi trovare impreparati) e spulciando tra le news, ho visto questa:

Per la pupazza, mi sono detto. Andiamo a leggere di che diavolo si tratta.

un team della Washington University di St. Louis ha condotto un esperimento particolare, nel quale la dottoressa Jill Shelton (a capo dell’équipe di scienziati) si è mescolata agli studenti di un’affollata lezione di psicologia della Louisiana State University (Lsu), lasciando suonare il cellulare nella borsa per 30 secondi buoni. Risultato: i voti ottenuti dagli studenti nei test eseguiti dopo la distrazione sonora sono stati peggiori del 25%, con la percentuale destinata ad aumentare quando il disturbo musicale veniva accompagnato dalla frenetica ricerca del dispositivo nella borsa da parte della studiosa.

Leggo, poi rileggo una seconda volta e un po’ in ansia, proseguo nella lettura, sempre più sconvolto.

«Molti considerano la suoneria del cellulare che squilla in un posto pubblico solo come un disturbo fastidioso», ha spiegato Shelton nello studio durato tre anni e pubblicato sul Journal of Environmental Psychology, «ma la nostra ricerca conferma che questi rumori possono avere un impatto negativo anche nella vita reale, perché queste apparentemente innocue distrazioni influiscono, e tanto, anche sulla nostra capacità di apprendimento»

Giunto alla fine dell’articolo, mi sono chiesto: ma questi scienziati americani, hanno davvero impiegato tre anni per scoprire che le suonerie dei cellulari rompono i coglioni?

E subito dopo, un altro pressante interrogativo si è fatto strada nella mia mente sconvolta: ma il sito del più importante quotidiano nazionale deve proprio diffondere in  maniera del tutto acritica queste cazzate siderali?

Son domande eh.

A questo punto, invierò la mia richiesta alla Washington University di St. Louis al fine di finanziare una mia nuova serie di ricerche, e conto sull’appoggio del Corriere per diffondere i risultati dei miei studi dando a essi il massimo rilievo possibile. Vi anticipo le materie su cui concentrerò i miei sforzi per i prossimi 15 anni:

  1. Suonare il clacson di notte, per un’ora e mezza, sotto casa vostra, causerà l’interruzione del sonno e lo scarso rendimento sul lavoro il giorno seguente?
  2. Urlare ininterrottamente in faccia al proprio avversario durante una partita a scacchi, spezza la sua concentrazione provocandone la sconfitta?
  3. Sparare con una mitragliatrice Gatling in piazza San Pietro durante l’Angelus, provoca ansia, disordini sociali e l’intervento delle forze anti terrorismo?

Credo che per cominciare, un paio di milioni di euro, come finanziamento, possano bastare. Grazie.

 

Gli scrittori horror…

Date: 14 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Immagini e Foto  |  Comments: 0

La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

Chi si nasconde dietro la maschera?

Date: 23 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Cinema  |  Comments: 0

La Spagna e i suoi casi editoriali…

Date: 16 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane, online, si sta riacutizzando la polemica contro l’Editoria a Pagamento. Si sollevano voci a sostegno del Self Publishing, voci contro la chiusura del mondo editoriale, insomma, le solite cose. Causa la mia endemica pigrizia, non ho voglia di farvi tutta la spiega e ripercorrere ogni tappa, ma una cosa voglio segnalarvela. Una cosa curiosa: decidete voi come interpretarla. Mi è arrivata una mail, proprio stamattina, un comunicato stampa da parte di un editore italiano. Ve lo copio e incollo integralmente:

 

Eloy Moreno

autore del romanzo autopubblicato che ha scalato le classifiche in Spagna

RICOMINCIO DA TE

(Casa Editrice Corbaccio)

Dal self-publishing al più grande gruppo editoriale spagnolo il romanzo che ha scalato le classifiche in Spagna: oggi all’11a edizione

«Ricomincio da te conferma che i miracoli editoriali esistono.»
Qué Leer

 

IL CASO EDITORIALE

Dall’autopubblicazione alle 10 edizioni in pochi mesi grazie solo a lettori e librai

Quando Eloy Moreno ha messo la parola fine al suo romanzo, ha capito di aver scritto un libro importante, ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui.
Di libreria in libreria, ha entusiasmato i lettori e convinto i librai: dai recessi più scuri degli scaffali più irraggiungibili, ha visto avanzare il suo libro fino ad arrivare fianco a fianco con quelli di Saramago… Solo grazie all’aiuto dei librai di Barcellona e poche altre città ha venduto 3.000 copie. Le case editrici incominciano a interessarsi al nuovo fenomeno.
Ricomincio da te viene acquistato dalla prestigiosa Espasa. Con i suoi 150 anni di storia alle spalle e la sua vocazione all’alta letteratura così come ai bestseller di oggi, pubblica autori come Luís Sépulveda e Mario Vargas Llosa, premio nobel per la letteratura nel 2010.
Il 13 gennaio 2011 il libro esce per Espasa con una tiratura di 60.000 copie.
Ricomincio da te scala le classifiche della Casa del libro, una delle librerie più importanti di Spagna, dove rimane per mesi e intanto colleziona più di 2.500 giudizi positivi sul sito www.elboligrafodegelverde.com
Il romanzo viene venduto a Taiwan, in Catalogna e in Italia e sono aperte trattative per USA Francia, Germania, Portogallo, Olanda.

Gennaio 2012: esce in Italia Ricomincio da te.

Letto tutto? Bene, adesso veniamo alle mie considerazioni. La prima cosa che ho pensato è stata: va bene, è un caso editoriale in Spagna. Subito gli editori italiani ci si sono buttati… I soliti esterofili!
In Italia una cosa del genere non sarebbe mai successa…
Poi ci ho riflettuto un attimo e ho ricordato che non è così. Anche in Italia ci sono stati casi di autori pescati su blog e forum da editori assai curiosi. Autori poi pubblicati anche presso illustri editori. Quindi la faccenda del “succede solo all’estero” l’accantoniamo, per il momento.

Eloy Moreno, però, non ha pubblicato su un blog, come invece aveva fatto il suo predecessore, sempre spagnolo Manel Loureiro. Eloy Moreno, ci dice l’ufficio stampa di Corbaccio, finito il libro “ha deciso di pubblicarlo a sue spese e di distribuirlo lui“. Ho provato a cercare online se fosse specificato esattamente come abbia stampato il libro (cioè se ha fatto ricorso a un servizio online tipo LULU.com, se è andato in tipografia o se si è rivolto a un Editore a Pagamento), ma non ho trovato chiarimenti soddisfacenti.

Nemmeno sul blog di Moreno questa cosa è chiara (ammetto di non parlare fluentemente lo spagnolo, quindi può darsi che mi sia sfuggito il senso di qualche frase), ma quello che ho capito è che Moreno ha fatto quello che in Italia, molti giudicherebbero assai disdicevole. Vale a dire: ha promosso il suo libro. Personalmente. Ha convinto una libreria a tenere delle copie del suo libro e poi sapete cosa ha fatto? Si è piazzato fisicamente davanti alla libreria, con dei segnalibri in mano, e ha iniziato a fermare le persone, ha parlato loro del libro… Scandalo! Diciamocelo, non credo che in Italia una cosa del genere avrebbe successo (già se sulla tua bacheca di Facebook, o sul tuo sito, parli una volta di troppo del tuo libro, c’è gente che sbuffa), ma lasciamo perdere il vecchio stivale e concentriamoci sulla Spagna.

Ha prima iniziato con una libreria di quartiere, e poi ha tentato di abbordarne una più grande. Molte di queste all’inizio lo hanno rimbalzato dicendogli che non stava passando per i canali appropriati, ma Moreno dev’essere un martello pneumatico (e probabilmente dev’essere assai simpatico, perché di solito, i martelli antipatici finiscono scortati fuori dalla sicurezza), tanto che alla fine ha convinto anche una grande libreria a tenere il suo romanzo. E non si è fermato, è andato avanti a promuovere il volume, libreria per libreria…

Salta subito all’occhio che il ragazzo debba avere un sacco di tempo libero. Probabile che faccia solo questo nella vita, il che fa di lui un privilegiato, non si discute, e rende difficile replicare questo modello promozionale. Però il caso resta interessante lo stesso. Non mi stupisco che un grande editore spagnolo abbia poi deciso di pubblicarlo, né che abbia deciso di farlo anche l’editore italiano. Il perché è semplice: il ragazzo ha una storia alle spalle e questa storia, la stessa che vi ho appena raccontato, è promozione. Pura e semplice. Chi deve parlare di libri, ha qualcosa da raccontarvi oltre al libro stesso, e visto che i giornali dei libri parlano poco e male, ma gradiscono le storie, ecco qui per voi una bella storia servita su un piatto d’argento.

Certo che la Espasa tiri 60 mila copie del suo libro, lascia stupiti. Che i diritti di questo libro siano stati venduti all’estero ancora prima dell’uscita del romanzo presso un grande editore, lascia ancora più stupiti. Mi chiedo: se non ci fosse stata tutta questa avventura alle spalle del libro, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì. Credo che (come ho suggerito poco fa) si stia vendendo la storia dell’autore più che la storia contenuta nel romanzo. E ancora: questa vicenda, ci insegna che autoprodursi sia un bene?

Ecco, credo che questa sia la questione più spinosa.
Perché questa vicenda diventerà nei prossimi mesi il cavallo di battaglia del self publishing e degli editori a pagamento. Perché comunque Moreno abbia pubblicato (o stampato) il proprio libro, la differenza vera l’ha fatta la sua personalissima “strategia di marketing“! A lui interessava avere fisicamente il libro e portarlo nelle librerie, poi interagire coi suoi lettori potenziali, senza mollare mai. Come abbia stampato il libro è del tutto ininfluente. Ha semmai più importanza com’era scritto, è ovvio, perché fosse stato pessimo, non sarebbe bastato nemmeno darsi fuoco fuori dalla libreria.

Non credo che pagare per pubblicare sia una soluzione, qualsiasi sia la fonte di esborso. Lo so che magari voi fate differenza tra un editore a pagamento e Lulu.com, ma la verità è che senza l’adeguata promozione, non ha senso nessun tipo di pubblicazione, sia che paghiate un editore o che siate pagati per scrivere. Il punto è che stiamo andando incontro a un periodo di forte transizione e nessuno potrà prevedere come evolverà la situazione. Credo perciò che in questo momento, non ci sia una sola verità, ma tante diverse interpretazioni possibili. L’autopubblicazione, gli ebook, l’editoria a pagamento, i piccoli editori, i grandi editori… mai come oggi tutto è stato così fluido, così cangiante. Così confuso. Vi potrei dire oggi “le cose stanno così e vanno fatte cosà!“, e verrei smentito domani. Questo non significa che non si debbano avere opinioni, ma che forse, le tante guerre di religione che si stanno combattendo a proposito del come pubblicare, non abbiano ragione d’essere.

Io credo che l’Italia sia un paese diverso dalla Spagna e che i due casi spagnoli che vi ho appena citato, non sarebbero esattamente riproducibili nel nostro paese. Tuttavia, qualcosa del genere è accaduto e potrebbe ancora accadere. Mi sento di dire a chi mi leggerà: state attenti a non mettervi in mano ai troppi furbi che ci sono nell’ambiente, ma se siete determinati, cercate la vostra via. Io credo che detto questo, ognuno poi debba scegliere in totale autonomia. Non ho paura di avere dubbi né di coltivarli, non mi fanno sentire più insicuro, solo più ricettivo. Drizzo le antenne e ascolto… Il tempo passa, le situazioni evolvono, tutto cambia, tutto scorre. Il cambiamento è sempre difficile da accettare, ma basta non pensarci e lasciarsi trascinare dalla corrente.

Vediamo un po’ dove andiamo a finire…

 

 

 

Buoni propositi per l’ultimo anno che ci resta da vivere? Nemmeno per idea: 10 cose che non farò nemmeno morto…

Date: 12 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Roba mia  |  Comments: 8

A gennaio è tutto un fuoco d’artificio luminoso, colorato e rumoroso: un sacco di gente ci spiega per benino quello che farà o vorrebbe fare nel nuovo anno, che ci dice per filo e per segno cosa ha in cantiere e cosa spera di mettere in produzione. Io che sono rigorosamente contrario a qualsiasi tipo di pianificazione e programmazione che vada al di là della mezza giornata (e già se mi chiedete “cosa fai nel week end?” mi girano un po’ le balle), vi posso dire cosa sicuramente non farò nel 2012. Perché tanto, a dire quello che vuoi fare, ci smeni sempre. La sfiga è una zozzona inguardabile dall’udito finissimo. E poi se dici che farai qualcosa, ti tocca farla davvero.
Ed è troppa fatica.

10. Non scriverò quello che il mercato editoriale vorrebbe che io scrivessi.

Ci vuole troppo impegno per fare qualcosa che non ti piace solo per seguire quello che la gente si aspetta che “tu” (inteso nell’accezione più generica possibile) faccia. Non giudico quanti sono in grado di scrivere a comando ogni cosa che venga loro richiesta, ma nemmeno mi potete chiedere di apprezzarlo nè di condividerlo. Trovo particolarmente irritanti tutti quegli autori che si nascondono dietro a dichiarazioni di comodo del tipo: “Questo non è un romanzo di genere“, “volevo trascendere il genere“, “la mia intenzione è di smontare e rimontare i meccanismi del bla bla bla…”
Bello mio, se devi stare a spiegare il perché e il percome, significa che non hai la coscienza pulita. Se avessi scritto quello che volevi scrivere, non dovresti difenderlo con frasi del tipo “io non volevo fare, io non volevo dire”, perché il romanzo dovrebbe bastare per dire tutto quello che volevi dire. Cazzo, hai buttato su carta un milione di battute (spazi compresi) e hai ancora bisogno di spiegarci cosa diavolo hai scritto? Se te ne vergogni, significa che non ne eri convinto.
Quindi spiegami chi diavolo te lo ha fatto fare.

9. Non scriverò un romanzo di genere per poi dire che non volevo scrivere un romanzo di genere e il mio prossimo romanzo sicuramente non sarà di genere.

E’ una delle varianti al punto 10, ma è la più pelosa e noisosa quindi merita di stare in questa lista come voce a se stante. Questa serie di inutili giustificazioni che ogni tanto sento pronunciare da certi scrittori e scrittrici (spesso esordienti) tutti compresi nel proprio ruolo di intellettuali a tutto tondo, mi sembrano simili a quello che potrebbe dire un tizio che beccate a letto con vostra moglie (o marito): ancora a chiappe nude, il nostro malcapitato tenta di giustificarsi asserendo che non voleva trombarsi tua moglie, non lo voleva fare, lui era lì per controllare la ricezione della TV, sembra che se la stia trombando, ma in realtà era un modo per testare come si vede a letto la TV in condizioni ottimali…
Mi verrebbe da chiedergli: se non ti stai trombando mia moglie, perché sei lì a chiappe nude nel letto con lei? Ha tutta l’aria che tu volessi provarci, sai? Forse non ci sei riuscito a farlo bene (ansia da prestazione?), forse volevi farlo in un altro modo, ma bello mio credimi se ti dico che questo è quello che sembra. E mi viene spontaneo chiederti, che diavolo ci facevi dentro la mia signora, se la tua intenzione era riparare la TV? Hai lasciato a casa la borsa dei ferri, bello di mamma?
No, vi prego, risparmiateci questa serie di cazzate. Se il genere vi fa tanto schifo, non bazzicatelo. Nemmeno se vi conviene. Nemmeno, signori miei, se in un certo momento è di moda e quindi pensate che farci un salto potrà aiutarvi a vedere meglio il vostro libro, salvo poi dire che non volevate trombarvi nessuno ed eravate lì per altro.
Se volete fare altro, fate altro.

8. Non smetterò di fare quello che mi piace solo perché quello che mi piace fare non mi dà da vivere.

Viviamo in un ambiente schizofrenico che ci infligge una serie di sofferenze inutili che potremmo spazzare via semplicemente prendendo atto di come stanno le cose. Certo, le cose possono sempre cambiare, ma non è che possiamo consumarci il fegato adesso nella speranza che domani le cose cambino. Io il mio fegato voglio preservarlo ora. Il punto è questo: perché se tutti sanno che con certe cose in Italia è impossibile campare, l’unico metro di paragone per capire se quello che facciamo è valido oppure no è la gratificazione economica? C’è chi ironizza sulle soddisfazioni che prescindono da tali soddisfazioni monetarie: ebbene – io dico – cazzate. Il mondo si cambia anche facendo cose inutili. E se il successo economico fosse il solo metro di paragone per individuare uomini e donne degni di rispetto, probabilmente il 90% di quanti stanno leggendo ora rischierebbero di ricevere torte di fango in faccia (autore del blog compreso). Eppure so che tra voi ci sono persone con cui è fighissimo parlare e dalle quali c’è da imparare un sacco di cose. Questo non è un modo per indorare la pillola o per convincermi/vi che vada tutto bene. Col cazzo. Ma per dirla in maniera più Zen, è meglio essere giunchi e piegarsi al vento che pensare di essere querce anche quando siamo betulle (ok l’ho parafrasata un po’…). Le betulle finiscono sradicate dal vento. I giunchi si adattano e sopravvivono. Noi dobbiamo essere giunchi, ogni tanto nella vita. Perché quelli che cercano di essere querce, sono quelli che poi finiscono con entrambi i piedi nel punto 10 e nel punto 9, costretti a fare cose in cui forse nemmeno loro credono perché la pagnotta a casa va portata e quindi fanculo le passioni, fanculo quello in cui credo. Se avete detto “cazzo il colombo quanto ha ragione” quando avete letto i punti 10 e 9, accettate che il Colombo abbia ragione anche nel punto 8, anche se fa male, anche se è dura. Vedrete che nel momento in cui in testa vi scatterà questa cosa, vivrete molto meglio.
Date retta a un cretino.

7. Non combatterò battaglie inutili, perché anche se l’Entropia nell’Universo aumenta, non raggiungerà mai il caos generato dai troppi idioti su questo stupido pianeta.

E’ una delle poche leggi davvero utili della fisica: La Seconda Legge della Termodinamica Cazzona di Colombo. Se ve la spiegassi, andrei in contraddizione con la legge stessa, perché dovrei parlarvi dei troppi idioti che affollano il pianeta e delle cazzate che sparano, quindi la cosa costituirebbe battaglia inutile. E causerei un paradosso distruttivo che rischierebbe di annichilire l’intero Universo.
Quindi fidatevi e passate oltre, è meglio…

6. Non dirò “Io ve lo avevo detto” anche se, cazzo, io ve lo avevo detto!

E non mi metto a spiegarvi nemmeno questa perché altrimenti contraddirrei il punto 7 e La Seconda Legge della Termodinamica Cazzona di Colombo, e causerei un paradosso distruttivo che rischierebbe di bla bla bla bla… Sappiate solo che quando accadrà (e accadrà, non è una questione di SE ma di QUANDO) io farò una faccia come questa:

5. Non comprerò un Kindle.

Primo perché ho un iPad e mi ci trovo bene, mi consente di fare quasi ogni cosa e anche se preferisco leggere libri di carta, i libri sull’iPad li leggo da Dio (ammesso che Dio legga libri, Bibbia a parte). Secondo perché a me piace leggere al buio e l’iPad risolve il seccante problema di doverlo fare con una fonte di luce adeguata. Terzo perché odio comprare le cose solo per il fatto che ti dicono di farlo perché “sono il futuro“. Se lo devo proprio comprare, lo farò quando lo dirò io. Piccole soddisfazioni, ma irrinunciabili. Quarto perché Amazon ficca troppo il naso dentro Kindle e questo non mi va. Sorvolo sulle politiche editoriali di Amazon, perché ne ho già parlato fin troppo e ricadrei nei punti 6 e 7, causando un paradosso distruttivo che rischierebbe di bla bla bla bla…

4. Non darò consigli a chi me li chiede, perché in questo periodo è facilissimo toppare alla grande.

Specie in campo editoriale, le cose stanno andando talmente a catafascio che diffido di chi si presenta dicendo: “Vedrai, andrà sicuramente così“, oppure: “Dammi retta e fai cosà“. Ma tu che ne sai? Già faccio fatica a fidarmi di chi ci lavora da 30 anni, se poi gli indovini sono dei parvenu o dei wannabe (Colombo, ma uno straccio di parola in italiano no?), il mio grado di interesse scivola rapido come un Frecciarossa verso lo zero assoluto. Se poi questi consigli sono elargiti solo dietro adeguato compenso, il vaffanculo è pronto a scattare rapido come una mangusta.
Per quanto mi riguarda, quindi, cercherò di mantenermi fluido e neutrale, perché davvero, dirvi se sia meglio fare questo o quello, darsi all’ippica o no, lo considero un azzardo. E io al gioco sono sfigato da morire. Posso solo dirvi quello che non farò io, ma niente di più di questo.
Ed è già molto, direi.

3. Non aprirò un account personale su Twitter.

Fa cagare. E anche se non fosse, io non sento di avere niente di così interessante e brillante da cinguettare ogni santo giorno. E poi i colombi tubano, non cinguettano.
Al massimo aprirò un account su YouTube… (ok, questa era terribile)

2. Non incrementerò il numero dei post mesili su questo blog.

Non lo renderò più professionale, non lo curerò di più, non vi ammorberò con le mie vicissitudini più di quanto già non faccia ora. Non creerò rubriche interessanti, non vi stimolerò intellettualmente (né sessualmente, pubblicando foto di manzi e manze a profusione). Vi prometto che resterà il solito cialtronissimo e scombinato angolo di web che è sempre stato fino a oggi.
E’ bello avere delle certezze nella vita.

1. Non diventerò famoso.

Perché volevo vincere facile almeno una volta su dieci.

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano