Questo è il primo capitolo tratto dal mio racconto La forcella del diavolo contenuto nell’antologia BAD PRISMA in edicola in questi giorni. Ve lo anticipo sperando di farvi cosa gradita. Consideratelo come un aperitivo. Buona lettura e buone vacanze a tutti.
Moso – Val Pusteria (Bolzano) – 13/08/2007 – ore 21:44
Era tutta sera che il teschio sopra al camino gli teneva puntate addosso quelle due orbite vuote e sinistre. Quello che restava dell’animale, sembrava volerlo rimproverare di qualcosa. Qualcosa che a Sergio sfuggiva.
Non al maledetto cervo, evidentemente.
Seduto nell’angolo opposto del salottino dell’albergo, Sergio cercava di immaginarsi come potesse essere da viva quella povera bestia, ma l’unica immagine che riusciva a focalizzare era quella dell’imbalsamatore che ripuliva il suo cranio dalla carne e dalla pelle, per poi lucidarne con cura maniacale le ossa. Un lavoro di fino, un lavoretto definitivo, niente da dire, ma Sergio era sicuro che quel salottino sarebbe stato infinitamente più accogliente senza quel muso lugubre appeso lì sopra.
Aveva solo due stelle, l’Hotel Dekken, ma era un posticino di quelli che valeva la pena visitare. Pareti e pavimenti di legno, spessi tappeti di lana, decine di quadretti dalla cornice dorata appesi ovunque – davvero ovunque – e una grande vetrata che dava direttamente sull’aspro profilo delle Dolomiti con una vista che al tramonto mozzava il fiato in gola. Un bell’albergo, insomma, caldo e accogliente.
Peccato per quell’accidenti di cervo morto là sopra…
“Allora, la situazione meteo?” Giuliano irruppe nella stanza con una pila di volumi e cartine in braccio. Lasciò crollare tutto sul tavolo e si accomodò sulla sedia libera di fronte a Sergio.
“Non mi sembra granché…” Sergio si stiracchiò pigramente e indicò il monitor del vecchio HP messo a disposizione dall’albergo, un portatile degno di rottamazione con una connessione traballante e mezza tastiera sostanzialmente illeggibile. “Danno il 60% di probabilità di pioggia nel tardo pomeriggio.”
“Ma non è possibile!” sbottò Monica appena entrata nel salottino insieme a Rebecca. “E’ una settimana che non fa che piovere.” Fissando Monica, Sergio non riuscì a non provare una rovente punta di invidia per Giuliano. La nuova ragazza dell’amico era uno schiaffo alla miseria. Tanto bella da far lacrimare gli occhi. Capelli biondo cenere, occhi azzurri, un seno ampio e sodo sotto il maglioncino dalla scollatura azzardata. L’abbronzatura caffelatte, rendeva il suo sorriso una deliziosa tortura.
Il teschio del cervo lo fissò ringhiante.
Forse Sergio iniziava a capire che diavolo avesse da fissarlo quel cervo.
Cercò di pensare ad altro.
“Non fa niente Monica,” Giuliano spianò la cartina sul tavolo, “domani si va lo stesso. Se la pioggia è prevista per il tardo pomeriggio, al massimo ci prende sulla via del ritorno. Un po’ d’acqua non ci ucciderà di certo.”
“Sulla via del ritorno dove?” Rebecca fece la stessa domanda che avrebbe voluto fare Sergio se non avesse temuto di apparire pavido agli occhi di Monica. La ragazza si sedette a fianco di Sergio e le appoggiò una mano sulla coscia.
Sergio spostò il notebook in un angolino e iniziò a giocherellare col mouse mentre Giuliano illustrava il piano d’attacco alla montagna. C’erano diversi indirizzi internet memorizzati nella cronologia e molti di essi puntavano sui video di YouTube.
“Secondo la guida, tra andata e ritorno l’escursione dovrebbe durare intorno alle sei, sette ore di cui circa una e mezza di discesa.” Giuliano cercò di rassicurare le due ragazze, “Anche prendendocela comoda, partendo non più tardi delle otto di domani mattina, dovremmo raggiungere il rifugio alla fine del sentiero Bonacossa intorno alla una. Un’oretta di pausa e poi due di discesa. Saremo di ritorno prima della pioggia.”
Sergio selezionò uno degli indirizzi memorizzati. Vedere qualche video idiota mentre Giuliano discettava della tabella di marcia, lo avrebbe distratto un po’. L’amico era piuttosto invasato riguardo le escursioni in alta montagna e Sergio prevedeva che la faccenda non sarebbe stata né breve né indolore.
“Con la seggiovia raggiungiamo quota 2115 metri al rifugio Còl de Varda,” proseguì Giuliano segnando col dito il percorso sulla carta, “poi prendiamo il sentiero 117 verso Nord sul ghiaione e procediamo sino ai 2400 metri.”
“I ghiaioni fanno oggettivamente schifo,” lasciò cadere nel mezzo della conversazione Sergio, senza staccare gli occhi dal monitor. “Ci toccherà almeno un’ora e mezza di marcia, in salita, circondati da nient’altro che sassi…”
Giuliano non si scompose: “Dopo il ghiaione, arriviamo alla prima forcella tra le due cime, quella di Misurina. Un passaggio mozzafiato su un costone di roccia per passare da una cima all’altra.”
“Eccitante!” Monica sorrise impaziente.
Rebecca si limitò a serrargli di più la coscia.
Sergio ignorò quel gesto e, sbadigliando, fece partire il video che aveva selezionato. Lentamente, molto lentamente, questo iniziò a caricarsi.
“Da qui si scende lungo una rampa bella ripida, attrezzata con funi e scale, e si raggiunge il bivio col sentiero 118. Se il tempo è brutto, ripieghiamo sulla via facile e passiamo per il bosco lungo il 118, altrimenti dal bivio proseguiamo seguendo il 117 e risaliamo belli ripidi sul versante opposto. Uno zig-zag in un imbuto roccioso con un paio di salti attrezzati e alla fine… la Forcella del Diavolo: 2380 metri, a ridosso delle tre Torri.”
Giuliano mostrò una fotografia sulla guida. Tre aguzzi totem rocciosi che andavano crescendo in altezza: Torre Leo, Torre del Gobbo e Torre del Diavolo. Nella pagina a fianco, l’immagine della Forcella del Diavolo. Una cresta di roccia sospesa nel vuoto sul cui dorso catene e funi erano tirate per consentire il passaggio in sicurezza.
“Perché la chiamano Forcella del Diavolo?” chiese Rebecca.
Giuliano esitò. Non conosceva la risposta e la cosa lo gettava nello sconforto più nero.
Monica voltò di scatto la testa.
“Quel soprannome è stato dato durante la prima Grande Guerra,” Reinhardt Dekken, il vecchio padrone dell’albergo era fermo sulla soglia del salottino e intercettava la direzione dello sguardo azzurro cielo di Monica, “ma c’è chi giura che ci siano leggende ancora più vecchie a riguardo.” Parlava un italiano perfetto anche se il suo accento tradiva una maggiore dimestichezza col tedesco. Ogni parola pronunciata dal vecchio albergatore suonava come uno schiocco secco. “Quel sentiero era una via che collegava tre rifugi strategici e su quella forcella passavano le staffette che portavano informazioni sui movimenti delle truppe.”
Sergio non mancò di notare come l’uomo non avesse specificato né la nazionalità delle truppe, né quella delle staffette. Avrebbe voluto chiedergli: da che parte stavi, Herr Dekken? ma si rese conto che nonostante i capelli e i sottili baffi bianchissimi, quell’uomo non era abbastanza vecchio da aver preso parte alla Prima Guerra Mondiale. Forse nemmeno alla seconda, se non come balilla.
“Quello che si racconta è che un cecchino si fosse appostato sulla torre che oggi chiamano Torre del Diavolo e da lì presidiasse la forcella alle sue spalle per impedire il passaggio delle staffette.”
Rebecca e Monica sembravano come ipnotizzate dal racconto dell’uomo. Giuliano invece appariva quasi seccato. Dopotutto quell’uomo lo aveva privato del palcoscenico.
Mentre Herr Dekken parlava, Sergio notò che il video si era finalmente avviato. La prima immagine era un sentiero di montagna, tanto per cambiare argomento. Nubi basse e pioggia battente. Qualche pazzo doveva aveva girato un video durante una ferrata nel bel mezzo di un temporale.
“Non si sa se il cecchino fosse sempre lo stesso o cambiasse. Ma rimase su quella cima per tre giorni e tre notti e non c’era verso di fare passare le staffette al di là della forcella perché quel diavolo, buttava giù chiunque passasse. Un colpo, un cadavere.”
Il video era sgranato e scuro, eppure Sergio riuscì a distinguere l’indicazione di un sentiero. Tre bande colorate una sopra l’altra: rozzo-bianco-rosso e un numero. Fu solo un attimo, ma gli parve di distinguere un 17.
O era un 117?
“Decisero così di mandare una ragazzina prelevata a forza dal paese. Pensavano che vedendo una giovane, il cecchino non si allarmasse o potesse essere mosso a pietà e non sparasse.”
La pioggia cadeva a dirotto nel riquadro scuro del monitor. Bagnava la roccia e infradiciava gli escursionisti appesi alla catena della via ferrata. Sembravano urlare qualcosa.
“Scortarono la ragazzina sino all’ultimo costone di roccia al riparo dalla vista del cecchino, poi le intimarono di attraversare la forcella, strappandole di dosso la sciarpa che le proteggeva il capo e facendole sciogliere i capelli così che il vento li mostrasse in tutta la loro lunghezza. Un segnale per il cecchino.” Herr Dekken fece una pausa durante la quale fissò Monica. “Avevano scelto la ragazza dai capelli più chiari di tutta la valle, così che si potesse vedere chiaramente la sua chioma d’oro anche a distanza.”
Monica non riuscì a non guardarsi i lunghi capelli biondi che le ricadevano sulla spalla destra. Forse non se ne rese nemmeno conto, ma con un gesto repentino, se li scrollò via come se volesse far sparire qualcosa di compromettente.
La mossa non sfuggì a Sergio.
Guardò Monica, poi Herr Dekken, quindi tornò a incollare gli occhi al monitor.
Qualcuno si agitava sullo sfondo, come se cercasse di richiamare l’attenzione. Indicava il cielo.
Urla agli altri compagni di cordata e indica il cielo.
“Si racconta che restarono a guardia della forcella per evitare che la ragazza tornasse indietro e rimasero a guardarla attraversare il costone di roccia sferzato dal vento sino a quando…”
Mancavano 30 secondi alla fine del video. La camera si avvicinò a uno degli uomini aggrappati alla catena. Appeso alla catena, per l’esattezza. Lo si vedeva di profilo. Il vento tentava di strapparlo via mentre la pioggia lo flagellava senza sosta. Poi l’uomo iniziò a voltare il capo in favore di camera…
“… si sentì lo sparo. Un unico, singolo tuono.”
Sergio spalancò la bocca un attimo prima che il riquadro del video brillasse di un bianco assoluto e il video si fermasse a meno 27 secondi.
“La colpì alla testa, giusto in mezzo agli occhi. La morte fu talmente repentina che la ragazza restò inchiodata alla catena e rimase appesa lassù, senza vita.”
“Povera ragazza…” Rebecca fece di no col capo, lentamente.
“Ma rimase appesa là sopra?” chiese Giuliano. “Alla catena della ferrata? Morta?”
Herr Dekken annuì con un movimento appena accennato.
“Per quanto?” insistè Giuliano.
“C’è chi dice che rimase lassù sino alla fine della guerra e che alla fine non restò altro che il suo scheletro appeso alla catena. Altre storie invece sostengono che grazie alle piogge di quei giorni, il suo corpo scivolò nel crepaccio sottostante e anche il cecchino fu costretto a scendere dalla Torre del Diavolo, liberando la via.”
“Sergio, ma che hai?” fu Monica l’unica a notare l’espressione di puro sgomento del ragazzo.
Sergio non riuscì ad articolare parola.
Era troppo assurdo.
Perché un attimo prima che il video si fermasse a meno 27 secondi e tutto fosse sommerso da un accecante lampo bianco, Sergio aveva visto chiaramente il viso dell’uomo appeso alla catena.
E quel viso era il suo.
