La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri
Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.
Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.
L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.
Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.
Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:
Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.
C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.
Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.
Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.
Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?
Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…
A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.
E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.
Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.
La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:
Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.
Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?
Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.
Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?
Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.
Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:
- non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
- non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.
Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.
E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro, la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.
L’autore no.
Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?
Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?
Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.
Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…














