La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 5

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

eBook: se il buongiorno si vede dal mattino…

Date: 27 maggio, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni  |  Comment: 1

Chi legge regolarmente questo blog, sa bene quale sia la mia posizione riguardo gli eBook. Non mi piacciono, non ci perdo il sonno, non smanio per vederli dominare il mercato, non me ne frega granché di conoscerne le sorti.
Li ignoro, perché per me – fatevene una ragione – sono un pacco.
Un pacco per i lettori, un megapacco per gli editori, un ultrapacco per gli aspiranti autori. Non me ne vogliano gli amici impegnati in questo settore (mi volete bene lo stesso?) ma che ci posso fare se dopo dieci anni che ne sento magnificare le sorti, mi sono venuti talmente a noia che mi irrita solo sentirne parlare?

Sopportatemi.

Il problema è che sta per abbattersi su di noi una tempesta. Ne vedo baluginare i primi lampi all’orizzonte e tremo al solo pensiero. Ma veniamo alla fredda cronaca… Dovete sapere che quotidianamente mi giungono comunicati e richieste di ogni tipo. Li considero una cartina di tornasole abbastanza fedele delle tendenze in atto. Se il buongiorno si vede dal mattino, quindi, prevedo che ora di sera, gli eBook mieteranno molte, troppe vittime.
Due di queste sono emblematiche e difatti ve le porto a esempio.
Senza fare nomi, né riferimenti diretti, chè non voglio mettere nessuno in difficoltà, mi limito a fare un discorso in generale, nella speranza che qualcosa, in quello che dico, passi e sia utile a qualcuno. Chiameremo i due poveri malcapitati Autore Frustrato e Autore Spennato.

 

Autore Frustrato

Autore Frustrato (che da ora in poi, chiameremo AF) mi ha mandato tre mail, tre “comunicati stampa”, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Ciascuno di questi annuncia con toni altisonanti l’uscita del nuovo romanzo di AF. Sono tre libri diversi, l’uno dall’altro. Quindi AF ha “pubblicato” un romanzo a settimana. Com’è possibile è presto detto: se li è auto-pubblicati. In formato eBook. E dice che saranno presto disponibili in tutti i più noti store online. Al primo comunicato faccio finta di nulla. Al secondo ci penso su. Al terzo rispondo che no, grazie, su Horror.it non parliamo di eBook.

Ma come no?” chiede seccato AF.

Sono io che dovrei essere seccato. Non faccio che parlarne criticamente, qui sul blog e su Horror.it non ne trovi di segnalati o recensiti. Non mi interessano, non li ritengo una soluzione, perché per me, il romanzo ha senso solo su carta, quindi non ci perdo tempo. Non lo faccio nemmeno quando escono per grandi autori… e non vedo perché quindi dovrei farlo per un autore autoprodotto.

Caro AF spiegami come i libri che ieri avevi nel cassetto in cerca di un editore, oggi siano dei prodotti già pronti per il mercato.
Sono maturati solo grazie all’eBook?
E’ quello che dà loro valore, la confezione?
Capisco la frustrazione che implica la ricerca di un editore, ma mi spiace doverti fare notare che lo ritengo un passaggio attraverso il quale devono passare tutti. Uno dei tanti esami ai quali ci si deve sottoporre nella vita. Si chiama gavetta. Mi rendo conto che in un’epoca di Grandi Fratelli venga ormai ritenuta un’ingiustizia sociale, ma ce la siamo sciroppata tutti e la gavetta – per la maggior parte di noi – non finisce mai. Il tempo necessario a maturare come persona e come autore, viene ritenuto un affronto personale e se non si trova un editore dopo 15 gg dall’aver scritto la parola FINE al romanzo, si inizia a parlare di mafia, di favoritismi, di ingiustizie… Sì, come no.

Chiunque metta mano alla tastiera si sente in diritto di avere un contratto milionario come King, e di averlo su-bi-to. Si ritiene la pubblicazione un diritto, non una possibilità. Ed è proprio su questo meccanismo che fa leva l’eBook. Lo stesso, identico meccanismo che sfruttano gli editori a pagamento. Pernicioso e sibillino, insinua nelle nostre menti il concetto che non ha senso aspettare, crescere, faticare.
Il risultato? Da quando è scoppiata questa (piccola) febbre dell’ebook, ricevo a raffica comunicati di uscite di romanzi autoprodotti in varie forme. Ieri, questi stessi romanzi stampati on demand o presso editori a pagamento, nessuno se li cagava nemmeno di striscio.  Il principio è lo stesso, oppure volete davvero dirmi che solo perché questi libri sono in formato elettronico, siano più degni? Per me non è così. Non ci vedo alcuna differenza.

 

Autore Spennato

L’altra faccia della medaglia del discorso eBook, è l’Autore Spennato, AS per gli amici. AS mi contatta su Facebook, mandandomi messaggi pieni di (comprensibile) sconforto, mi spiega che ha tentato la via dell’autoproduzione dopo essere stato rifiutato da Mondadori, Longanesi, Nord e Rizzoli (spara basso il ragazzo, vero?) e che ha cercato di fare le cose per bene. Ha fatto fare una copertina da un amico, ha pagato di tasca sua un’agenzia di “servizi editoriali” per farsi fare un editing “professionale”, ha speso altri soldi per fare realizzare un eBook in formato epub. Non naviga nell’oro, è giovane, quindi la cifra investita è importante. Ha provato a mettere in vendita il suo lavoro. Il risultato sono state una quindicina di copie vendute, per lo più ad amici.

AS è incazzato col mondo, si chiede come farà a rientrare delle spese se non venderà il suo libro, si domanda se non sia stato truffato da chi gli ha fatto pagare editing e impaginazione… S’interroga se non sia il caso di mollare tutto.

No AS, non sei stato truffato. Sei stato spennato, è diverso. E mi dispiace.
La truffa è quando ti promettono una cosa che poi non viene mantenuta. Volevi che il tuo libro fosse leggibile da un lettore ebook? Ora lo è. Volevi essere seguito in fase di editing? Pare che tu sia stato seguito (anche se mi chiedo talvolta se questi sedicenti editor freelance siano all’altezza di quanto promettono, in effetti). Il problema è che hanno tutti omesso di dirti che le prospettive di vendita sono quelle che hai toccato con mano, e non te l’hanno detto perché il vero business, al momento è proprio questo: non tanto vendere copie dei libri, ma vendere servizi editoriali.

Non c’è niente di male, nulla di illecito. Ma non è quello che pensavi tu, vero? E come te ce ne saranno sempre di più: AF che diventano AS, nella speranza di poter vedere diffusa la loro opera. Stesso meccanismo che alimenta gli editori a pagamento o che fa la fortuna di siti di print on demand. Non è un bel panorama quello che ci si prospetta. Non abbiamo ancora finito di mettere in guardia i giovani autori dagli appetiti degli editori a pagamento e dalla assoluta marginalità del print on demand, che all’orizzonte si affacciano altri rischi mortali: impaginatori esosi, editor improvvisati, agenzie di servizi editoriali affamate di denaro.

Sarà un nuovo bagno di sangue se non ci sarà da subito un’adeguata campagna di informazione. Se passa il messaggio che chiunque possa essere editore di se stesso, basta crederci e “investire qualche soldo”, ci dovremo aspettare un ennesimo far west. Come sempre caveat emptor, ma metterli in guardia non farà certo male a nessuno.

 

Gli esami non finiscono mai

Ma in definitiva, mi chiederete voi, ritieni davvero che sia sbagliato “autoprodursi” quando il mercato non ti offre sbocchi? La domanda richiederebbe un discorso molto lungo, che cercherò di riassumere brevemente (mio malgrado in maniera assai lacunosa).

L’autoproduzione in sé non è un male. E’ un’alternativa alla mancanza endemica di sbocchi in alcuni settori. Ma lo è quando davvero il mercato è chiuso e quando è fatta con un certo raziocinio. Si sono sempre stampate le fanzine autoprodotte, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Però vi chiedo: avete mai sentito lamentarsi qualcuno che stampava una “fanza” se il TG1 non passava la notizia dell’uscita del nuovo numero di TOPO STORTO, LA FANZA COL MORTO? Io no, perché occorre anche rendersi conto del peso di quello che si sta facendo.

In un mercato del libro come quello attuale, con trilioni di editori, grandi e piccoli, e 160 libri pubblicati ogni santo giorno, volete davvero dirmi che siamo di fronte a un mercato totalmente ermetico? E’ un mercato difficilissimo, bastardo e spietato, sono il primo a dirlo. Ma non è ermetico, e il fatto che escano libri di ogni tipo e genere, è un dato di fatto.

Oggi c’è l’illusione che solo per il fatto che si sfruttino nuove tecnologie “alla moda”, quello che produciamo/scriviamo debba immediatamente avere un’eco mondiale. Non è così, è chiaro. Se aprite un blog, potete anche spammare a cani e porci la news che lo avete inaugurato, ma saranno cani e porci a decidere se il vostro blog sui drammi esistenziali degli ippopotami sia o meno interessante per il loro pubblico. Se pubblicate voi stessi un eBook, senza passare per le forche caudine di un editore che decide di investirci tempo e denaro, un editor che vi frantuma le palle perché usate quella parola troppo spesso, un grafico che vi sottopone cover improbabili, se insomma non siete disposti a investirci tempo e fatica dopo averlo scritto, come potete pretendere che altri ci investano le loro energie? E dire “l’ho proposto a mille editori, nessuno l’ha voluto“, scusate, ma come scusa non vale. Vi ha mai sfiorato l’idea che quel libro non ne valesse la pena?

D’accordo che siamo tutti convinti di essere dei novelli King, Hemingway, Lovecraft, ma dobbiamo accettare che potrebbe anche non essere così… assurdo, lo so, ma potrebbe essere. Forse il libro che abbiamo scritto non è ancora pronto per il pubblico. Volete davvero correre il rischio di sbatterlo in pasto ai lettori, bruciandolo in questo modo? Davvero siete convinti che il parere altrui non conti un cazzo e che la vostra opinione sia l’unica e sola che valga la pena ascoltare? Ne ho conosciuti parecchi di tipi così, ma non sono mai andati molto lontano… Ci sarà pure un perché.

Non esistono diplomi da scrittore. Potete frequentare tutti i corsi più fighetti e costosi che volete, ma quello non fa di voi uno scrittore. Nemmeno l’atto dello scrivere fa di voi uno scrittore, così come arredare la vostra stanza non fa di voi un architetto, o cambiare lo specchietto retrovisore del vostro motorino fa di voi un meccanico. Lavarvi i denti, ragazzi, non farà di voi un dentista! Tutti possono scrivere. Per questo è così difficile emergere e pubblicare, perché se così non fosse, il risultato sarebbe una babele ancora peggiore di quella odierna, con 160 libri pubblicati ogni santo giorno.

L’editoria è una jungla, e in questa jungla bisogna imparare a sopravvivere, a diventare più forti, a trovare acqua e cibo. Studiare per migliorare e alla fine emergere o perire tra le liane, mangiati dai pappataci. Potete portarvi lo zainetto da casa, ricorrere all’aiutino, ma questo non fa di voi dei sopravvissuti. Tutti noi siamo costantemente messi sotto esame, sottoposti a dure prove. Non si è mai arrivati, mai salvi. Nessuno ti garantisce nulla, perché l’unica cosa che conta – alla fine – è quante copie riesci a vendere.
Non c’è buono o cattivo, bello o brutto.
Tutti noi che scriviamo vorremmo vedere i nostri libri in un catalogo di una major, con piramidi di volumi in ogni libreria e code alla cassa per accaparrarsi l’ultimo nostro libro uscito, ma solo una ridicola percentuale tra noi riuscirà in questo intento. Una percentuale con un mucchio di zeri, dopo la virgola. Per tutti gli altri, è gavetta. Una gavetta che può durare per sempre. Ma è questo esame continuo, questo confrontarti con la jungla che ti insegna qualcosa.

O ti insegna, o ti uccide.

Insomma, se decidi di giocare questo gioco, buttati. Se ti porti il cestino con la merenda da casa, ti potrai riempire la pancia al momento, ma quando il cestino è vuoto, crepi di fame. Buona fortuna.

Gli eBook e il suicidio preteso…

Date: 11 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comment: 1

Le discussioni attorno al mio articolo precedente proseguono, segno che l’attenzione per l’eBook è massima, ma c’è ancora qualcos’altro da dire. I conti continuano a non tornare per me. Scusate, ma sono una testa dura.

In queste ore, ho avuto modo di parlare con tante persone sicuramente più preparate di me a proposito di quello che tecnicamente significa il passaggio dal libro all’eBook. E’ ovvio che chi se ne occupa professionalmente abbia più fiducia ed entusiasmo nel nuovo mezzo di quanta possa averne io, legato al libro di carta ma al contempo entusiasta davanti a ogni innovazione tecnologica. Mi permetto comunque di ricordare come fui uno tra i primi (non di certo il primo) a occuparmi di eBook una decina d’anni fa. Il primo romanzo di Danilo Arona (ROCK), lo pubblicai io, in eBook, distribuendolo su Horror.it.

Era l’anno 2000, e all’epoca per gli autori italiani che scrivevano horror, di spazio nell’editoria tradizionale, non ce n’era. E’ forse grazie a iniziative come questa (e all’intensa attività in rete) se oggi, undici anni dopo, qualcosa è cambiato, nonostante ci si ritrovi ancora a elemosinare visibilità e si veda nell’eBook un’opportunità per degli outsider costretti a  destreggiarsi in un mercato da sempre ostile. Questo per dirvi che sebbene il mio amore per la carta sia grande, non mi è impossibile scorgere le potenzialità dell’eBook.

Però.

Però continuo a pensare che questo “ricambio generazionale” sia gestito da cani. E che si continuino a pretendere “gesti di distensione” dai protagonisti sbagliati. Come ho già scrittodovrebbero essere per primi i soggetti che hanno investito e credono nell’eBook a prendere coraggio e a dare uno scossone all’ambiente“, anziché aspettare siano gli editori a farlo. Anche perché (e adesso vengo a spiegarvi il titolo del mio pezzo) gli addetti ai lavori che operano nell’editoria elettronica, dovrebbero mettersi nei panni di un qualsiasi operatore dell’editoria tradizionale, che sentendo parlare di eBook, decida di fare una ricerca con Google. Cosa troverebbe il nostro editore “giurassico”? Che da più parti non si fa che ripetere che gli editori spariranno nel giro di una generazione per mano dell’eBook. E a volte, a dirlo sono addirittura gli operatori stessi. Lo si dice e a volte ce lo si augura.

Certo, qualcuno spiega che SE le case editrici si adegueranno, allora potranno trovare un modo per sopravvivere. Altri però non fanno che ripetere come un domani ci saranno autori che pubblicheranno direttamente, qualche agenzia di editing, e tanti saluti.

Che sia vero o no, nessuno può dirlo, però immaginate che effetto possano avere dichiarazioni simili. Come minimo, l’editore di turno fa ogni tipo di scongiuri possibili e inizia a sgranare il rosario. Per quanto possiamo pensare che gli editori siano “l’impero del male” è umano immaginare che non siano proprio entusiasti di questa prospettiva, no? Ecco, ora pensate quale possa essere la risposta di un editore (terrorizzato ad hoc da simili prospettive) davanti alle accuse di operatori del settore che affermano che se il mercato dell’eBook non decolla, è colpa degli editori che non mollano i libri.

Ad esempio, il direttore di Edigita, Renato Salvetti, si è lamentato con l’Adnkronos sostenendo che in generale sono troppo pochi i titoli convertiti in digitale e dichiarando: “Se gli editori continueranno ad attendere che il mercato parta da solo – aggiunge Salvetti – rischiamo di ritrovarci in una situazione di stallo“.

Adesso ditemi voi se un editore possa avere fretta di suicidarsi.  Secondo ragionamenti come questi, dovrebbero essere gli editori a fare il primo passo (non indolore né gratuito) per fare decollare un mercato che potrebbe avere come effetto ultimo la fine stessa dell’editoria così come la conosciamo.

Ma sono solo io a vedere l’assurdità di una situazione simile?

Se vi chiedessero di impiegare ore del vostro tempo libero (non retribuito) per approntare un sistema che una volta ultimato, con ogni probabilità vi priverà del lavoro, cosa rispondereste? D’accordo, magari i commenti nei blog sono esagerati, forse certe analisi sono inutilmente catastrofiche, nessuno ha la sfera di vetro e magari ci vorranno anni, ma nonostante tutto questo, credo che non sia questo  il modo per invogliare un editore a buttarsi nel nuovo mercato. La paura è tanta, le incognite tantissime e i costi non sono irrisori.

Ha davvero senso pretendere dagli editori che paghino per suicidarsi, oppure è il caso di pensare a strategie di approccio al problema leggermente diverse?

Qualche numero sugli eBook e una sola provocazione

Date: 09 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 6

Il 2010 si è chiuso da tempo ed è il momento di bilanci, anche per gli eBook. Visto che se n’è fatto (e se ne fa) un gran parlare, ero curioso di sapere quanto effettivamente avessero raccolto dopo aver così tanto seminato. Su Simplicissimus (una delle principali piattaforme dedicate alla vendita di eBook) ho trovato un articolo interessante.

ecco i numeri: 65mila, nel 2010 (che poi vuol dire tra ottobre e dicembre del 2010) si sono venduti sui 65mila ebook in Italia, per un fatturato complessivo pari a circa 700mila euro. Ovvero lo 0,05% del mercato del libro (che vale circa 1,350 miliardi di Euro)

Faccio un altro conticino. Quanti eBook ci sono sul mercato? Butto lì una stima, leggendo le varie dichiarazioni degli editori: 5.000 titoli. Ora, messa così la faccenda, potremmo fare una media e dire che ogni titolo abbia venduto 13 copie.

Le medie sono ingannevoli, si sa, ma questo vuol dire che allo stato delle cose, trasformare un libro in eBook non vuol dire investire ma spendere soldi e si è ben lungi dal vedere affacciarsi all’orizzonte almeno il pareggio. Quando dico “spendere” mi riferisco ai costi per trasformare un libro in formato ePub e dare al portale di vendita degli eBook il fisso che esso chiede per poter accedere al loro servizio.

Ma non è tutto.

Ho trovato un altro articolo, che è un po’ strano. In questo articolo, si legge che di questi 65 mila eBook venduti nel 2010, ben 52.659 siano di un unico editore. Bruno editore, per l’esattezza. La dichiarazione proviene dall’editore stesso, ma al momento non ho visto smentite, quindi la prendo per buona. Se così fosse, dobbiamo rifare i conti. Bruno editore, vende solo manualistica e vende solo tramite il suo store online. Il prezzo medio a cui vende gli eBook è 7,99 euro. Quindi se questo dato ha un senso, il mercato dell’eBook al netto delle quote di Bruno editore (e del suo singolo store) in realtà per il 2010 ammonterebbe a poco più di 12 mila copie.

Che equivarrebbe a dire che ogni titolo attualmente disponibile sui vari eBook store (escluso quello di Bruno editore) avrebbe venduto solo 2 copie. E’ ovvio che le medie matematiche ingannano, magari c’è un bestseller tra gli eBook che ha venduto 200 copie. Ma questo significherebbe solo che ci sarebbero altri 99 titoli che non ne hanno venduta nemmeno una di copia. E non è bello, no?

Sarebbe interessante a questo punto sapere se Bruno editore ha fatto una sparata oppure se le cose stanno davvero così, ma in ogni caso, non possiamo non notare come i numeri in ballo siano davvero trascurabili. A questo punto andrebbe fatta un’analisi seria. Continuo a vedere scritto da più parti che il problema degli eBook sia il prezzo alto. Farlo pagare la stessa cifra di un libro cartaceo, ne rende difficile la distribuzione. Innegabile verità. Ma…

Ecco che arriva la provocazione di cui sopra: se i numeri sono davvero questi, mi chiedo, come possono gli editori essere invogliati a investire sull’eBook? In un mercato che è già sofferente per la crisi e povero di suo, si introduce un nuovo fattore che “si dice” possa essere risolutivo, “si dice” che cambierà tutto, “si dice” sia un treno che è meglio non perdere per non rimanere indietro. Poi, quando gli editori mettono mano al portafoglio, i numeri sono questi. Per quanto possiamo essere diffidenti verso i grandi gruppi editoriali, dobbiamo ammettere che nessuno al loro posto vedrebbe questo grande business in uno scenario del genere.

Aggiungete poi che quando si ripete ossessivamente che “non va perso il treno”, che occorre sbrigarsi prima che tutto decolli, scusate, ma lo si dice alle persone sbagliate. Questa frase non va detta agli editori per convincerli a investire, ma va detta proprio a chi adesso la va ripetendo. Vale a dire, proprio ai titolari delle piattaforme distributive.

Quale treno volete che perda una Mondadori o una Rizzoli? Loro hanno tutto l’interesse ad andarci cauti, perché sanno che nel nostro mercato editoriale sono i marchi che si vendono, non i supporti. Oppure volete davvero dirmi che credete alla panzana che i fan di Dan Brown, se non troveranno gli eBook del loro beniamino, smetteranno di leggerlo per sempre? Non è che FORSE, una volta che gli eBook arriveranno, anche in ritardo, li compreranno lo stesso?

Se l’editore di Fabio Volo, editerà i suoi eBook tre mesi dopo il boom degli eBook, mi volete davvero dire che non li venderà? E per quale strano motivo? Chi leggeva Volo prima, lo farà poi, anche con sei mesi di ritardo.

Gli editori hanno un catalogo composto di nomi che sono marchi e valgono soldi solo per il fatto di esistere, non di pubblicare in un formato piuttosto che un altro. I soldi veri oggi si fanno coi bestellers, e per quelli non c’è alcun treno da prendere o perdere. Lo ripeto: non esiste alcun treno! Quando il mercato decollerà, e solo allora, Mondadori o chi per esso, saranno i primi a buttarsi a peso morto e mostrando i muscoli (cosa che oggi non fanno, e chiamali scemi), e potranno farlo con tutta calma perché sono LORO ad avere i titoli in mano,  non Amazon, non IBS, e quei titoli faranno gola a molti, distributori di eBook per primi, perché tutti avranno interesse ad avere in catalogo un bestseller.

Se è vero che per gli editori non c’è nessuna fretta, è anche vero che chi ne ha davvero, sono i soggetti che hanno investito somme ingenti nel “fenomeno” eBook, coloro che hanno costruito gli eReader, coloro che hanno realizzato store online e ci hanno speso tempo ed energie.  Sono loro a essere esposti economicamente, non gli editori, giurassici e lenti. Finché questi signori  della “new economy” non capiranno che sono loro i primi a dover fare sacrifici e a sputare sangue per fare decollare il mercato, quel mercato che vede loro come protagonisti e nel quale vogliono poter operare, assisteremo a questa manfrina, aspettando che anche qui in Italia qualcosa succeda.

Per questo ritengo assurdo che oggi a un editore si chiedano soldi per riversare i propri libri in formato eBook e ancora più assurdo che gli si chieda il pagamento di una quota fissa per entrare nel sistema. Perché finché le cifre di vendita sono quelle che vediamo, chi potrà pensare di ammortizzare le spese sostenute? Non dico guadagnarci, ma almeno limitare le perdite! Dovrebbero essere per primi i soggetti che hanno investito e credono nell’eBook a prendere coraggio e a dare uno scossone all’ambiente, perché quando sento che a un editore medio piccolo, si chiedano 1.500 euro di fisso per entrare nel sistema, che vanno sommate alle centaiana di euro chieste per convertire i libri in formato ePub, a me sembra chiaro che non ci sia alcuna voglia di scommettere sulle percentuali sul venduto, ma mi pare solo un modo per fare business con le conversioni e intascare soldi sicuri PRIMA che il libro arrivi nello store.

Cari gestori di piattaforme distributive, abolite i costi fissi, almeno provateci per i picccoli, medi e medio grandi editori. E in cambio pretendete prezzi bassi, che non superino i 4,99 euro. Attirate lettori e interesse con una proposta varia e a basso prezzo, scommettendo su voi stessi,  investendo in pubblicità per il grande pubblico (sino a oggi del tutto assente) anziché chiedere agli editori di scommettere su un mercato in cui non credono e che temono, ma nel quale voi siete i primi a credere.

Se voi per primi non dimostrate di crederci, a dispetto delle cifre di vendita ridicole, come potete sperare che ci credano gli altri? Investiteci ancora di più.

Quindi, in definitiva: no ai costi fissi per l’eBook.
Provateci e vedete se funziona. Se nemmeno così decolla, signori miei, vi suggerirei di lasciar perdere.

Il prezzo dell’eBook

Date: 15 marzo, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri  |  Comments: 7

Da qualche tempo leggo gli articoli che riguardano il mondo dell’eBook e la cosa interessante che noto è che sull’argomento si continuano a sparare un mucchio di cifre, la maggior parte delle quali sembrano buttate lì davvero a casaccio. Sull’onda di quanto avviene per la musica su iTunes, adesso, si vorrebbe che i libri costassero 0.99 euro. Lo dice Kevin Kelly di Wired Magazine, ad esempio. Come giustificazione per la sua affermazione, il buon KK dice che visto che fare un libro costa meno che fare un disco, i libri devono costare almeno quando una canzone su iTunes.

Piccolo inciso: i musicisti fanno gli album, non solo i singoli. A comprare un album intero su iTunes si spendono 10/15 euro, altro che 0.99 centesimi. Se prendi un singolo, spendi 0.99 circa. Ma perché paragonare un libro di 400 pagine che ti intrattiene per giorni e giorni a una singola canzone di un paio di minuti e non all’album intero?

Detto questo, chiedetevi: cosa paghiamo quando acquistiamo qualcosa? Paghiamo la fatica fatta per produrre un prodotto? Paghiamo il tempo speso per realizzarlo? Il materiale con cui è fatto? Le sensazioni che trasmette? Il beneficio per chi lo compra? Se vado al cinema a vedere un film, pago il biglietto. Ma se non ho fretta, nel giro di qualche anno, il film arriva in TV e lo vedo gratis, magari infarcito di pubblicità. Però è sempre lo stesso film. Se lo vedo gratis dopo qualche tempo in TV, allora significa che non ha senso andare al cinema? Che – in seconda battuta – non ha senso fare l’abbonamento a SKY o a Mediaset Premium per vederlo a casa magari in HD? Oppure che la visione di un film non vale la spesa di alcuna cifra visto che comunque prima o poi arriva gratis?

E le canzoni. Perché comprarle a 99 centasimi su iTunes se le trasmettono alla radio, gratis? Le volete ascoltare quando volete, quindi pagate la comodità di scaricarle? E’ questo il valore di una canzone? La comodità di poterla ascoltare e non dover aspettare che una radio si decida a trasmetterla?

E’ arcinoto, che agli autori di musica e libri vadano piccole percentuali sul prezzo di vendita del loro prodotti. Il resto se lo pappa la macchina produttiva alle loro spalle. La macchina produttiva è però composta da persone che lavorano. Futuri disoccupati, immagino. Ma in fondo chi se ne frega… Non divaghiamo. Per i libri, i costi sono da dividersi tra la realizzazione del libro (scrittura, editing, correzione bozze, realizzazione copertina, impaginazione), la stampa, la promozione e la distribuzione. Cosa eliminiamo con gli eBook?

Per realizzare un eBook, servono aziende che trasformino il libro in formato elettronico. Una sorta di stampa in digitale. Queste aziende si fanno pagare.

Per vendere un eBook, servono piattaforme di distribuzione che accettino il file e lo rendano disponibile per la vendita. Queste aziende si fanno pagare una quota fissa per accettare i tuoi libri e in più si prendono una percentuale sul prezzo di copertina.

Al posto della carta, e dei camion che trasportano le merci, adesso abbiamo agenzie che stampano in digitale e aziende che distribuiscono su piattaforme elettroniche. E questa gente chiede danaro. Certo, magari ne chiede di meno, ma chiede lo stesso dei soldi. Ora, per un editore, il rischio editoriale qual’è? La sola stampa? Oppure tutto il lavoro di redazione prima e di promozione dopo?

In che percentuale si dividono i guadagni sul prezzo di copertina ?

  • All’autore va dal 7 al 10% in genere.
  • I distributori, prendono circa il 60% (e questi rivendono alle librerie con uno sconto intorno al 30/35%)
  • Allo stato va il 4% (IVA).
  • Il resto va all’editore e gli resta qualcosa intorno al 30% (più o meno).

Con questo 30% deve pagare chi lavora per lui e in più stampare il libro. Quanto incide la stampa del libro? Supponiamo un 15% del prezzo di copertina? A questo punto, per calcolare quale sconto su questo prezzo di copertina vada applicato nel caso di versione eBook, mancando la stampa e la distribuzione tradizionale, non resta che valutare l’esosità di chi stampa in digitale e distribuisce. Ma, per intenderci, non potremo scontare tutta questa percentuale. Sparisce la carta, cioè, ma non i costi!

Prendiamo un libro che oggi viene venduto sui € 15,00. I famosi 0.99 centesimi sono, in percentuale, il 6,6%. Non è nemmeno la percentuale dell’editore. Però a noi che ce ne frega degli editori, no? Dicono che con l’eBook saremo tutti editori di noi stessi, giusto? Però con quei 0,99 centesimi, che negli USA dicono debba valere il libro, l’autore dovrà pagare la piattaforma di distribuzione e la stampa in digitale. E ovviamente preghiamo che sia un autore che non abbia bisogno di editing né correzione di bozze, il che è ridicolo visto che non c’è libro edito privo di questo intervento. Ah, dimenticavo la copertina. Come la paga la copertina? Ma chi se ne frega della copertina, niente copertina. Promozione e ufficio stampa? O se la fa l’autore, o paga qualcuno per farla. E come paga? Anticipa i soldi sperando che a botte di 0,99 centesimi si arrivi al pareggio, prima o poi.

Quindi, ricapitolando, per accontentare qualche sedicente guru del tutto gratis (o quasi), abbiamo creato in un botto un mucchio di schiavi pigiatasti che scriveranno libri a cottimo e investiranno somme di denaro per sopperire al lavoro che oggi fanno gli editori. Perché, sia chiaro, non credo che alcun editore possa permettersi davvero questa politica di prezzi. Forse quelli americani, che possono godere di un bacino di lettori smisurato. Non di certo quelli italiani, che hanno un risibile bacino di lettori al confronto di quelli in lingua inglese. Non che io mi preoccupi dei bilanci di Mondadori, sia chiaro, ma diamo pane al pane…

I difensori del “prezzo basso ad ogni costo” dicono una cosa non sbagliata: se il prezzo è basso, si allarga il potenziale bacino di utenza. Il punto è che nessuno, al momento, sa davvero quale sia il bacino di utenza e soprattutto se il prezzo “politico” imposto in questo senso, sia in grado di coprire i costi secchi della produzione di un libro. Non credo che un libro – che necessita di almeno uno, due anni di lavoro – sia meno impegnativo che fare un disco. Però si sa che la letteratura conta zero, quindi assumiamo che sia così. Volete davvero dirmi che una canzone a 0.99 centesimi sia ugualmente appetibile di un libro italiano a 0.99 centesimi?

Una canzone in inglese o qualsiasi altra lingua, la vendi tramite iTunes in tutto il mondo. Bacino d’utenza sconfinato, potenzialità enormi. Un libro in italiano, su un ipotetico iTunes del libro a 0.99 centesimi, raggiungerà invece gli stessi lettori che raggiunge oggi. Acquisterà magari qualche lettore in più per via del basso prezzo, ma non prendiamoci in giro: non è che se uno ieri non leggeva, oggi legge perché costa poco. Non è come ascoltare una canzone che richiede un paio di minuti e ti levi il dolore. Io non leggerò Moccia solo perché costerà poco: non lo leggo oggi e non lo leggerò a 0.99. Perché è così che vanno le cose. Il prezzo basso aiuterà chi non si può permettere di comprare un libro a 15 euro? Certo. A patto che prima, questa persona abbia trovato i 150 euro per comprare un eReader…

So che dire queste cose è impopolare, nemmeno io voglio che i libri costino tanto, ma c’è un limite oltre quale forse sarebbe meglio non spingersi. Un prezzo secco, imposto a casaccio andrà bene per alcuni, male per altri. Come sempre, dovremo vedere se ce ne fregherà qualcosa oppure no, e sono pronto a scommettere che non fregherà niente a nessuno.
C’est la vie…

E’ ovvio che sarei il primo a gioire se i libri in italiano a 0.99 fossero un successo e di botto si aprisse anche per l’horror un mercato da centinaia di migliaia di lettori, ma consentitemi di essere scettico a tal proposito.
Quelli che oggi buttano cifre sul piatto, farebbero meglio a giustificarle con qualcosa di diverso dalla solita manfrina del “progresso” perché anche le centrali nucleari erano il progresso, e abbiamo visto tutti com’è andata a finire…

Amazon ti brucia la libreria!

Date: 21 luglio, 2009  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni  |  Comment: 1

Ci sarà chi sosterrà che è un caso, una svista, una cosa che non si ripeterà. Ma poche settimane fa, ho pubblicato un lungo (e piuttosto polemico) articolo sugli eBook che oggi si dimostra drammaticamente incompleto. Perché tra le varie nefandezze possibili, non avevo certo pensato a questa!

Connettendosi con il proprio Kindle, l’eBook reader di Amazon, il distributore americano ha cancellato senza chiedere preventivamenteil permesso al cliente, i volumi di George Orwell, l’autore di “1984“, il papà del Grande Fratello. Il motivo pare che risieda nel fatto che a distribuire i libri di Orwell fosse una azienda che non era in possesso dei diritti necessari. Quindi Amazon ha interrotto la commercializzazione del volume e ha ficcato le mani nei Kindle degli utenti, cancellando i loro libri.

Non è tanto l’episodio in sè che mi disturba, perché se sono stati distribuiti impropriamente dei titoli, è giusto che si ponga rimedio, quanto la manovra lesiva della privacy del cliente. Oggi il motivo è lecito, ma domani? E a prescindere da questo: chi dà il diritto ad Amazon di entrare IN CASA MIA (il mio kindle è proprietà privata) e portarmi via qualcosa di regolarmente acquistato da Amazon stessa? Fareste entrare un ispettore in casa vostra per fargli controllare i volumi che avete nella libreria? Un tizio che vi chieda se i libri sono vostri o sono stati prestati da qualcuno? Oppure che vi chieda lo scontrino di acquisto di ogni volume nella vostra libreria?

Non c’è modo di arrestare questa rivoluzione, l’ho già scritto, ma continuo a ribadire che non vedo buoni segni. Spero di essere sbugiardato quanto prima e di vedere un futuro radioso per il libro, ma se il buongiorno si vede dal mattino…

eBook, reader, libri e lettori…

Date: 28 maggio, 2009  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Roba mia  |  Comments: 9

Sono schiavo della tecnologia. Come ho sostenuto più volte, ogni nuova minchiata elettronica che si appalesa mi fa drizzare le antenne, anche se poi in effetti cerco di trattenermi dal dilapidare centinaia di euro per ogni starnuto informatico spruzzato sul mercato. Con alcuni oggetti – tuttavia – è odio/amore.
E uno di questi è l’eBook reader.
Io e il reader ci si guarda, ci si annusa, ci si studia, ma il passo non è mai stato fatto sul serio. Non mi fido di lui e sono diversi i motivi per i quali guardo con diffidenza a questo “rivoluzionario” aggeggio. Cercherò di illustrarveli in maniera più che sintetica, visto che il discorso è talmente complesso e ramificato che occorrerebbe ben più di un post su un blog per sviscerarlo completamente.

Partiamo dal fatto che sono un sacco di anni che i produttori cercano di convincere i lettori a spendere i loro soldi per l’eBook reader e solo questo dovrebbe farci capire come in realtà ci sia più di qualche difficoltà. Io stesso, almeno otto anni fa, mi misi in contatto con una delle prime società italiane produttrici di reader (una di quelle enormi, che  tra l’altro allora facevano i telefoni pubblici per Telecom, per intenderci) per creare una delle prime reti di distribuzione di eBook. In quella serie di incontri scoprii una serie di cose importanti, che lasciarono il segno:

  1. l’eBook non libera il libro dall’influenza degli editori;
  2. è tutto fuorché una rivoluzione a basso prezzo;
  3. a guadagnarci sono sempre i soliti padroni del vapore;
  4. nonostante tutta la tecnologia, non è all’altezza del vecchio libro;

L’eBook non libera il libro dall’influenza degli editori

I grandi editori si stanno dando da fare per non essere tagliati fuori dalla rivoluzione, ma lo fanno con cautela. I motivi sono diversi (rischio pirateria, investimenti, ecc ecc) anche se credo che il vero motivo sia che a conti fatti, per loro non ci sono grandi vantaggi al momento. Gli convenisse davvero, l’avrebbero già fatto, statene certi, ma in realtà sono presi tra l’incudine e il martello. Da un lato, per attivare un serio sistema di vendita di eBook e protezione dei diritti di sfruttamento, si ritrovano a dover pagare gruppi come Microsoft, per fare uno dei nomi implicati, che prenderanno percentuali su ogni copia venduta così come oggi fanno i distributori tradizionali. Quindi che razza di risparmio c’è, considerando che la fetta più grossa del prezzo di copertina se la intascano proprio distributori e librerie? Dall’altro, gli editori temono che capiti anche a loro quanto è già successo (e accade tutt’ora) all’industria del cinema e  della musica.

C’è chi dirà “chi se ne frega”, ma è una sciocchezza.
Non si può fare a meno degli editori e la dimostrazione palese è che nonostante tutti i sistemi oggi disponibili su piazza (stampa on demand, eBook, siti web) i best sellers sono sempre e solo quelli prodotti dai grandi gruppi editoriali. Primo perché si può dire quello che si vuole, ma per lo più si vendono i marchi editoriali e solo dopo il libro, come se si trattasse di un pantalone o una TV.
E’ bello?  Mi piace? No di certo, ma è un dato di fatto.

Secondo, perché un libro NON E’ solo una serie di parole scritte e poi stampate. Chiunque scriva a livello professionale sa bene quanto sia vero.  Gli editor magari li detestiamo, ma sono preziosi perché leggere una pagina con dei refusi non è serio e sono pochi gli autori in grado di guardare con il dovuto distacco il proprio testo per portare le modifiche necessarie. Gli uffici stampa ti fanno dannare, ma se qualcuno non viene pagato per far parlare del tuo libro, devi sbatterti tu e non andrai mai troppo  lontano. E poi la copertina da scegliere, la promozione, la diffusione…
Tutto questo costa un bel po’ di soldi.

E la selezione? Lo so, è un punto dolente, tutti gli aspiranti autori a questo punto urleranno, ma ragioniamo: se tutti pubblicassero con “pari dignità” (lo so che suona brutto detto così, ma forse se sono brusco renderò meglio l’idea) se l’unico canale di vendita fosse la rete, chi leggerà questa massa enorme di opere? Già oggi si scrive e pubblica molto più di quanto si legga: credete davvero che la mancanza di filtri sia un vantaggio? Certo, così com’è oggi ci sono molti problemi (e chi scrive horror come me lo sa bene), ma un conto è lamentarsi delle difficoltà e combattere per migliorare la situazione, un altro è parlare a vanvera propugnando la scomparsa dell’editoria e la liberazione dei testi. Sì certo… e poi? Milioni di volumi e così poco tempo da vivere…
No, non è una soluzione. Qualcuno che di mestiere divida il pubblicabile dal non pubblicabile ci vuole e non per gli autori, ma per i lettori!

Io potrei anche dire, chi se ne frega. Ho il modo di promuovere me stesso, so come raggiungere una nutrita fetta di pubblico, ci sono persone che seguono da anni le mie attività. Egoisticamente potrei sbattermene. Ma quanti casi come il mio ci sono? Pensate davvero che ci si possa fare largo da soli? La verità è che l’autore dovrà dipendere da qualcun altro, cambierà solo il soggetto, ma non potrà mai fare da solo. Quindi questa benedetta rivoluzione in realtà sarebbe solo un cambio di attori protagonisti. Come scriveva Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi… Il dubbio che – in realtà – alla fine lettori e autori resteranno sempre gli anelli più deboli della catena, per me è (e resta) molto forte.

E’ tutto fuorché una rivoluzione a basso prezzo

Ma andiamo oltre.
Come dicevo, un prezzo (e salato) lo dovranno pagare gli editori. L’altro prezzo tutti noi lettori. Oggi, l’idea di sborsare tre/quattrocento euro per leggere dei libri, (su questi prezzi si aggirano i lettori di eBook) è semplicemente inaccettabile. Non raccontiamoci balle, non si può pensare di fare una rivoluzione partendo dal vertice della piramide! Se possiamo spendere questi soldi per un lettore di libri elettronici, siamo comunque dei privilegiati, ma siamo anche delle vittime. Vittime di quanti cercano di venderci un prodotto dicendoci che non ne possiamo fare a meno. Sì, certo, come no…
Ragioniamo insieme. Io oggi compro un libro con un esborso che va dai 4 ai 20 euro circa (c’è roba che costa di più e di meno, lo so…). Un libro, nelle mani di un lettore medio ci resta un mesetto o giù di lì, stando alle ultime statistiche ISTAT che ci dicono che la maggior parte dei lettori ha una media di 12 libri l’anno. Per questa grande fetta di lettori, il lettore di eBook equivale a due/tre anni di letture di libri tradizionali. E poi non è che non si spendano più soldi, a meno di non voler leggere sempre a sbafo libri piratati.

A guadagnarci sono sempre i soliti padroni del vapore

Pensate che sia finita così? Ma nemmeno per sogno! Credete che il vostro aggeggio elettronico, dopo 3 anni di intenso utilizzo sia come nuovo? Oppure inizierà a scricchiolare, o vi sarà caduto più di qualche volta, avrà un tastino che non funziona più. Oppure è obsoleto e non legge gli ultimi nuovi formati fighissimi di libri… Diventerà una palla al piede come i cellulari, i computer e tutto il resto dell’armamentario tecnologico. Vecchio ancora prima che il suo costo sia stato ammortizzato. Reso obsoleto in maniera furba e programmata, cambiando formati, facendo “offerte”… Pensate davvero che non accadrà tutto questo se i lettori di eBook troveranno diffusione anche solo pari alla metà di quella dei cellulari? Non farano gola ai soliti noti questi apparecchi multimediali che come costo e utilizzo potenzialmente potrebbero rivaleggiare coi cellulari?

Ma allargando il discorso, e lo faccio solo per poco non temete, andando molto avanti nel tempo, io vedo tipografie chiuse, cartiere chiuse, editori chiusi… E un sacco di gente senza lavoro. A vantaggio di chi? Dei soliti. Multinazionali dell’elettronica che fanno stampare circuiti in Cina o India per pochi centesimi e che li rivendono in Europa a centinaia di euro. Giganti del software (Microsoft, Google) che si appropriano dei diritti di sfruttamento di milioni di volumi, facendo quello che pare loro. Io non posso cambiare le cose, succederà quello che deve succedere, ma chi vi racconta oggi che l’eBook è una rivoluzione culturale che va tutta a nostro vantaggio, mente forse senza saperlo, perché mi giunge nuovo che i giganti dell’elettronica e dell’informatica che “promuovono” questa rivoluzione, siano diventati enti benefici…

Nonostante tutta la tecnologia, non è all’altezza del vecchio libro

Alla fine del discorso, però, io mi chiedo se sia davvero necessario sottomettersi ancora una volta a questo stress tecnologico. Ribadisco quanto detto all’inizio: chi scrive queste righe è un malato di tecnologia, con televisore LCD HD e Home theatre, cellulare evoluto, PC possente e 2 notebook… Ma se voglio vedere la TV e voglio vederla al meglio, l’HD è quello che fa per me. Per telefonare e segnare i miei appuntamenti, il cellulare che ho è una benedizione.
Ora, invece, spiegatemi perché dovrei rinunciare a un oggetto tecnologicamente già perfetto come il libro di carta. Ricordo che un mio docente in università ci faceva una testa così citando La bellezza è figlia della funzionalità. Un oggetto è bello quando assolve alla sua funzione e lo fa perfettamente. Il libro assolve alla sua funzione da circa 500 anni e lo fa alla grande.

  • è infrangibile (puoi farlo cadere tutte le volte che vuoi e non devi votarti ai tuoi santi in paradiso perché non si rompa il display LCD);
  • è ecologico (non consuma energia elettrica, non ha bisogno di essere ricaricato, non credo che per produrlo si inquini di più di una qualsiasi industria elettronica ed è facilmente riciclabile)
  • è economico (per un lettore medio, lo è sicuramente se confrontato a  un eBook più il costo di ammortamento del lettore)
  • nessuno cercherà mai di rubartelo (quante volte al mare ho lasciato il libro sulla mia sdraio per andarmi a tuffare in acqua? Non mi sono mai dovuto preoccupare che qualcuno me lo rubasse, mentre cellulari, iPod e lettori eBook sono prede potenziali)
  • non ha bisogno di manutenzione (nessuna riparazione, nessun aggiornamento software, leggibilità anche tra 30 anni mentre un qualsiasi eBook reader sarà da buttare dopo 6/7 anni, nessuna ansia da incompatibilità di formati dei file: se il libro è in italiano, lo compri e lo leggi)

Non dico che un eBook reader non abbia vantaggi, ma i vantaggi che offre, non riescono a farmi dimenticare i suoi difetti. E’ vero, in un unico eBook posso mettere centinaia di libri. Sì ma chi se ne frega: mi trovate un lettore accanito che non ami vedere i suoi libri in fila al loro posto nella libreria di casa? E le dediche sui libri? Cosa mi farò firmare, un fax?
E poi, se il solito lettore medio legge 10/12 libri l’anno, in 10 anni ne potrà accumulare al massimo 100/150. Che se ne fa della potenzialità di “migliaia di testi archiviabili”? Con il lettore eBook potrò vedere filmati e leggere i quotidiani… Ma ho il PC per questo. E io non voglio leggere il Corriere, voglio leggere bene un romanzo.

Certo, si dice che potranno tornare in circolazione testi dimenticati e non più in catalogo. Questo è buono. Ma solo questo. E comunque, periodicamente, gli editori recuperano alcuni vecchi testi per riproporli in economica.

In definitiva

Non dico che alzerò barricate contro l’arrivo dell’eBook, perché come ho già scritto se questa rivoluzione dovrà accadere, semplicemente accadrà, che mi (ci) piaccia o meno, visto che dietro a tutto questo ci sono come sempre colossali interessi economici in ballo. Vorrei solo che ci si avvicinasse al fenomeno senza false illusioni  e si capisse che l’editoria è un mercato molto più fragile rispetto a cinema e musica. La pirateria, che in molti osannano, farebbe strage. E gli autori non possono fare spettacoli dal vivo per racimolare i soldi che non recuperano dalle vendite dei libri come fanno i cantanti. Nessuno li paga per ospitate TV. E’ un mercato povero, che combatte duramente schiacciato da altri in espansione. E non vorrei vederlo finire in mano ad aziende come Google (come sta già accadendo negli USA) in un modo così dispotico e irritante da far rimpiangere le politiche editoriali dei grossi gruppi italiani.

Se devo rimpiazzare un padrone dispotico con uno non solo più dispotico ma infinitamente più potente, allora preferisco la sofferenza attuale. E scusate se vi pare brutto.