La nuova rivoluzione industriale: ovvero, è facile essere scrittori col culo degli altri

Date: 08 febbraio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 2

Nota inutile che potete saltare a piè pari: Il progressivo imbarbarimento dei titoli che scelgo per i miei post (pubblicati con cadenza geologica) ha un che di affascinante: è come assistere in diretta a un incidente stradale. L’orrore che suscitano è lo stesso… Così come i risultati.

 

Era da giorni che rimuginavo a proposito di una questione inerente il mai abbastanza denigrato mondo dell’editoria e della scrittura, ma l’endemica pigrizia che mi affligge m’impediva di tornare qui a rovesciare migliaia di battute sull’argomento. Già disperavo che non mi sarebbe mai venuta voglia di affrontarla e l’idea sarebbe morta di stenti e abortita, come capita a molte altre, quand’ecco affacciarsi all’orizzonte quello che io chiamo il salvifico post da bava alla bocca. Dove la bava è mia, il post di qualcun altro.

L’articolo in questione è pubblicato da un sito importante, quello del nostro primo quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Viene quindi naturale prendere molto sul serio l’articolo in oggetto, scritto da tale Vincenzo Latronico, che wikipedia dice essere giovine scrittore ottimamente pubblicato (Bompiani). Titolo del pezzo: Il dilemma morale dell’eBook pirata. Ve l’ho linkato così che possiate leggerlo tutto, dato che a me interessano solo alcuni passaggi. Capirete presto quali e perché.

Faccio una premessa importante: in questo mio post non ho intenzione di affrontare e sviscerare la questione della pirateria, perché è argomento talmente vasto e complesso che rischierei di perdermi per strada. A me interessa parlarvi d’altro, mi interessa cioè quello che a mio avviso sta diventando un paradosso insostenibile.

Iniziamo da una candida ammissione che fa il nostro Latronico:

Vorrei parlare di pirateria. Avevo Napster quando è nato; tuttora scarico quello che posso, anche se la musica classica — che costituisce gran parte dei miei ascolti — è difficile da trovare, e in genere finisco per comprarla in versione digitale. Lo stesso vale per i film; vado al cinema spesso, ma tutto ciò che non è in sala lo vedo al computer. Le difficoltà di reperimento, o i problemi di connessione, mi spingerebbero ad abbonarmi a un servizio come Netflix (che negli Stati Uniti fornisce legalmente, dietro un piccolo pagamento, ciò che si può scaricare illegalmente), se in Italia ci fosse; ma forse per miopia legislativa, forse per mancanza di mercato, non c’è: e di comodità si fa vizio. È quasi naturale, si potrebbe quindi dire, che io scarichi i libri.

C’è una ragione, però, per cui non sembra tanto naturale: ed è che coi libri io ci vivo, più o meno. In quest’ultimo anno i diritti d’autore hanno rappresentato una percentuale non irrisoria dei miei piuttosto irrisori guadagni. Il fatto che io calpesti un diritto altrui che pure spero nessuno calpesti ai miei danni può essere visto come una dissociazione, o una pia illusione, o un tentativo di free-riding, o un sepolcro imbiancato: poco importa. Lo faccio. So che non dovrei,ma lo faccio. E so, o credo di sapere, che prima o poi lo faranno tutti.

 

Non credo di dover spiegare nulla, no? Il ragazzo (è nato nell’84), essendo gggiovane, moderno e quindi tecnologggico trova naturale tutti gli ammennicoli tecnologggici e quindi scarica a nastro tutto lo scaricabile. E’ una attività compulsiva che ci è ben nota, si scarica più di quanto si possa vedere, leggere o ascoltare in una intera vita… Si scarica perché lo si può fare. Si scarica anche quello che non ci interessa, ed è questo l’argomento più gettonato da chi afferma che la pirateria non danneggi le vendite. Non discuto ma – per quanto mi riguarda – non mi ascrivo alla categoria degli scaricatori (di porto) anche se un bel “chi se ne frega di quello che faccio o non faccio” ve lo piazzo qui gratis.

Vediamo piuttosto quello che fa Latronico. Scrive che “una percentuale non irrisoria” dei suoi guadagni deriva dai diritti d’autore. Diritti percepiti grazie a quello che egli stesso definisce il ” terribile e forse non necessario diritto alla proprietà intellettuale“.

Dio mio, ma quanto adoro questo tipo di persone?

Sono stupende, davvero! Ricapitoliamo un po’: il ragazzo ci dice di campare di libri e collaborazioni editoriali, scrive sul sito del Corriere, vende i suoi libri a Bompiani, e ci racconta che scaricare i libri degli altri è cosa buona e giusta. E perché sarebbe giusto? Perché il diritto alla proprietà intellettuale è forse non necessario. Scusa, ma non è lo stesso diritto che ti fa guadagnare i denari che utilizzi per campare? Viene allora da chiedergli: “Latronico, il tuo prossimo libro lo vendi a Bompiani o lo regali su Internet?”
No, perché a essere rivoluzionari, a parole, son buoni tutti, specie quando si ha in essere un contratto con una major editoriale. Parlare di progresso e futuro, non costa nulla. Crearlo, questo futuro, invece sì…

A mio avviso la coerenza è un valore. Se sei davvero convinto che il diritto alla proprietà intellettuale sia terribile, desueto, infimo, allora regala i tuoi libri così come fanno migliaia di ragazzi, da anni, su Internet. Ragazzi che magari non hanno contratti con Bompiani e non scrivono per il Corriere.
Cosa ti frena? Certo, forse il fatto che i soldi non fanno schifo e che Bompiani ti può garantire la visibilità che non ti può garantire un blog? E’ una sorta di armiamoci e partite, insomma. Oppure – per riprendere il titolo di questo post, scorretto e triviale – dobbiamo ammettere che è facilissimo fare gli scrittori col culo degli altri.

E all’urlo di “Ragazzi non lamentatevi, siate bohemienne e maledetti! Regalate il vostro libro!” Il nostro autore maledetto e moderno andò in banca a incassare l’assegno delle royalties.

Io “vengo” da un’epoca pioneristica, dove il web italiano era inestistente almeno quanto l’horror italiano. Come me, centinaia di altre persone hanno scritto tonnellate di racconti, articoli, storie e romanzi, che sono stati dati in pasto alla rete, senza nulla chiedere in cambio se non, a volte, un commento. Non vivo di scrittura, e se fosse per me, il mio editore potrebbe regalarli i miei libri. Economicamente non farebbe alcuna differenza per me. Ma come posso chiedere al mio editore di curare il mio libro, promuoverlo, farlo conoscere, stamparlo, editarlo se non guadagna un euro da suddetto libro? Gli impiegati costano, le bollette sono salate.

La risposta è pronta, ce lo rivela l’autore del pezzo:

Più probabilmente, come nel caso di Quevedo e di Dante, la scrittura alla lunga diventerà anche per me un’attività non retribuita, o pochissimo, e sostentata da un patrimonio personale (che non ho) o da altre fonti di reddito: e sarà magari più aleatoria, probabilmente più diffusa e di certo più libera. Se andava bene per Boccaccio e Cervantes, troveremo modo di farcelo andar bene anche noi.

Chiaro, no? Il futuro del libro elettronico è un salto indietro di almeno 750 anni, ai tempi di Dante. E sono in molti a sostenere questa tesi, quindi accettiamola senza riserve. Ci hanno visto giusto loro: perché l’autore di un libro dovrebbe percepire un compenso? Sarà mica un lavoro quello. Sparare cazzate a raffica per 500 pagine, al massimo è un passatempo. Resta da capire se lo sia anche scrivere sul corriere o tradurre cazzate altrui dall’inglese, ad esempio. In fondo si tratta sempre di pigiare sulla medesima tastiera, quindi non vedo perché dovrebbe essere retribuito un articolo di giornale e non un racconto. Dico bene o parlo giusto?

Dovremmo tornare ai tempi di Leopardi, quando lo studio e l’erudizione erano ad appannaggio dei soli nobili e ricchi borghesi che avevano il tempo di speculare sul senso della vita non dovendo combattere ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Oppure fare come i geni del Rinascimento, che per poter dare vita alle loro opere, si mettevano al servizio del potente di turno e dei suoi capricci. Io ho deciso che farò come Michelangelo, che si mise al soldo del Vaticano salvo poi sabotarlo dall’interno dipingendo un Giudizio universale pieno di gente nuda.

Il futuro dell’editoria è un salto nel passato?

Forse sì, perchè tutto sommato stiamo già vivendo il passato e più precisamente l’epoca della Rivoluzione Industriale quando migliaia di contadini sciamarono verso le città per andare a lavorare in fabbrica, sperando in una vita migliore. Si trattava, ovviamente, di una pura illusione, perché si ritrovarono a vivere in orrendi sobborghi, in condizioni sanitarie e igieniche al limite dell’umano, e a lavorare in industrie simili a prigioni, costretti a turni massacranti, senza alcun diritto, e per un tozzo di pane.

Quando sento fare discorsi come quello enunciato nell’articolo di Latronico, subito penso a quell’epoca e a come il mondo dell’editoria ci somigli terribilmente (esagero volutamente, sia chiaro, ma è per farvi capire il senso del mio discorso). In un modo o nell’altro, molti sostengono che chi scrive, in fondo, non abbia alcun diritto. E il tutto ha una sua logica:

  1. non hai il diritto di lamentarti, perché scrivere è una scelta, non un obbligo;
  2. non hai il diritto di guadagnare col tuo lavoro, primo perché il tuo non può essere considerato un lavoro, secondo perché non essendo un lavoro, ma un atto creativo, diventa di tutti, e quindi tutti hanno il diritto di appropriarsene secondo le modalità che ritengono più opportune.

Sarei anche abbastanza d’accordo. In fondo, lo ripeto, lo faccio per passione e non ci campo. C’è solo un piccolo, trascurabile, particolare che mi infastidisce un po’… chi scrive è l’anello debole di una catena alimentare gigantesca dove un sacco di gente campa sul suo lavoro scarsamente (o per nulla) retributo. Ed eccoci al paradosso che vi accennavo poco fa. L’autore di un libro non dovrebbe vantare diritti d’autore, ma perché allora un sacco di gente dovrebbe ricavare danaro dalle sue opere? Vogliamo liberare le idee? Liberiamole! Ma farlo completamente significa fermare tutto. Sui libri, anche su quelli che vendono pochissimo e rendono altrettanto, campa un sistema gigantesco fatto di tipografi, venditori di carta, editori, impiegati, centraliniste, agenti letterari, editor, giornalisti, illustratori, correttori di bozze, addetti marketing, manager, autotrasportatori, distributori, agenti di commercio.

E pensate davvero che l’eBook possa liberare le opere da questa infinita serie di personaggi? Certo, ma solo se trascuriamo qualche migliaio di operai che realizzano lettori eBook in gigantesche aziende di elettronica, tutto il marketing e il design che gli va dietro,  la realizzazione di siti web e il loro mantenimento, i formati proprietari, gli spedizionieri… insomma potrei andare avanti per un altro quarto d’ora, ma la sostanza resta questa. Su di un oggetto così insulso, povero e bistrattato come un libro che racconta una storia, campa tutta questa gente. E attenzione, tutta questa gente campa con assegni regolari, puntualmente erogati secondo i contratti previsti per la loro categoria. Molti di loro saranno forse precari, ma ogni mese incasseranno il loro precario assegno.

L’autore no.

Scrivere dovrebbe essere gratuito, ma tutte le altre attività correlate no. Non sia mai, eccheccazzo, chi li sente i sindacati? Chiediamoci il perché. La precarizzazione nel campo della scrittura è una condizione imposta da sempre… eppure voi avete mai sentito parlare di scioperi degli scrittori? No, e sarebbe assurdo, me ne rendo conto, eppure supponiamo per un momento che scioperassero tutti. Tutti quanti. King, Umberto Eco, Marco Pincopallo. Anche quelli che aspirano a diventarlo, scrittori: sciopero totale della parola scritta. Tutti gli autori ritirano dal mercato ogni libro, vecchio e nuovo. E’ un paradosso, sia chiaro, fa un po’ acqua, ma serve solo per capire quanto sia grande la macchina che muove il libro. Proviamo adesso a riempire col niente disponibile le librerie, gli e-reader, i siti web. Anche quei siti che regalano tutto… Vuoti. Siti come quelli, campano sugli introiti pubblicitari per le pagine visualizzate: se non c’è nulla da visualizzare non c’è pubblicità da vendere. Niente più sarebbe piratabile perché niente di nuovo verrebbe scritto. Ora che abbiamo spazzato via tutto, pensate: che fine fa tutta la gente che guadagna denaro sulla creazione, distribuzione, commercializzazione di altrui opere (gratuite e/o a pagamento)?

Ci sono soggetti che oggi lucrano anche sulla diffusione di opere gratuite (Megavideo vi dice niente?). Se pure tutta la filiera della produzione di eBook fosse gratuita, dall’inizio alla fine, resterebbe sempre la faccenda dei lettori eBook. Dovremmo pagarli? Solo loro? Perché mai? Che ce li regalino Amazon e Apple! Libera circolazione delle idee e del lavoro altrui. Se vale per chi scrive, che valga anche per i progettisti di Kindle, per i designer, gli impiegati, gli operai, i manager che li hanno realizzati!
Senza i libri, le storie, il prodotto della vostra creatività, i redaer sarebbero solo simpatiche scatolette vuote. Eppure il libro – ci dicono – lo si dovrebbe regalare. Volete sapere perché il Kindle, invece, lo dobbiamo pagare?

Perché è fatto di plastica e lo possiamo toccare.
Purtroppo, le idee non si toccano.


Per la cronaca (e gli amici sostenitori degli eBook): sono settimane che sto lavorando a un racconto che sarà distribuito in formato elettronico da un editore il cui nome potrò annunciare solo  a cose fatte. Il racconto sarà distribuito gratuitamente. E io non percepirò alcun compenso. C’è chi parla di diritti d’autore “terribili”, ma incassa emolumenti, e chi li difende (ma lavora gratis). In che mondo pazzo e fantastico viviamo…

 

Gli editori americani…

Date: 10 gennaio, 2012  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 4

Credo che questo che state per leggere sarà l’ultimo pezzo che dedico allo strapotere della narrativa americana nel nostro paese (potete leggere i primi due articoli qui e anche qui), alla relativa chiusura culturale del loro ambiente editoriale e alle assurdità della nostra editoria. Sono partito proponendovi il punto di vista dell’autore e del lettore, per poi proseguire cercando di capire le logiche degli editori italiani e concludere gettando lo sguardo verso gli editori americani.

Il contributo più importante a sostegno di quello che vado ripetendo da qualche tempo viene da un personaggio non certo di secondo piano, Horace Engdahl, il segretario permanente della Swedish Academy, l’organizzazione che assegna il Premio Nobel. Ebbene, il nostro amabile Horace ha gettato nel panico la stampa statunitense con la sua dichiarazione di non voler aggiudicare il nobel per la letteratura a un americano accusando l’editoria USA di essere troppo isolata: “non traducono abbastanza e non partecipano veramente al grande dialogo della letteratura”.

La sua frase completa è stata:

“The US is too isolated, too insular. They don’t translate enough and don’t really participate in the big dialogue of literature… That ignorance is restraining.”

Porcapaletta, aggiungerei io. Gli americani, è ovvio, non l’hanno presa benissimo (anche se poi Engdahl, con una marcia indietro epica, ci ha tenuto a chiarire che l’assegnazione del Nobel niente aveva a che fare con la nazionalità dell’autore). Ci sono state diverse voci che si sono levate per contraddire il nostro eroico Horace. David Remnick del New Yorker, ad esempio, s’è incazzato di bestia. Sostanzialmente, ha accusato la commissione del Nobel di non capire una mazza di letteratura. E ha terminato la sua frase con un lapidario “gne gne gne“. In inglese, ovviamente, la chiusa suonava tipo: “neew neew neew…”

Se volete vedere quanti hanno rosicato, andatevi a leggere l’articolo sul Guardian (quotidiano inglese) dove si raccolgono le reazioni alle dichiarazioni di Engdahl.

Ora, questo (tutto sommato ininfluente) battibecco consente a noi comuni mortali, di subodorare come stiano le cose. Vale a dire, la chiusura del mondo editoriale americano è un dato di fatto, alla faccia di tutti i gne gne gne possibili e immaginabili, e non siamo solo noi italiani a sospettarlo. Sono colonizzatori non colonizzabili, insomma. E se ancora ci fosse bisogno di convincervi di quanto raccontavo nel mio primo articolo sull’argomento, ho pescato alcune interessanti dichiarazioni di piccoli editori americani (gli unici che traducono testi stranieri, esattamente l’opposto di quello che accade in Italia, dove sono i grandi gruppi a tradurre di più libri americani), raccolte durante la Fiera del Libro di Francoforte. Ad esempio, l’editore Godine ha dichiarato:

“Quando vedi quanto si paga per un autore mediocre negli Stati Uniti e quanto devi pagare per ottenere un autore internazionale che è stato tradotto in 18 lingue, è ridicolo che le persone non investano comprando grande letteratura”. 

Lo ha detto un editore americano, mica io… Ed è ovvio che sia così. Gli autori americani sono pompatissimi da agenti e marketing. Gli europei sono i figli della schifosa (e gli italiani sono i servi dei figli della schifosa), quindi vengono via con pochi spiccioli. E leggete cosa dice Fiona McCrae, direttore della Graywolf Press:

“Philip Roth non sarà improvvisamete pubblicato da Greywolf, così vedi chi è il Philip Roth d’Italia o chi è un interessante scrittore fuori dalla Svezia”.

Capito? Nemmeno i piccoli editori americani possono permettersi di comprare libri dei migliori autori negli Stati Uniti, quindi sono “costretti” a cercare bravi autori all’estero per risparmiare. Il che è pazzesco, se pensate alla situazione italiana. Qui succede l’esatto contrario: gli editori fanno a gara per avere in catalogo un autore americano, anche se mediocre, anche se costosissimo. Basta che abbia un nome statunitense. I nostri piccoli editori, invece, sono costretti a pubblicare narrativa italiana perché non hanno i mezzi per accaparrarsi un americano, ma se solo potessero, si getterebbero a pesce su qualche firma d’oltre oceano.

Se però state per mandare i vostri lavori a un piccolo editore americano sull’onda dell’entusiasmo, vi prego di considerare che gli editori stessi dicono: “I costi di traduzione sono spesso un deterrente o un motivo per non tradurre un libro”, tanto che spesso, vi sentirete dire da un agente USA che dovreste provvedere voi stessi a tradurre l’opera, prima di proporla a un editore USA. E il danno non è indifferente, perché mentre per tradurre dall’inglese all’italiano, ormai, si possono davvero trovare trucchi tali per cui si paghi poco o niente qualsiasi traduzione (è una pratica talmente diffusa che ci sono stagisti anche in questo settore, che ve lo dico a fare…), per tradurre dall’italiano all’inglese occorrono dai 20 ai 25 euro a pagina. Il costo è dovuto al fatto che non tutti i traduttori sono in grado di fare il “salto opposto”, è molto più complesso e richiede una conoscenza maggiore della lingua inglese. Così scopri che per tradurre il tuo libretto di 300 pagine su una storia d’amore e guerra ai tempi dell’epidemia di dissenteria nei Carpazi, ti vengono chiesti dai 6.000 ai 7.500 euro. Un costo proibitivo, anche considerando che nessun piccolo editore americano sarà mai disposto a darvi più di 3/4.000 dollari per i diritti del vostro libro…

Ciò considerato, non vi sto dicendo di bruciare tutta la vostra libreria o non comprare più libri americani. I libri comprateli pure, anche quelli cingalesi (chissà com’è l’horror cingalese…). Ma sarebbe bello se si arrivasse al punto in cui editori e lettori giudicassero un autore per quello che scrive e non per il nome che porta. Io per non sbagliare e cadere sempre in piedi, ho già pronto lo pseudonimo americano

Primo teorema sull’editoria

Date: 30 aprile, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Scrivere  |  Comment: 1

Spesso vengo contattato da aspiranti autori che mi chiedono “come fare per pubblicare un libro“. Trovo sempre maggiori difficoltà a rispondere, vuoi perché il mercato editoriale sta diventando sempre più caotico (ed uso un eufemismo), vuoi perché è sempre inutile generalizzare. Di una cosa però sono sicuro: che se si vuole pubblicare un romanzo horror, occorre essere consapevoli di quello che è lo stato delle cose. Non serve a nulla frignare e lamentarsi, occorre conoscere. Le cose stanno come stanno. Punto. Visto che mi ritrovo a ripetere sempre le stesse cose, ho deciso quindi di fare questo schemino semiserio da poter linkare ogni volta che mi fosse posta la fatidica domanda. Credo che valga più di mille discorsi.

A questo punto, se l’aspirante autore, presa visione della situazione, vorrà proseguire testardamente seguendo la sua sacrosanta ispirazione, sarà tempo di formulare il secondo principio. Prima o poi avrò il tempo per fare anche questo, ma non oggi.

Update: visto il grafico, credo che sarebbe più opportuno definire S come un coefficiente, piuttosto che una costante. E dire che ho pure fatto Analisi II in un’altra vita… Come rimuovere dalla propria mente ogni traccia di sapere e vivere felici e contenti.

L’horror in Italia

Date: 26 novembre, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Libri, Riflessioni  |  Comments: 2

In questi giorni, sto rispondendo a diverse interviste per via del mio libro (ve ne ho parlato vero? Mi pare di sì…) e ricorre spesso una domanda sullo stato di salute dell’horror italiano. Sono occasioni ghiotte, per me, perché da tempo mi ripropongo di scrivere qualcosa a proposito e non ne ho mai avuto il tempo/voglia, ma con la scusa delle interviste sono obbligato a stare sul pezzo, ed ecco che il discorso prende corpo. Ne ho già parlato in un’altra intervista, e adesso vi riporto uno stralcio da quella che mi ha fatto qualche giorno fa Nicola Lombardi:

[LTN]: Collane editoriali e riviste di genere, in Italia, continuano a sorgere e a tramontare, in un susseguirsi di proposte che comunque denunciano un fermento e un interesse che non conoscono pace. Le generazioni di appassionati lettori – e di scrittori – si susseguono, si accavallano, si passano il testimone. Come vedi, in prospettiva, il fenomeno “horror letterario nostrano”?
[AGC]: Come ben sai, la situazione attuale è enormemente cambiata rispetto a 15 anni fa, quando iniziai a muovere i primi passi in questo ambiente. E’ innegabile che oggi ci sia più attenzione verso l’horror da parte di pubblico e critica, ed è ovviamente merito del paziente lavoro di tutti. La costanza (testardaggine) di tutti quanti noi ha iniziato a scalfire la lapide di pietra che ci avevano calato addosso per seppellirci sotto terra. Però dobbiamo lavorare ancora parecchio prima di riuscirci a issare fuori dalla fossa in cui ci hanno ficcati a forza. L’ambiente è ancora troppo giovane e fragile. Tutti quanti, in molti modi differenti, stiamo gettando le basi per quello che potrebbe essere il futuro horror italiano, giorno per giorno, però se e come questo evolverà, davvero non lo so.
Ci sono ancora molte problematiche, alcune debolezze e diffidenze congenite che si stenta a risolvere e che costituiscono un’enorme zavorra. Più appassionati si daranno da fare, meglio sarà, questo è evidente, ma è anche vero che l’ambiente editoriale ha bisogno di numeri per sopravvivere, la buona volontà non basta. Oggi questi numeri non ci sono, salvo in rarissimi casi. E non è un problema di qualità: c’è talmente tanta robaccia che arriva dagli USA – scritta male, tradotta peggio e con idee ridicole – che mi sembra quantomeno ingeneroso fare una questione di qualità solo per gli italiani.
Il fatto è (lo sappiamo da sempre) che in Italia a parità di escrementi, con un nome straniero i tuoi puzzeranno di meno. E’ un mercato talmente delirante che quando in Italia iniziarono a pubblicare i romanzi thriller di David Baldacci, decisero (solo in Italia) di dargli un nome più americano per evitare che vendesse poco. Da lì, ecco nascere il fantastico David Baldacci Ford. Geniale non credi?
Negli anni 80/90, molti autori italiani presero a pubblicare (horror e non) sotto pseudonimo.
La gente li leggeva senza fiatare. Poi se gli stessi autori uscivano col nome in Italiano ecco calare le vendite e le prime critiche. Un vero delirio. Non ci sono soluzioni rapide, solo la qualità della scrittura. E’ solo con la qualità e un’infinita pazienza che si potranno riparare i danni enormi che le generazioni passate hanno inflitto all’horror nostrano.

I libri e il pescatore più idiota del pianeta

Date: 10 dicembre, 2009  |  Posted By: Andrea  |  Category: Ciarpame, Riflessioni  |  Comments: 0

Sto meditando da giorni se sia il caso di scrivere un pezzo piuttosto polemico sull’argomento critica e gusti, letteratura ed editoria. Penso e ripenso. Ne ho voglia, mi chiedo? Anche no…
Mentre rifletto e faccio millemila altre cose, scovo in rete un video idiota (davvero taaaanto idiota) che mi fa fare più di una sana risata. Ragazzi, mi dico, questo tizio è un vero spasso…

Sì, ok, ma il pezzo sull’editoria?
Aspetta un attimo, mi ri-dico…

Nel video c’è un pescatore statunitense (credo) famoso, tale Bill Dance.
Bill Dance fa lo splendido.
Bill Dance vuole insegnarci come si pesca, come si naviga sui fiumi, come ci si attrezza per la bisogna.
Bill Dance fa il saputello.
Poi però, dietro le quinte succede l’iradiddio, lo Zio Bill fa cazzate tali da far schiattare dal ridere chiunque, figuracce che ci mostrano – impietosamente – quale enorme impiastro sia in realtà Bill Dance. In video apparirà anche un espertone, ma poi, alla prova dei fatti, quando si tratta di fare anziché menare il torrone spiegando come si dovrebbe fare, si capisce chiaro che il Sig. Dance, farebbe più soldi come attore comico che come pescatore.

Video su YouTube

Mi chiedo, allora, se prima di salire in cattedra, non sarebbe meglio sincerarsi di essere in grado di farlo senza rischiare scivoloni. Il dubbio è buono, è sacrosanto, è nostro amico. Avere troppi pochi dubbi e spacciare certezze, non è mai un buon segno.

Sullo scrivere e sul pubblicare #2

Date: 27 ottobre, 2008  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0

Sapevo che i miei interventi sull’editoria (questo e anche questo) avrebbero solleticato o urtato la sensibilità altrui. Mi aspettavo anche che alcune cose scritte venissero travisate (a volte perché estrapolate dal contesto), quindi oggi torno sul pezzo per chiarire alcuni concetti.

Ho ricevuto un paio di mail un po’ piccate che criticavano le mie considerazioni sulla piccola editoria. In particolare, il passaggio del mio intervento che ha fatto saltare la mosca al naso ad alcuni autori e a un piccolo editore è stato il seguente:

Evitate gli editori a pagamento, date credito ai piccoli e sparate la vostra prima cartuccia. Non diventerete né ricchi né famosi col vostro primo libro. Servirà solo per presentarvi la volta dopo a un editore un po’ più grande con un nuovo romanzo. Non sarete più dei signori nessuno che cercano di far spendere tempo e denaro altrui. Sarete degli aspiranti autori con alle spalle un po’ di esperienza.

Non capisco come si possa travisare il senso di quanto scritto sopra, né come si possa anche lontanamente intravvedere un tono ostile versola piccola editoria, ma prendo atto che il fraintendimento sia possibile e cerco di chiarire. Con la mia frase “Non diventerete né ricchi né famosi col vostro primo libro. Servirà solo per presentarvi la volta dopo a un editore un po’ più grande con un nuovo romanzo. ” non ho in alcun modo voluto dire che l’autore deve pubblicare e fregarsene del proprio libro un attimo dopo l’uscita in libreria, “correndo a cercare un nuovo editore” (cito testuali parole tratte dalla mail ricevuta), o di sminuire il preziosissimo lavoro svolto dagli editori.
Ho solo fatto notare come in realtà, il libro che esce per un piccolo editore non ha la forza per imporsi sul mercato. Se anche l’autore si affannasse (come è giusto e sacrosanto, peraltro) a farlo recensire, e commentare, c’è sempre il maledetto collo di bottiglia della distribuzione: se il libro non si trova, la gente non lo compra. Sono pochi quelli disposti a comprare on line, sobbarcandosi tempi di attesa e costi in più. L’acquisto del libro è un acquisto d’impulso. E questo sega le gambe ai piccoli editori.

Se state pensando che l’editoria elettronica e gli eBook risolveranno questo problema, temo stiate mal riponendo le vostre speranze… ne riparlaremo, presto. Vi basti sapere per il momento che non sono più molto fiducioso sull’argomento. Anzi.

Occorre essere davvero determinati per acquistare un libro on line e difficilmente questo accade per un esordiente sconosciuto che pubblica per un piccolo editore. Questo non significa che non vale la pena farsi recensire, far parlare del proprio libro, anzi, una carriera si costruisce anche su questo, ma cercate di seguire il mio discorso: tutto questo non cambierà lo stato delle cose perché comunque, le cifre di vendita resteranno inchiodate sotto le mille copie. Quando va bene. Perché quando l’editore è micro, il numero di copie vendute non passa le 500. E il fatto che qualcuno si risenta se RIVELO lo stato delle cose, dimostra come permenga soffocante sull’ambiente una incomprensibile ipocrisia di fondo.

Quindi, per tornare al mio discorso iniziale, nessun autore esordiente che pubblichi con Pincopallo Editore di Pinerolo (spero non ne esista uno chiamato davvero così, o sarò costretto a profondermi in milioni di scuse domani…) potrà sentirsi appagato o arrivato. Nè potrà sperare che la sua vita cambi radicalmente. Dovrà intendere questo come un primo passo da compiere. Primo passo da farsi con la dovuta attenzione e cura, dedicando a esso tutte le proprie energie.

Piccola parentesi prima di chiudere.
I piccoli editori hanno in Italia la funzione di talent scout. Scovano autori interessanti che i grandi editori non possono/vogliono prendere in esame. Cercano di promuoverli e aiutarli con i mezzi limitati in loro possesso. Immaginate se Gargoyle avesse le risorse di una Mondadori… Adesso non staremmo tutti qui a piangere addolorati.
Alla fine è solo una questione di possibilità di investimento. L’horror presso i grandi editori non è mai stato considerato degno di investimenti in termini di pubblicità (fatta eccezione per King). La pretesa dei grandi editori è che l’horror si venda da solo, senza rompere troppole scatole.
Vi sembra una cosa plausibile?
Così succede che l’horror, da sempre, in Italia resta confinato nella piccola cerchia degli appassionati. Il grande pubblico nemmeno sa dell’uscita di certi libri. E le cifre importanti si fanno solo andando a titillare tutta la massa di potenziali lettori.
Guardate cosa è successo con Joe R. Lansdale. Prima era considerato solo un autore di nicchia. Non dico snobbato, ma considerato poco. Poi (grazie a un lavoro dal basso, del quale scusate ma mi prendo una briciola del merito e se volete vi spiego il perchè…) è diventato un autore di culto. Oggi gli editori sie lo contendono. Eppure Joe è lo stesso di prima. La verità è che diventando popolare, gli editori hanno investito sul suo nome e più investivano sul suo nome, più diventava popolare… Un “circolo virtuoso” per dirla come qualcuno che ci è fin troppo noto.

Ora, non dico che questo sia un caso ripetibile all’infinito, ma potrei citarvene molti altri in cui grazie a un lavoro serio e a un impegno adeguato, i libri e gli autori sono letteralmente esplosi.  L’autore, senza il prezioso lavoro dell’editore, non va molto lontano. Peccato che – appunto – per l’horror questo si faccia pochissimo e malissimo. Questa cronica mancanza di linfa immessa nel circuito orrorifico, ha finito con l’erodere il bacino degli utenti, lasciando solo intatto quello zoccolo duro di patiti duri e puri che sanno sempre come cavarsela. Ma che sono purtroppo ben lontani (numericamente parlando) dal raggiungimento di quella massa critica fondamentale per smuovere l’interesse dei Big.

Che poi siano un pubblico meraviglioso, folle e idealista, beh, questo lo sappiamo noi e voi.
Il problema è farlo capire a loro. Gli Editori.
E mi dispiace, ma si può farlo in un solo modo… comprando libri.