L’horror, il sushi e la pizza
Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?
Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.
Il sushi insomma non fa per noi.
Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…
Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?”
L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?
Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?
Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!”
Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.
Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?
E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.
Quindi zitti e mosca.
E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.
E ‘fanculo il pesce crudo.
Sì, ho capito. Sto già scantonando. Ma l’antifona è chiara. L’horror italiano ha sempre dovuto fare i conti con dei problemi d’identità. Nonché una storia alle spalle di “tentativi”. Qui, dove sto scrivendo, possiedo una biblioteca sul punto di accartocciarsi su sé stessa soltanto formata da tentativi italici. Editoria alta e, per capirci, underground. Quasi tutti tentativi con un seguito editoriale – i famosi numeri che “contano” – dal fiato cortissimo. E dentro ci stanno cose straordinarie che non inizio neppure a citare, perché poi giustizia imporrebbe di citare tutti. Però, a volo radente sui marchi editoriali, leggo: Camunia, ACME, Addictions, Larcher, ADNKronos, Tranchida, Il Foglio Letterario, Flaccovio e altri ancora. Senza ignorare che sono usciti sporadici horror italiani, anche presso le cosiddette major. Una situazione, a dir poco, instabile almeno sino all’avvento di Gargoyle Books, inizialmente deputata a pubblicare solo autori stranieri, ma poi apertasi per assoluta convinzione al nostro mercato interno forte di autori di notevole prestigio (Dimitri, Manfredi, Vergnani e il duo Pezzini/Tintori sul fronte saggistico). Fermi restando che un autore italiano nell’identico catalogo è destinato a vendere di meno di un suo collega americano per il pregiudizio di cui sopra, la politica della casa editrice romana ha di fatto inaugurato un percorso nel quale è legittimo intravedere qualche barlume di stabilità e di allargamento di confini editoriali: da Einaudi a Marsilio, da Salani alla Nord, si sono riscontrate uscite non di poco conto nel genere praticato dai “nostri”. Senza dimenticare quella perla d’eccellenza che risponde al nome di Edizioni XII, che ha concesso all’horror e al fantastico italiano tutto lo spazio possibile, e il generosissimo tentativo, ancora da edicola, messo in piedi da Alan D. Altieri con la collana ibridante EPIX nella quale gli autori italiani hanno avuto grande vetrina, ma – a parere esclusivo di chi scrive – sono stati ingenerosamente ripagati.



