L’horror, il sushi e la pizza

Date: 22 settembre, 2011  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 3

Oggi vi parlerò di Sushi. Perché? Perché il sushi è un’ottima metafora. A me piace il Sushi, ne vado pazzo. Vado pazzo per il sushi e per l’horror. Sono due gusti particolari, per palati fini, non tutti li capiscono e li amano. Per questo ho pensato di usare il sushi per parlarvi di horror e di generi letterari.

Allora, voi tutti saprete che in Italia, la pizza va alla grande. La pizza è buona, non si discute, è il piatto nazionale e tutti amano la pizza. Ma a qualcuno, chiamatelo pazzo, chiamatelo eccentrico, piace ogni tanto variare la dieta divorando qualche rotolino di riso e pesce crudo. Ha un ottimo gusto, fa bene alla salute e al morale. Non c’è nulla di sbagliato in questa cosa, non credete? Non faccio male a nessuno se mangio jappo qualche volta, siamo d’accordo?

Tuttavia, ci sono alcune persone che insinuano che dovrei mangiare solo pizza, perché il sushi non è proprio della mia cultura. E’ nato altrove e si sa, l’Italia è nazione solare, tutta pizza e mandolino. Quindi perché mangiare sushi? E poi non ci sono cuochi che lo sappiano preparare, non ci sono ristoranti all’altezza… All’estero sì che lo sanno fare, ma da noi… No, no, questa cosa proprio non va.

Il sushi insomma non fa per noi.

Eppure vi garantisco che adoro il sushi, conosco tre, quattro ristoranti divini frequentati da persone comuni, non da alieni. Anche a loro piace la cucina giapponese e ne mangiano senza sentirsi in colpa, senza pensare di infrangere chissà quale tabù o tradizione, senza commettere chissà quale tradimento.
Loro.
Gli altri invece…

Talvolta provo a convincere qualche amico a venire con me, ma se lo vedo storcere un po’ il naso non insisto. No problema, amigo. A me piace, ma capisco che possa non andarti a genio, quindi stai tranquillo: con te andrò in pizzeria e poi – da solo – andrò a strafarmi di sushi. Sono tollerante. Anzi, non mi pongo nemmeno il problema dell’esserlo o meno: abbiamo solo gusti diversi e non vedo dove stia il dramma. Non mi inalbero se a te non piace il sushi, non cerco di farti cambiare idea dicendoti che hai gusti provinciali o monotoni. Sarebbe quindi gradita la reciprocità: evita di dirmi che ho gusti strani. Evita di fissare il mio piatto chiadendomi: “Ma come fa a piacerti quella roba lì?

L’amante del sushi si sorprende a chiedersi cosa infastidisca il proprio prossimo: il fatto che egli mangi pesce crudo è un offesa per qualcuno? E’ un reato? Un danno per la cucina italiana?

E’ tutto molto strano. Ma c’è di più. Ci sono persone che arrivano a ipotizzare che ogni genere di cucina esotica sia figlia di un cuoco minore. Che solo la pizza abbia una dignità, e quindi mangiare giapponese, spagnolo, eritreo o thailandese, siano atteggiamenti eccentrici e degni di biasimo. Per questo guarderanno con disgusto e disprezzo i tavoli pieni nel ristorante esotico, additandoli al pubblico ludibrio.
Come se i dieci tavoli pieni nel ristorantino etnico siano un affronto alle diecimila pizzerie stracolme di avventori. Quei dieci tavoli vi danno tanto fastidio? Ma si può sapere perché?

Inevitabilmente, mangiando sushi e coltivando questa passione culinaria, si svilupperà un certo gusto. Si impara a conoscere i piatti, i nomi, i ristoranti migliori, insomma, si diventa un esperto.
E’ normale, no?

Anche i mangiatori di pizza avranno i loro ristoranti preferiti. Sono certo che se gli chiedeste consiglio, saranno solleciti nel dirvi: “Guarda, se vuoi mangiare la vera pizza, non andare da Gino. Vai da Pino!

Ecco, voi sushi dipendenti, questo non lo potete fare. Non si fa, brutti cattivi. Ai mangiatori di pizza questo non va bene, perché se vi azzardate a dire quale sushi sia DOC e quale invece paia fatto in un supermercato per essere venduto al bancone del pesce in vaschette di polistirolo, subito vi aposfroferanno con vari epiteti. Vi diranno che siete degli intransigenti, dei talebani, vi accuseranno di far parte di una cricca giappo-massonica e che per colpa vostra la diffusione della cucina giapponese stenta a prendere piede.

Ma come, vi chiederete voi un po’ mesti. Ma se sono anni che prendo calci nel culo a raffica solo perché vorrei papparmi i miei rotolini adorati, che faccio chilometri e chilometri alla ricerca del ristorantino giusto, che vengo sfottuto e denigrato da tutti… Adesso mi vengono a dire che avendo affinato il palato non ho nemmeno il diritto di dire se il sushi che mi propinano sia buono o meno? E che addirittura IO sia la causa della scarsa diffusione del sushi?

E’ così, rassegnatevi. Voi, che ne sapete di più di pesce crudo di chi fino a ieri ha sbafato solo pizza, voi che avete sempre cercato di portare gli amici al ristorante giapponese, voi che sapete distinguere se chi cuoce il riso è cinese o giapponese solo saggiando la compattezza del rotolino, proprio voi siete il problema da estirpare.

Quindi zitti e mosca.

E non lamentatevi se vedrete servire alla pizzeria più vicina una indegna pizza-sushi, una specie di chimera iperpubblicizzata cucinata dal pizzaiolo più famoso della città, deciso a cavalcare la moda e arraffare altri avventori pasticciando con un ibrido con poco sapore, che nulla ha a che spartire con l’originale e che viene spacciato dal suo pizzaiolo come la vera essenza del sushi. Perché lui ne sa. Lui è famoso. E quindi il sushi, alla faccia di quei quattro maledetti giapponesi, ve lo dice lui come si fa.
Nel forno, sopra un bel disco di pasta croccante.

E ‘fanculo il pesce crudo.

Di nuovo, l’horror italico

Date: 29 novembre, 2010  |  Posted By: Andrea  |  Category: Diacono, Riflessioni, Scrivere  |  Comments: 0
Di nuovo horror italiano. Questa volta è Danilo Arona che ne parla in un (dottissimo) commento al mio romanzo, che vi consiglio di non lasciarvi scappare (parlo del commento).
(Però pure il romanzo…)
L’introduzione al pezzo insiste sul discorso che ho già affrontato io stesso in alcune interviste rilasciate in questi giorni, come vi ho già riportato in articoli come questo oppure quest’altro.
Danilo, che ha un’invidiabile memoria storica, torna sulla faccenda degli autori italiani, con quelle che in un processo all’americana, definiremmo prove chiave.

L’horror italiano da anni è impegnato in un’ardua e difficile tenzone. Conquistare quella sostanziosa fetta di pubblico che non compera il genere per partito preso se l’autore esibisce nel cognome i suoi normali ascendenti nazionali. Non è storia nuova. Se qualcuno in età avanzata si ricorda di come nacque al cinema l’imprescindibile filone del western all’italiana, si rammenterà forse che Sergio Leone firmò Per un pugno di dollari come “Bob Robertson”, non certo per vergogna ma per favorire il destino commerciale di un film, sulla carta, considerato anomalo.
O, andando ancora indietro nel tempo, si potrebbero citare tornando all’horror letterario i leggendari “Racconti di Dracula”, pubblicazione da edicola di Farolfi Editore, dove i vari autori anglosassoni erano tutti straordinari professionisti della parola di nostrana ascendenza. O, venendo più in qua, potremmo menzionare i pochi numeri della collana, sempre da edicola, chiamata “Maniac”, in cui certi autori che si presentavano come Steven H. Farmer e Frank Crawford erano in realtà gli amici, antesignani per il genere, Massaron e Nerozzi. Senza dimenticare un certo Frederick Kaman, ovvero l’incommensurabile uomo dai mille volti, Stefano Di Marino.

Sì, ho capito. Sto già scantonando. Ma l’antifona è chiara. L’horror italiano ha sempre dovuto fare i conti con dei problemi d’identità. Nonché una storia alle spalle di “tentativi”. Qui, dove sto scrivendo, possiedo una biblioteca sul punto di accartocciarsi su sé stessa soltanto formata da tentativi italici. Editoria alta e, per capirci, underground. Quasi tutti tentativi con un seguito editoriale – i famosi numeri che “contano” – dal fiato cortissimo. E dentro ci stanno cose straordinarie che non inizio neppure a citare, perché poi giustizia imporrebbe di citare tutti. Però, a volo radente sui marchi editoriali, leggo: Camunia, ACME, Addictions, Larcher, ADNKronos, Tranchida, Il Foglio Letterario, Flaccovio e altri ancora. Senza ignorare che sono usciti sporadici horror italiani, anche presso le cosiddette major. Una situazione, a dir poco, instabile almeno sino all’avvento di Gargoyle Books, inizialmente deputata a pubblicare solo autori stranieri, ma poi apertasi per assoluta convinzione al nostro mercato interno forte di autori di notevole prestigio (Dimitri, Manfredi, Vergnani e il duo Pezzini/Tintori sul fronte saggistico). Fermi restando che un autore italiano nell’identico catalogo è destinato a vendere di meno di un suo collega americano per il pregiudizio di cui sopra, la politica della casa editrice romana ha di fatto inaugurato un percorso nel quale è legittimo intravedere qualche barlume di stabilità e di allargamento di confini editoriali: da Einaudi a Marsilio, da Salani alla Nord, si sono riscontrate uscite non di poco conto nel genere praticato dai “nostri”. Senza dimenticare quella perla d’eccellenza che risponde al nome di Edizioni XII, che ha concesso all’horror e al fantastico italiano tutto lo spazio possibile, e il generosissimo tentativo, ancora da edicola, messo in piedi da Alan D. Altieri con la collana ibridante EPIX nella quale gli autori italiani hanno avuto grande vetrina, ma – a parere esclusivo di chi scrive – sono stati ingenerosamente ripagati.

Maledetti francesi…

Date: 15 luglio, 2008  |  Posted By: Andrea  |  Category: Cinema, Riflessioni  |  Comments: 0

Dopo l’ondata dell’horror spagnolo, è arrivato il momento di quello francese. E la frustrazione per una crisi ormai cronica del cinema horror nostrano, monta inesorabile.
Se Alexandre Aja (figlio di un pezzo grosso della critica francese, quindi non proprio fattosi da solo) è  tutto sommato un “fuori quota” che dopo il botto di Alta tensione, è emigrato a grande richiesta negli USA gettandosi nel fortunato remake de Le colline hanno gli occhi, per poi scrivere e produrre lo slasherino P2 e gettarsi nella realizzazione di quello che probabilmente è sino a oggi il suo film più costoso, Mirrors, ci sono altri registi – tutti giovani – i cui film sono letteralmente esplosi sia in Francia che in Europa, attirando spesso l’attenzione dei produttori USA.

Parlo di Alexander Bustillo e Julien Maury autori dell’acclamato low budget A L’interieur (Inside), che vengono già ritenuti talmente interessanti negli States, da essere stati indicati come i registi più papabili per il remake di Hellraiser. Oppure di David Moreau e Xavier Palud registi dell’ottimo Ils (Them), o di Pascal Laugier già autore del noiosetto Saint Ange e ora regista di Martyrs.

Qualunque sia il vostro giudizio su questi film, non può non risultare evidente la differenza rispetto alla squallida scena italiana. Lassù, in Francia, i produttori danno spazio all’horror e ai giovani registi e questo viene premiato. I film prodotti sono talmente interessanti da attirare l’attenzione dei produttori USA. Il sistema francese di supporto economico alle produzioni autoctone funziona, tanto che le co-produzioni USA-Francia si ripetono sistematicamente, rendendo i registi francesi interessanti anche dal punto di vista economico.

Qui da noi, lavorano sempre i soliti registi. Blasonati, non si discute. Capaci, chi dice di no. Ma forse non freschissimi. Forse non in sintonia con quello che è oggi l’horror.  Perché negli usa a 30 anni ti affidano un progetto miliardario e in Italia nemmeno ti fanno andare a prendere i panini? Io la definirei cialtroneria. Sento continuamente favoleggiare di nuovi mirabolanti progetti corali (ricordate gli Italian Masters of Horror?), ma poi tutto tramonta… mancano i soldi, mancano i produttori, mancano i distributori. Manca la voglia.
All’estero, intanto, lavorano sul serio e fanno i soldi che qui sognano.
Non si investe più niente, si va avanti solo per spintarelle e tanti saluti al cinema horror italiano.

I francesi, così, ci hanno bellamente sopravanzato, stanno dando spazio alle nuove leve, mentre i nostri produttori DORMONO e buttano via i soldi in filmacci tutti uguali, su storielle che non varcano i confini nazionali. Sempre la solita solfa, direte voi.

Avete ragione, aggiungo io.