Boxed

Date: 27 novembre, 2008  |  Posted By: Andrea  |  Category: Riflessioni, Roba mia, Scrivere  |  Comments: 0

In queste settimane sono impegnato con la stesura di un nuovo racconto,  il cui titolo (provvisorio) è BOXED. Mi è stato commissionato per una antologia che finirà in edicola per il Giallo Mondadori, composta da 4/5 racconti piuttosto lunghi (tutti sulle 50 pagine circa). Racconto lungo o romanzo breve, vedete voi. Non vi anticipo altro, prima fatemi finire il racconto. Questo post, tuttavia, dovrebbe farvi capire il motivo per cui latito un po’ qui sul blog.

Il fatto è che di solito, quando mi metto a scrivere narrativa, smetto di fare qualsiasi altra cosa. Scrivere, per me, è un’esperienza totalizzante: ho bisogno di immergermi completamente nel mondo che sto creando e i suoi personaggi me li porto dietro, ogni minuto della mia giornata. Spesso i personaggi dei miei racconti non sono compagnie piacevoli, visto il genere che bazzico, e non se ne vanno finché il racconto non è finito. La cosa mi porta, nelle settimane in cui dura la stesura del racconto, a essere piuttosto “assente”. Mangio, respiro, cammino, ma in realtà non sono realmente qui e adesso.

Questo mi obbliga a girare sempre con una fidata moleskine, autentico feticcio (compro solo il modello taccuino a pagine bianche con copertina nera) e una penna, per fermare su carta appunti spesso utili, a volte del tutto inservibili. Capisco King quando ironizza un po’ sulle fisime di chi scrive, sui rituali a cui ci si sottopone. Io cerco di non diventarne schiavo, ma a volte prendono la mano senza che ce ne si renda conto. Grazie al cielo scrivo poco, per mancanza di tempo, altrimenti la schiavitù sarebbe inevitabile.

Sapete dove sono finito, insomma. Ci sono ma non sono esattamente qui

Sullo scrivere e sul pubblicare

Date: 21 ottobre, 2008  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Riflessioni, Scrivere  |  Comment: 1

Ricevo e pubblico la mail di Davide, perché – come si dice in questi casi – casca proprio a fagiolo. Erano giorni che rimuginavo sullo scrivere e sul mondo dell’editoria più in generale, cercando di capire da dove avrei voluto (o dovuto) iniziare ad affrontare l’argomento. Davide mi dà una indicazione precisa. Quindi si parte da qui. Dove arriveremo ancora non so, ma credo sarà una strada piuttosto lunga e non priva di ostacoli…

Caro Andrea,
mi chiamo Davide Lorenzelli
e sono uno dei tanti aspiranti scrittori che infettano il mondo attuale. Ho letto il tuo pezzo sugli editori a pagamento e, ovviamente, concordo. Grazie anche per quello
che hai scritto dopo, sul fatto che oggi scriviamo tutti e leggiamo poco, ma ancora più vero è che commentiamo sempre quello che leggiamo e, spesso, ci sentiamo superiori.
L’umiltà, mi pare il sale del tuo discorso, quindi, grazie. Sono parole belle da leggere, fanno bene.
Volevo anche chiederti un’altra cosa.
Io scrivo horror (ho scritto sei romanzi in tutto) e non ho mai pubblicato.
Un rifiuto dietro l’altro.

Bene.
Forse sono uno di quelli che non vale granché, ma di sicuro non ho sbagliato ad inviare il manoscritto a case editrici poco adatte. Il problema è un altro: qui mi si dice che la maggior parte delle case editrici scartano l’horror a priori. Ho parlato con l’agenzia Santachiara, con Alessandro Perissinotto e dicono che le cose stanno così. La Gargoyle, a parte roba americana e Manfredi, non ti legge neanche. Conosci altre piccole case editrici che pubblicano roba di genere e non sono a pagamento? Addiction, Datanews, Larcher (fallita), Cooper… le conosco, senza contare quelle mediograndi che pubblicano qualcosa di genere. ma altre? Tu leggi qualcosa?….
Grazie e scusa se l’ho tirata per le lunghe.

Nella sua mail, Davide sottolinea quello che ho ripetuto a più riprese in tutti questi anni e che ogni aspirante autore farebbe bene a stamparsi bene in testa: gli editori italiani snobbano l’horror per partito preso e se lo pubblicano, evitano quello scritto da autori italiani. Se state leggendo questa frase e pensate: “Parla per te, io sono un novello King e per me si spalancheranno le porte del Paradiso,” fate prima a smettere di pestare tasti e a impiegare il vostro tempo per dare la caccia alla ragazza dei vostri sogni o qualsiasi altra attività ludica che vi possa saltare in mente.
Come dite? Sono cinico e crudele?
Tutt’altro, in questo momento sono il migliore amico che possiate mai desiderare di avere perché vi sto risparmiando anni di inutili frustrazioni… e sto evitando al mondo l’arrivo di un nuovo bilioso, rancoroso e insopportabile Aspirante Autore.
Se non vi convincerete da soli che in Italia un fenomeno come quello di Stephen King non vedrà mai la luce, onestamente non ho molto altro da dirvi. Attenzione: non sto parlando di talento. Non sto parlando di mostruosa abilità nel concepire storie o creare personaggi. Niente di tutto questo.
Sto parlando di opportunità. Di visibilità. Di maledetto spazio vitale. Di matematica.

Ormai sapete tutti che in Italia si legge poco. L’horror è per sua natura un genere di nicchia, spesso ostracizzato e demonizzato (per ignoranza, lo sappiamo bene, ma tant’è…) quindi la sua fetta di mercato non sarà che una modesta percentuale sul già modesto totale dei lettori italiani. Fossimo cinesi, potremmo accontentarci di questa piccola percentuale, ma sfiga vuole che l’Italia sia una piccola nazione. Abbiamo un quinto degli abitanti degli USA. Aggiungete che la lingua italiana è parlata quasi esclusivamente entro i nostri confini mentre Inglese, Spagnolo e Francese hanno un bacino sicuramente più ampio. Risulta chiaro allora che stiamo parlando di cifre modeste che fanno sì che nessun autore italiano potrà mai pensare di campare solo scrivendo horror.

Gli editori sanno bene che pubblicando un romanzo di horror italiano non potranno certo sperare di fare il colpaccio vendendone 100 mila copie. Ma che dico 100 mila… 50 mila. Non sono io a essere pessimista, mi attengo semplicemente ai fatti: credo infatti che il massimo delle vendite mai raggiunto sul nostro mercato da un autore italiano sia intorno alle 15 mila copie (il romanzo di Chiara Palazzolo). Forse i numeri sarebbero diversi se includessimo Valerio Evangelisti, ma Evangelisti tocca diversi generi e sarebbe fuorviante includerlo in questa statistica. Le 15 mila copie della Palazzolo, però, sono una cifra maledettamente alta per il nostro mercato e non a caso la Palazzolo ha suscitato parecchio interesse e generato parecchio “rumore”.

Non è un problema solo dell’horror, intendiamoci. E’ che gli italiani, in Italia, vendono poco, salvo rare eccezioni. Questo è il mercato. Non è una bella situazione, e a raccontarla per intero fa pure un po’ incazzare, ma è con questo che dobbiamo confrontarci.

In un mercato di questo tipo, gli editori cosa fanno? Cercano di fare soldi. Alcuni cercano di farlo pubblicando quello che piace e interessa loro, altri se ne fregano di cosa pubblicano e pensano solo al bilancio di fine anno (e beninteso, in questo non vedo nulla di male essendo aziende private).
Quali tra questi soggetti potrebbe essere interessato all’horror? A quali il nostro amico Davide dovrebbe, o potrebbe, rivolgersi? Quale tra essi può solleticare il nostro interesse?
Non farò nomi, ma propongo un metodo.
Scartiamo gli editori che per motivi insondabili sono avversi per principio al nostro genere preferito. Hanno preconcetti che nulla hanno a che fare con le cifre del venduto, con loro è tempo sprecato, una battaglia persa in partenza. Se un editore non ha mai avuto in catalogo un horror – di qualsiasi genere – un motivo ci sarà e, detto tra noi, la vita non è lunga abbastanza per capire quale dannato motivo abbia.
Riga nera sulla lista e andiamo avanti.

La fetta di editori che in catalogo hanno romanzi horror (anche sotto mentite spoglie) non è piccola, ma si riduce drasticamente la porzione di essi che annovera tra i libri pubblicati un horror scritto da un italiano. E’ vero, c’è sempre una prima volta, ma qui si prospetta un altro problema: gli editori più grandi, di rado pubblicano esordienti italiani. Lo so, è un paradosso non da poco perché se nessuno vi fa esordire, come farete a essere pubblicati? La verità, vedete, è che non si “esordisce” una volta sola, ma si devono affrontare diverse tappe, come fossero i livelli di un videogame. In ciascuno ci troviamo di fronte a un avversario sempre più difficile da battere, ma solo battendoli tutti si potrà arrivare alla fine del gioco, l’agognata pubblicazione presso un grande editore, in lussuosa edizione hard cover finemente rilegata… (noi autori ci accontentiamo di poco, in effetti).

Occorre partire dai piccoli editori. Punto e basta. Non badate ai casi in cui l’esordiente viene dall’oggi al domani pubblicato da Mondadori, Einaudi o Longanesi. E’ come fare 6 al Superenalotto: una insana botta di culo. Mica vorrete sprecare il vostro tempo e i vostri soldi rincorrendo impossibili botte di culo, vero? E non sprecate nemmeno un istante del vostro tempo prezioso a provare invidia o rancore per chi ce la fa. E’ stupido e immaturo. Pensate a voi stessi, usate le vostre energie per voi stessi, non per fare la parte degli sfigati che sputano veleno su tutto e tutti. Ce ne sono già tanti e finiscono tutti alla stessa maniera.

Cercate invece di essere Zen.
Parecchio Zen.
Fregatevene del tempo che passa, dei soldi e delle frustrazioni. Avete scelto di fare gli scrittori, no? Quindi stringete i denti o fatevi da parte. Bene, dicevamo che occorre partire da un piccolo editore (ce ne sono a bizzeffe, basta usare Google e vedrete quanti risultati…), proporre un buon romanzo, scritto bene, senza errori o strafalcioni (rileggete fino alla nausea prima di spedire), con una storia solida e personaggi credibili. Evitate gli editori a pagamento, date credito ai piccoli e sparate la vostra prima cartuccia. Non diventerete né ricchi né famosi col vostro primo libro. Servirà solo per presentarvi la volta dopo a un editore un po’ più grande con un nuovo romanzo. Non sarete più dei signori nessuno che cercano di far spendere tempo e denaro altrui. Sarete degli aspiranti autori con alle spalle un po’ di esperienza.
Se qualcuno ha già creduto in voi, significa che forse ne valete la pena.
Trovare l’editore giusto richiede un po’ di lavoro, ma è un passo davvero importante. Quindi occorre evitare gli editori senza una distribuzione: le tipografie e chi fa stampa on demand, di solito non sono distribuiti e la cosa che conta di più è la presenza del libro in libreria, anche se in numero esiguo. Se poi l’editore partecipa a fiere ed eventi, allora diventa ancora più appetibile: vuol dire che ci tengono ai libri che fanno, che ci credono. Ed è cosa buona e giusta.

Infine… Se un libro viene rifiutato da un editore, forse era l’editore sbagliato. Ma se scegliete con cura gli editori a cui inviare il libro e il vostro testo viene rifiutato da tutti, forse dovreste lavorarci ancora un po’. Non c’è niente di male a riprendere in mano il proprio libro e lavorarci su, sapete?
Vi sembra una affermazione scontata?
A me non pare. Infatti a piede libero ci sono personaggi che hanno la convinzione di essere gli unici a capirci qualcosa (ovviamente geni incompresi perché non ancora baciati da un oceanico successo) e se osi dire loro qualcosa che non gli sconfiffera o non ti getti subito adorante ai loro piedi, ti giurano odio eterno. Io ne ho collezionati un buon numero ed è il motivo per cui (sorry Davide) non leggo più lavori di persone che non conosco. Non è per cattiveria, ma ne ho viste davvero troppe, sono un po’ stanco, e dato che non faccio l’editor di mestiere, passo la mano.
Quello al quale rifiuti un racconto e da allora ha un travaso di bile on line dietro l’altro. Quell’altro al quale suggerisci un minimo di editing e lo trovi poi che straparla su un forum manco fosse Dan Simmons e gli avessi stroncato l’opera omnia. Oppure, ancora, quello a cui non chiedi un racconto per una antologia e da allora ti giura odio eterno… Ne faccio volentieri a meno di ‘sta gente, credetemi.

Un caravanserraglio che mi ha così disgustato che ho deciso tempo fa di chiudere con le antologie e con la selezione di lavori di esordienti. Lo so, è terribile, ma ho già dato, abbiate pietà di me. E’ – tuttavia – un peccato, perché è proprio tramite i racconti che ho conosciuto alcuni degli amici ai quali tengo di più oggi a distanza di anni. Il destino fa di questi scherzi, sapete… Ora leggo solo quello che mi propongono persone che frequento da un po’ (anche se lo faccio sempre meno spesso vista la cronica mancanza di tempo). Il motivo è che se sei mio amico, uno che conosco bene, sai che se ti critico non lo faccio con cattiveria, ma perché a te ci tengo e se posso – nel mio piccolo – esserti di aiuto, allora ne sarò felice.  Se poi non mi dovesse piacere quello che scrivi, al massimo mi chiederai il perché, ma non andrai in giro a raccontar cazzate per vendetta. Claro?

Come avrete capito, la questione è un po’ ingarbugliata, siamo in uno strano mondo dove niente è come dovrebbe essere, dove il percorso migliore per congiungere il punto A con il punto B non è la linea retta, ma le montagne russe. Un ambiente che puoi dire di comprendere davvero solo se lo osservi da diversi punti di vista e non solo da quello che ti conviene di più. E’ una lotta per la sopravvivenza in cui il premio finale consiste in un mucchietto di pagine sopra un ripiano.
Poco, dite voi?
Può darsi… ma noi autori ci accontentiamo di poco.

PS: Una piccola precisazione sulla Gargoyle. E’ vero, magari sembra non impazzisca per gli italiani a vedere il suo catalogo, ma non ha pubblicato solo Manfredi, c’è stato anche Francesco Dimitri e sta per pubblicarne un altro (mio amico, ma del quale non credo di poter rivelare il nome finché non diventerà ufficiale). Ovviamente il fatto che non abbiano ME in catalogo è una grande mancanza, ma io sono abituato a soffrire, quindi non ne faccio un dramma… ;-)

Editoria a pagamento e polli da spennare

Date: 10 luglio, 2008  |  Posted By: Andrea  |  Category: Libri, Scrivere  |  Comments: 3

Ricevo l’ennesima mail di un lettore di Horror.it con aspirazioni letterarie che mi chiede – molto cortesemente – pareri su un certo editore che gli offrirebbe un “contratto editoriale” nel quale l’autore è tenuto a sostenere delle “spese” per poter veder pubblicato il proprio libro. In dettaglio, l’editore si impegna a stamparne un tot, ma l’autore se ne deve portare a casa 200 copie.

Vi prego, non prendetevela a male se avete “subìto” la medesima sorte, ma io non so davvero più a che santo votarmi. Ma davvero c’è ancora gente che si lascia abbindolare così? Potevo ancora accettare che accadesse qualche anno fa, ma oggi, grazie alla diffusione delle informazioni on line, basta fare una ricerchina con un qualsiasi motore di ricerca e si vede subito quanto conti, nel sistema editoriale, l’editoria a pagamento.

Meno di zero.

State buttando via i vostri soldi, datemi retta. E state mantenendo tutta una serie di furbacchioni che restano a galla grazie alla vostra buona fede mal riposta. Sono già poco incline ad accettare corsi per imparare a scrivere, organizzazioni e scuole varie, ma arrivare a pagarsi di tasca propria la pubblicazione è assurdo.
Riflettete su una sola cosa: CENTINAIA di editori italiani sono in costante ricerca di buoni autori! Se il vostro romanzo viene rifiutato da tutti, fatevene una ragione. Lo so che è brutto sentirselo dire, ma il rifiuto fa parte della crescita professionale. Non accettare questo NO, significa non accettare la realtà:

  1. Potreste aver sbagliato editore, proponendo un libro non adatto alle caratteristiche dell’editore scelto;
  2. Il vostro lavoro potrebbe non essere ancora pronto per la pubblicazione ed è necessario lavorarci ancora;

Non sarà giusto, ma non tutte le ragazze possono fare le indossatrici per Armani, così come non tutti i ragazzini che tirano calci a un pallone diventeranno Del Piero. Il mondo fa schifo? Vero. Ma non credo che scoprire di non aver scritto il capolavoro che pensavate, possa abbattervi se davvero volete scrivere. Quindi perché gettarsi in pasto a gente che lucra proprio sulle vostre illusioni?

In conclusione ho un solo consiglio prezioso per tutte le persone che vogliono scrivere. Un consiglio gratuito. Se davvero volete scrivere, iniziate a leggere. Leggete montagne di libri smettendo di pensare “io l’avrei scritto meglio”. Iniziaiate invece a pensare che quello che leggete sia buono e leggete tutto, tanto, sempre. E non abbiate fretta: basta con questa ossessione del tutto e subito. Prendete il vostro tempo, scrivete e riscrivete, decine di volte.
Altro da sapere, sullo scrivere, non c’è.